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Lo so fare

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Scrivo perché lo so fare, come credo io e come mi dicono gli altri, come faccio qualunque altra cosa che mi gratifica per il fatto stesso di portare a...

Scrivo perché lo so fare, come credo io e come mi dicono gli altri, come faccio qualunque altra cosa che mi gratifica per il fatto stesso di portare a termine un progetto, di manipolare degli strumenti, di lasciare una traccia visibile della mia esperienza e di quello che sono, perché insomma mi aiuta a sentirmi efficace, competente e autonomo, consapevole di ciò che mi accade e di ciò che osservo, di quello che mi passa continuamente per la testa, di tutte le cose che scorrono nel tempo e che così ho l’illusione di riuscire a fermare per un istante e incastrare nel significato ritagliato dalle parole,

e quindi è come dire che scrivo per me stesso, se questa non fosse altro che una gigantesca balla, la stessa che dicono tutti quelli che scrivono ma che non sono scrittori, perché gli scrittori veri non possono nascondersi dietro la falsa modestia di chi non vuole confessare neanche a sé stesso che l’unica vera ragione per cui scrive è in realtà il desiderio, la brama, l’ambizione che qualcun altro lo legga, che quelle parole lasciate su un foglio vengano assorbite dal più ampio numero possibile di persone,

perché l’immaginazione di ciascuno inizi a viaggiare eccitata da un’idea, una frase, un personaggio o una storia, perché un singolo spunto, una sola invenzione esplodano in una vita vera modificandola per sempre, perché quello spicchio di significato troncato con l’accetta del linguaggio cresca e si espanda nell’esistenza in carne e ossa di chi ancora riesce a farsi delle domande, tutte tranne una,

per quale ragione quest’uomo ha scritto questa cosa, così luminosamente vera o così spudoratamente falsa, così armoniosamente bella o così indigeribilmente brutta, così femminilmente seducente o così infantilmente spaventosa, non potendo perciò minimamente immaginare che non scrivo per scrivere, ma per essere immortale.

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