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Fino all’ultima lunghezza

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Un mercoledì, al numero 47 di Via Filippi ho conosciuto lo Zoccolo. Il vero nome de lo Zoccolo è Claudio Locanto. Era un ex-fantino che viveva da solo. Aveva perso le gambe in un incidente.

Un mercoledì, al numero 47 di Via Filippi ho conosciuto lo Zoccolo. Il vero nome de lo Zoccolo è Claudio Locanto. Era un ex-fantino che viveva da solo. Aveva perso le gambe in un incidente. I dottori quando si risvegliò, dopo l’operazione e il coma farmacologico, gli dissero che gli era andata fin troppo bene. Lui comunque era senza gambe. Non frequentava anima viva, poi conobbe  me. Quanto suonai alla sua porta, lo Zoccolo, non era interessato minimamente all’offerta di gas e luce che gli proponevo, tanto meno al fatto che stavo dentro ad un vestito elegante. Mi invitò ad entrare.

“Giochi d’azzardo tu?”

“No, non gioco. Ma lavoro in una sala scommesse sull’Appia.”

“Mi prendi per il culo?” mi guardò dal basso in alto.

“No, no. Dico sul serio. Ci lavoro il sabato e la domenica. Il resto della settimana faccio questo.”

E detti un colpo alla cartellina con i contratti del gas e della luce ancora da compilare.

La casa de lo Zoccolo era un disastro. Non si può dire che non la vivesse, soprattutto il salotto.

Puzzava di fumo stantio, il soffitto era come nuvoloso, grigio. Il tappeto in terra era a pelo lungo, segnato dalla scia delle ruote della sua carrozzella. I muri erano spogli. Il divano, superfluo per lui, era diventato un piano lavoro, privato e disordinato. Era pieno di corde di nailon, moschettoni di varia tenuta, nastri da imbracatura sfilacciati, forbici e utensili da cucito industriale. Il lavoro di una vita, dopo l’incidente, sui cuscini di un divano scomodo. La televisione era sintonizzata sul canale delle corse dei cavalli. La prima volta che parlammo c’era una corsa a Capannelle.

Lo Zoccolo mi intimoriva, ma mi affezionai subito a lui.

“Bene. Come ti chiami?”

“Giulio.” Dissi.

Mi sentivo a mio agio lì dentro a quel degrado. Lo Zoccolo capì e mi disse di chiamarlo Zoccolo, allungò la mano per darmela, io mi avvicinai. Dai pantaloni umidi annodati all’altezza del ginocchio, assente, veniva su l’odore forte del mercurio cromo.

Mi chiese qualcosa a proposito della sala scommesse, poi mi parlò del suo incidente. Guardava fisso la televisione, la quarta corsa a Capannelle.

“Era una giornata come questa.” Indicò la televisione. “Io non ero uno fortissimo. Ma avevo passione, più di chiunque altro, e conoscevo bene quel cavallo. Che bestia! Era di marmo. Un animale maestoso, sembrava il cavallo di Napoleone, mai visto prima un animale del genere. Lo giuro. Più che le zampe possenti e la schiena muscolosa ricorderò sempre gli occhi. Era un vincente e io glielo leggevo negli occhi. Erano come i miei. Si chiamava Ivan Primo. Apparteneva ad uno stronzo, ricco sfondato, che aveva un maneggio verso Albano Laziale. Un grasso figlio di puttana. Sacchetti si chiamava. Quel giorno sia maledetto. Indossai la casacca e lo montai. Finito il carter ci allineammo. Gli passai la mano sul collo, era rigido. Che collo! Una vena grossa come un ramo di quercia lo attraversava. La potevamo vincere quella corsa.” Fece un pausa lunghissima guardando a terra. “Dopo quasi mezzo giro eravamo secondi a meno di una lunghezza ma si impuntò, non riuscivo più a controllarlo e caddi male cercando di reggermi alle staffe. Ivan Primo mi cadde sopra spappolandomi le gambe. Le ginocchia mi si girarono tre volte prima di staccarsi e rimanere penzoloni. Si vede bene in un video che fine hanno fatto quelle ginocchia.”

