Condividi su facebook
Condividi su twitter

La quarantesima tacca

di

Data

Dalla cima del campanile la città si stende, letteralmente, davanti ai miei occhi. Pochi edifici, rimangono ancora in piedi. Il resto è rovine bruciate, masserizie ammucchiate e un lungo zigzag di trincee e canaloni, tra barriere di acciaio e legno, al limite del settore nemico della città.

Dalla cima del campanile la città si stende, letteralmente, davanti ai miei occhi. Pochi edifici, rimangono ancora in piedi. Il resto è rovine bruciate, masserizie ammucchiate e un lungo zigzag di trincee e canaloni, tra barriere di acciaio e legno, al limite del settore nemico della città.

Ci si abitua così tanto alle macerie che qualunque cosa sana poi risulta fuori posto. Solo alla puzza non ti abitui mai. Perché la guerra puzza, e tanto.

Troppo tempo in postazione, troppo, e troppi giorni uguale troppi pensieri. Ed io non sono qui per suonare le campane. Proprio no. Sono il migliore cecchino della milizia. E sono qui per sparare.

Sono stanco, turni di dodici ore alternati con un altro tiratore, da cinque giorni, e ne mancano ancora due, salvo complicazioni. Che non mancano mai.

Continuo a parlare da solo. Ma anche questa è una abitudine di guerra: perché il cecchino ha il voto del silenzio. Il mio mondo:  un mondo silenzioso delimitato da sacchetti di sabbia. Un mondo bianco di polvere e macerie.

Equipaggiamento: munizioni, razioni alimentari, acqua, sigarette, vodka, pistola, pugnale, C4, e la mia balalaika: il fucile di precisione Dragunov completo di treppiede, puntatore e trentasette tacche a fare da ornamento.

Trentasette.

Altroché.

Trentasette. L’ho già detto che sono il migliore.

Quando mi sono arruolato, in verità, volevo fare il carrista. Poi al poligono l’istruttore vide il mio 100 su 100, e mi ribattezzò “braccio di pietra” segnando il mio destino: fermo, per ore, ad aspettare che sbuchi la testa di qualche sorcio per spaccargliela con un solo colpo. Militari o civili, naturalmente, non fa differenza. Ma non mi lamento, rischio meno e mi diverto di più.

Meglio che al Luna Park.

Ma sempre solo.

Solo. A contemplare il nulla.

E il silenzio.

Per fortuna mancano solo due giorni, poi vado a ubriacarmi nelle retrovie.

_____________________________

Lo sapevo! Proprio quando stai per assaporare la fine del turno e sei stanco morto arrivano le rogne. Si è allargato il fronte, dicono, quindi ogni tiratore deve tenere la posizione per diciotto ore consecutive, fino al prossimo cambio di plotone. Non è la prima volta che succede, ma cazzo! Diciotto ore ancora, con il sonno che ti falcia gli occhi e devi pure pisciare col fucile in mano! E ho solo un pacchetto di sigarette.

E sto ancora a trentasette.

Pure il silenzio radio, per evitare che i telegrafisti nemici ci traccino. Ci mancherebbe! Segato dall’artiglieria pesante. No, no, aspettiamo, zitti e buoni, fino al cambio, e intanto controlliamo che nessuno esca dalla trappola.

_____________________________

La fame fa uscire i sorci! Trentotto! Era Ora! Se arrivo a quaranta divento il primo in assoluto; ti prego signore mandami solo altri due birilli e non se ne parli più!

Trentotto, e se Zlatko non ha seccato nessuno nelle ultime dodici ore lo lascio a sei lunghezze!

Trentotto, un coglione di vecchio che, come tanti, cercava fra le macerie; magari era casa sua, ma che cazzo ci vieni a fare che non c’è rimasto niente. Ma si sa gli anziani si attaccano a tutto: le foto della moglie morta, la fede nuziale, il diploma attaccato alla parete; nostalgie da vecchi. Peggio di mio padre. Adesso, comunque ha finito di tribolare e la moglie la vedrà su dal creatore; meglio che in foto no?

Mio padre. Ti ricordi papà, quando mi dicevi che ero un buono a niente? Beh, eccomi qua, Caporal maggiore e primo tiratore. A quaranta tacche mi spetta l’encomio e forse una licenza e magari, dato che il capitano già mi tiene in palmo di mano, mi fanno pure Sergente! Altro che incapace. Certo, non ero il primo della classe, non come Svetlana, lei era brava veramente, ma io ero il maschio primogenito dicevi, e dovevo dare il buon esempio.

