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The Refusal of Time di William Kentridge

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Se il Novecento si è interrogato sul tempo, comprimendolo e dilatandolo all’infinito, il XXI secolo sembra voler risolvere il conflitto temporale, dominandolo o addirittura negandolo.

Se il Novecento si è interrogato sul tempo, comprimendolo e dilatandolo all’infinito, il XXI secolo sembra voler risolvere il conflitto temporale, dominandolo o addirittura negandolo. Ma che cos’è il tempo? Esiste davvero? E’ possibile definirlo, catturarlo, catalogarlo? “The Refusal of Time” dell’artista William Kentridge ci ricorda che il tempo è solo un’invenzione umana, una complessa costruzione culturale e, come tale, plasmabile. Nel mondo di Kentridge il tempo non esiste, esistono solo gli infiniti oggetti capaci di definirlo. Che si tratti di un metronomo, di un libro o di una danza poco importa: ciò che importa è vedere come l’uomo ha incatenato sé stesso, misurando a tutti i costi lo scorrere della vita. Un ticchettio dopo l’altro, le pagine sfogliate con metodico rigore, i passi che si susseguono, certi della direzione da prendere: il tempo sembra imprigionarci, ma anche sostenerci con la sua rassicurante certezza. Invertirne la direzione non solo è possibile, ma diventa semplice come cambiare il ritmo di un ballo, leggere un libro partendo dall’ultima pagina, ripercorrere una strada al contrario. Facile a dirsi, ma impossibile da realizzare nella quotidianità. Eppure la teoria dell’antientropia di Kentridge sembra aver trovato applicazione anche nella vita reale, come sottolinea il filosofo americano John Perry: il suo libro “The art of procrastination” ci insegna a non temere il tempo perso e a rimandare ad un altro momento ciò che non vogliamo fare ora. Se i concetti spazio-temporali sono pura illusione umana, che senso ha costringerci a realizzare qualcosa nel presente? Tutto si può rimandare, anche i compiti più gravosi: basta distogliere lo sguardo dall’ossessione del tempo e concentrarsi su un’altra attività. Sì, perché dietro una cosa che rimandiamo, ce n’è sempre un’altra pronta a sostituirla, che facciamo con piacere, perché priva dell’angoscia temporale. Il procrastinatore, dunque, non è più uno scansafatiche, ma un eroe dei nostri tempi capace di rallentare il tempo, fino a negarlo definitivamente.

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