Lo Zoccolo batté le mani sulle cosce col sorriso amaro.

“Quel figlio di mignotta di un purosangue invece si rialzò di botto e finì la corsa da solo. A volte ho la sensazione che lo abbia fatto a posta a buttarmi giù. La potevamo vincere quella corsa.”

Mi emozionai e gli chiesi di continuare cercando di farmi spazio sul divano, tra le attrezzature. Lui continuò e mi disse che Ivan Primo era ancora vivo. Faceva lo stallone nella tenuta del suo padrone. Mi disse anche che lui non aveva preso una lira da quell’incidente, che il padrone di Ivan Primo lo aveva rovinato e messo in ridicolo. Era davvero incazzato. Mi disse che desiderava più di ogni altra cosa uccidere Ivan Primo.

Lo Zoccolo spense la televisione finita la quarta corsa a Capannelle e con garbo si liberò di me. Io gli lasciai il mio numero e gli dissi che poteva chiamarmi quando voleva. Rimase contento.

Mi chiamò. Una volta a settimana. io andavo a trovarlo la sera, qualche volta. Fumavamo erba e guardavamo le repliche delle corse. Mentre lavorava alle sue attrezzature piene di contrappesi  e moschettoni mi insegnava trucchi da esperto per capire come si sarebbero piazzati i cavalli, anche solo guardandoli fare gli ultimi carter. Aveva davvero una grande passione, ma io non imparavo in fretta e l’erba rallentava il mio apprendimento, ma lo ascoltavo davvero. Ogni tanto mi diceva qualcosa sul giorno dell’incidente, su Ivan Primo e sul padrone, il signor Sacchetti. Non si risparmiava parlando di lui, il signor Sacchetti, l’uomo più infame e viscido del mondo, secondo lo Zoccolo.

 

Qualche mese dopo, mentre lavoravo alla sala corse arrivò un uomo. Era nuovo, diverso dalle solite facce sconfitte, aveva un’espressione raggiante, ma sembrava in ritardo. Ben vestito, il mento in alto, un vecchio altezzoso, nobile e grasso. Mi incuriosiva allora mi misi ad osservarlo attentamente aggirarsi per quel salone squallido. Guardò tutti gli schermi e si fermò su quello che dava le corse a Capannelle. Mi avvicinai a lui e guardai anch’io lo schermo.

“Vuole puntare su qualcuno in particolare?”

Mi guardò con ribrezzo.

“Lavori qui, ragazzo?”

“Si. Lavoro qui al picchetto.”

“No, ragazzo, non voglio puntare su nessuno. A quest’ora sarei dovuto essere lì sugli spalti, seduto con i padroni dei cavalli. Ma evidentemente ho fatto tardi. Vedi quello?” e indicò un cavallo sullo schermo.

“Quello è mio. Un purosangue. È pieno di brio. Il migliore che abbia mai avuto.”

Annuii.

“Non poteva essere altrimenti, è figlio del migliore.” Disse.

Tutte le volte che avevo parlato di cavalli con lo Zoccolo mi tornarono in mente e così, senza pensarci, me ne uscii dal niente con “Ivan Primo!” ad alta voce. Quell’uomo mi guardò incredulo.

“Come hai detto ragazzo?”

Ero in gioco, tanto valeva continuare.

“Ho detto Ivan Primo. Il miglior cavallo che abbia mai galoppato a Capannelle.”

Dopo queste parole, l’uomo quasi mi abbracciò.

“Ragazzo mio, tu sei un intenditore allora! Hai ragione in tutto e per tutto. E il padre di quello lì è proprio Ivan Primo. Il mio stallone migliore. Piacere, Cesare Sacchetti.”

Il fiato mi si spezzò in gola e lui mi strinse la mano. Il suo collo morbido odorava di borotalco. Parlammo per tutta la durata della corsa e anche dopo. Il figlio di Ivan Primo la vinse quella corsa. E il signor Sacchetti volle festeggiare con una birra fresca. Era un uomo davvero gradevole. Mi parlò molto del suo stallone, del passato e del presente. Mi raccontò dell’incidente. non nominò mai lo Zoccolo, una sola volta disse “Quel brocco del fantino, quello storpio.”