Che palle!

Adesso sarai per forza fiero di me, e quando ti rivedrò magari ti abbraccerò pure e sarebbe la prima volta. Figurati! Non mi ricordo un tuo apprezzamento. Sempre a giudicarmi: a scuola, a casa, con gli amici; un esame continuo. E io a prendermi cura di Svetlana e Zoran, a dargli quelle attenzioni che tu non gli davi, e che non avevi dato a me.

Quando sono partito con l’esercito non hai fatto nemmeno una smorfia, mi hai solo detto: “Fa il tuo dovere e che Dio ti benedica”.

Dio ti benedica…mi viene da ridere! Qui Dio non c’è papà, se ne è andato da un pezzo, qui c’è solo polvere. E puzza; la solita eterna puzza di sudore, di sangue secco, di marciume di cadavere, di merda che esce dalle viscere dei morti ammazzati di fresco; una puzza insopportabile; e se per caso senti un odore, pure fosse un profumo da due soldi, anche solo quello del pane fresco, ti sembra di essere in mezzo agli angeli.

Ma non ci sono. Mai.

_____________________________

Trentanove!

Idioti! Pensano di stare al coperto nel canalone e non immaginano che da quassù, col mirino telescopico, io li vedo.

E li ho in pugno. Sempre.

Idioti! Ancora più idioti quelli che vengono di notte. Pensano che gli sparo con l’archibugio? Questo è il Dragunov 7.62, il meglio in circolazione, mirino telescopico a infrarossi e puntatore laser.

Un gioiello.

Certo di notte non è la stessa cosa, non vedi la testa dei birilli che si apre come un melone né lo schizzo di sangue e cervello che si alza. Vedi solo figurine verdi che si accasciano. Sembrerebbe un video game, se non fosse per il tonfo che, invece, percepisci nitido; squarcia il silenzio e l’adrenalina ti sale di botto.

Come la prima volta.

Il tenente mi aveva portato su un tetto. Erano già passati quattro bersagli, ma lui niente. Poi ecco una vecchia corpulenta, che avanza con due buste in mano, ondeggiante. “E’ tua!” mi disse. Restai fermo e in silenzio. Ma come? Quella poveraccia!?

“E’ tua! – mi ripeté secco portandosi il binocolo davanti agli occhi – Non pensare mai che potrebbe essere tua madre, davanti a te ci sono solo nemici che appestano la nostra terra da cinquecento anni, e quella non è né tua madre, né tua nonna, anzi, non è nemmeno una donna, è una troia che ha insozzato la nostra patria con i suoi bastardi.”

Silenzio mentre riallineavo il mirino.

“Hai capito?”

Un attimo. Poi per tutta risposta sparai. La vecchia si accasciò sulle ginocchia e crollò, di fianco, sotto il suo stesso peso.

Ero stato io, io avevo il potere di vita e di morte, e sentivo questo potere inebriarmi, bollirmi nelle vene, mentre la testa pulsava con dentro l’immagine del mio primo birillo che cadeva, e avrei voluto sparare ancora una, due, tre, dieci volte.

Senza togliersi il binocolo dalla faccia, il tenente mi disse: “Bella prova Marek, centro perfetto in mezzo alla fronte. Davvero. Bella prova.”

Sì, bella prova. E da allora, ogni volta che per trentanove volte ho sentito il calcio del mio fucile rinculare sulla spalla e li ho visti cadere, mentre lo sparo espandeva la sua eco, ogni volta ho provato, per trentanove volte, la stessa libidine.

Bella prova!

Ancora uno papà. Ancora uno e sono quaranta!

Ma sono stanco. Stanco e assonnato. E se dormo sono cazzi. Non tanto per la disciplina, sanno tutti che dormi, mangi questo schifo di razioni, cachi o ti fumi una sigaretta. E’ normale, basta non farsi pizzicare e pure fosse non è facile trovare un altro braccio di pietra come me.

Ma se dormo magari perdo il mio quaranta! Altre sei ore, e la stanchezza sale.