Alla quarta birra mi invitò nel suo maneggio vicino Albano Laziale. Accettai con entusiasmo ed un secondo fine. Il signor Sacchetti fissò la visita per la domenica successiva. Mi scrisse su un tovagliolo di carta indirizzo e indicazioni stradali per arrivare.

“A presto Giulio.”

“A domenica Signor Sacchetti, è stato un vero piacere.”

Si allontanò mezzo brillo, simulando di cavalcare un puledro e dandosi forti schiaffoni sul culo.

 

La sera stessa andai da lo Zoccolo. Lo trovai stranamente di buon’umore intento a cucire lembi di nailon.

“Ieri notte sono uscito. Sono arrivato fino ai Fori Imperiali. Ci sei mai stato di notte?” disse.

“Sì, ci sono stato, ma è tanto che non mi capita.”

“Io ci sono arrivato verso le tre, quattro. Era pieno di gabbiani. Un silenzio grandioso. Quei cazzo di gabbiani rovinavano tutto. Vent’anni fa non c’erano i gabbiani lì.”

Ero impaziente di raccontargli del mio incontro col signor Sacchetti, comunque assecondai la cazzata dei gabbiani perché avevo la mia opinione a riguardo.

“Si è vero, ma io ho una teoria tutta mia su questa cosa dei gabbiani.” Iniziai, ma lui prese il sopravvento.

“Adesso ti dico la mia di teoria sui gabbiani. Quelli sono uccelli che mangiano la merda del mare. Bestie da porto. Risalgono i fiumi perché la merda che sta nel mare arriva proprio da quei canali di merda. Il Tevere è il più grosso. Poi mentre volano sul Tevere pensano: ‘sai che faccio, guardo se la merda la trovo pure dentro Roma’ e ne trovano a pacchi di merda dentro Roma. Poi quando… come si dice quando strillano?”

“Garriscono, credo” risposi, impaziente di dire la mia.

“Sì, bravo. Quando garriscono fanno paura, quei mangia merda. Mi sbaglio?”

Secondo me si sbagliava. Gli dissi che, secondo me i gabbiani a Roma si sentono spaesati, urlano, si parlano. Sono gabbiani romani, per capirsi tra di loro gli ci vuole tutta la voce che hanno, come i romani. Tu gli passi vicino e li senti, magari parlano (anzi urlano) di te. E tu zitto, perché non li capisci. Succede solo a Roma e in mare aperto. È una bella sensazione, gli dissi, ma non lo convinsi.

“A me fanno schifo. Sono ripugnanti. Una volta ai Fori Imperiali c’erano le pecore.”

“Io trovo affascinante che ora la natura, insomma gli animali, guardino i Fori dall’alto. Le pecore sono animali perdenti, guardano a terra. I gabbiani pure guardano in basso è vero, ma guardano in basso dal cielo. Animali vittoriosi, i gabbiani.”

Lo Zoccolo non sapeva cosa rispondere allora accese la televisione. Mi accorsi che stava ancora pensando alle mie parole. Colsi al volo quel momento di silenzio per raccontargli del signor Sacchetti.

Finito di ascoltare il mio racconto lo Zoccolo si illuminò di vendetta. “Cane bastardo.” Disse.

Voltò la carrozzella verso una cassapanca dietro la televisione e vi si diresse. Sembrava che camminasse sulle sue gambe da quanto era agile. Tirò fuori una serie di corde e nastri da imbracatura tenuti insieme da moschettoni ultraleggeri;, come quelli sparsi sul divano. L’armatura di un cavaliere.

“Hai qui con te le indicazioni per arrivare da quel bastardo?”

“Sì.” tirai fuori il fazzoletto di carta e lo misi sul tavolo. Lo prese dalle mie mani e la analizzò attentamente. Poi riempì uno zaino con l’imbracatura ed una torcia. Aveva un piano ben preciso, e io ne facevo parte. Mi lasciai trascinare.