_____________________________

Ho dormito. Ho dormito a scatti, nel freddo e nell’umido, senza sogni. E’ l’alba e c’è una foschia unta che ti fa vedere tutto come attraverso una carta velina. E’ la cosa peggiore, così anche l’infrarosso è inutile.

E questi stronzi sono in ritardo di tre ore! E c’è il silenzio radio.

Che situazione di merda! Mica mi avranno lasciato qui! Ma no, gli altri della squadra mi avrebbero avvertito; a meno che non si siano dimenticati pure di loro! Sai che scena! Tutti e quattro piazzati fra le rovine mentre la compagnia si raduna chissà dove, il fronte ci oltrepassa e noi restiamo dietro le linee, e chi cazzo ci recupera poi.

_____________________________

Meno male che ritardano! Era destino, il mio destino, con un bel numero quaranta!

Ho sonno ma non mi freghi, ti vedo in mezzo alla foschia, la tua faccetta che spunta dal canalone.

Eccola! Carina la troia, adesso ti faccio finire di figliare bastardi.

Porcaputtana, la foschia ti nasconde e quel poco di sole ce l’ho pure in faccia, ma come si dirada ti faccio un buco in fronte e mi guadagno licenza e gradi. Sei il mio tesoro e non ti perdo, anche se ho sonno, no, non ti perdo.

Eccola… è bella…e le assomiglia, molto sì, ha gli stessi capelli di Zlata, lo stesso taglio, gli stessi occhi.

Zlata. L’unica cosa bella della mia vita. Per questo non devo pensarti mai. Chissà dove sei ora?

Ma questa non è Zlata è solo il mio quarantesimo birillo. Forza!

Maledetta nebbia! Dove cazzo sei finita?!

Zlata, ti ricordi a scuola? Io ero timido e ogni volta che mi guardavi facevo finta di vedere da un’altra parte, e quando ridevi mi piaceva e mi fermavo ad ascoltarti ma con la paura che stessi ridendo di me.

Ti ricordi Zlata quella volta sul muretto? Tu stavi tornando a casa e io aspettavo Slobodan ma pregai che tardasse, perché tu eri con me, e parlavi con me, e ridevi con me.

Ti ricordi Zlata? Faceva freddo e io ti strofinai le braccia e le spalle, per riscaldarti, e tu sorridendo abbandonasti la tua testa sulla mia spalla, e io ti baciai

Ti ricordi Zlata? Lo feci così senza pensare…e quando poi Slobo arrivò e tu andasti via io rimasi stordito fino a quando tornai a casa e non mi importava nulla di nulla, per la prima volta ero veramente felice. E ho pianto.

Per la prima volta, e l’ultima, ho pianto Zlata. Ho pianto.

E invece non ho pianto quando te ne andasti Zlata. Tu, figlia di una coppia mista che non voleva scegliere da che parte stare.

E finisti in un campo profughi dell’ONU, e io che ti scongiuravo di non abbandonarmi, che tuo padre l’avrei salvato, avrei trovato documenti falsi, lo avrei nascosto…ma tu no, tu non lo avresti fatto, e io lo sapevo. Tu sei diversa da me, Zlata. Te ne andavi anche perché non sopportavi l’idea che mi fossi arruolato. Ma che ne sai Zlata. Tutti erano euforici in quei giorni e tutti correvano ad armarsi, e io non avevo scelta Zlata.

Ci vuole tanto coraggio, a volte, per essere vili.

Ma ora basta. È finita Zlata, ora sparerò al mio quarantesimo birillo. E sarà come cancellarti dalla mia vita.

Ti vedo ora.

Addio Zlata.

Dito sul grilletto, corsa a vuoto.

Addio amore mio…

Bam! Fuoco, rinculo, eco in simultanea.

Niente.

Né sangue né movimento, ma non posso averti mancato, fossi già morta?

Voglio capire… dove ho messo il binocolo? Eccoti…Ma chi sei? Anzi ‘che’ sei? Che cazzo sei!?

Un manichino! Un manichino femminile comparso dal nulla. Da 250 metri ho preso in testa un manichino!

Vale? No, dico, varrà come centro numero quaranta? Perché preso ti ho preso. Anche se non eri viva, Zlata ti ho preso, porcatroia.

Sei morta o no Zlata?

Ti ho ammazzato?

Oppure no?

Segno Quaranta…o no?

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'