Quando partimmo per Albano Laziale erano le otto di sera. In macchina non parlammo.

Arrivati sulla strada sterrata che portava al maneggio del signor Sacchetti, lo Zoccolo, si soffiò il naso con il fazzoletto che ci aveva guidato fin lì e mi ordinò di proseguire a fare spenti.

Seguivo i suoi ordini ma sapevo che se avesse tentato di uccidere il cavallo lo avrei fermato.

Di fronte al cancello spensi il motore.

“Ora ragazzo sarai le mie gambe.” Disse sorridendo.

Io lo presi in braccio con tutto lo zaino. Mi caricai lo Zoccolo sulle spalle e aggirammo la tenuta seguendo la staccionata. Trovammo un varco proprio di fronte alle stalle. Non c’era nessuno. Un silenzio spaventoso e buio. Avevo il fiatone. Lo Zoccolo mi diede un colpo sulla spalla ed indicò una stalla.

“Ivan Primo sta lì dentro. Sono sicuro. la sua è sempre la stalla con più biada.” Sussurrò con entusiasmo.

Cazzatte. Me lo portai sulle spalle dentro tre stalle diverse, piene di cavalli. Ero deciso a trattarlo male e lasciarlo lì. Mi stavo innervosendo. Inizia a pensare che Ivan Primo non si trovasse lì con gli altri.

Poi “Eccolo!” disse, quasi urlando. Io non lo avevo mai visto Ivan Primo. L’ho riconosciuto subito. Che animale. Mai visto prima un cavallo così. Lo Zoccolo mi fece avvicinare, ero intimorito dalla presenza di Ivan Primo, fermo e sicuro. lo Zoccolo gli carezzo la testa e l’animale chiuse gli occhi. In un certo senso lo riconobbe.

“Com’è?” mi sussurrò dentro l’orecchio.

“E’ bellissimo.” Non riuscii a dire altro.

Passò dalla mia schiena a quella di Ivan Primo, il cavallo non fece una piega. Lo Zoccolo si imbracò con quella gabbia che si era portato dentro lo zaino. Il lavoro di una vita, dopo l’incidente.

Fissai bene un moschettone sotto la pancia ruvida del cavallo. Stava saldo  su quella schiena rocciosa. Legato stretto all’animale.

Lo accompagnai fuori dalla stalla tirando Ivan Primo che sembrava starci.

“Dobbiamo sbrigarci. Tu vai con la macchina. Ci vediamo a Capannelle.” E partì al galoppo. Io lo guardai scomparire nel buio.

 

All’una arrivai all’ippodromo. Non c’era nessuno. Rimasi in macchina e mi addormentai forte.

Lo Zoccolo mi sveglio intorno alle cinque, in sella ad Ivan Primo, gridando “Vittoria!”.

Le stelle si stavano spegnendo. Scesi dall’auto infreddolito. Lo Zoccolo sembrava Napoleone. Legato stretto all’animale.

“E’ una bestia vecchia, ma ci ha messo meno di qualunque altro cavallo a fare questi dieci chilometri.”

Ivan Primo era stremato, vecchio. Lo Zoccolo gli carezzava il collo, vidi la vena grossa come un ramo di quercia pulsare senza sosta. Ad un tratto la pista era illuminata dal sole che ancora non c’era e la vedemmo bianca, quasi accecante, sembrava piastrellata d’avorio. Era piena di gabbiani bianchi a riposo, fermi, in silenzio.

“Li vedi?” mi disse.

“Sì, li vedo.”

“Stanno zitti qui. Ai Fori strillano come ossessi. Ma qui ci dormono, riposano. Magari avevi ragione, ragazzo. Guardano dall’alto in basso. Sono dei vincenti. Anch’io adesso guardo dall’alto in basso.” Era eccitato, impaziente.

“Adesso che facciamo?”avevo freddo e sonno.

“Tu tra poco andrai a dormire, ragazzo. Io resto qui. Ho una corsa da finire.”

I moschettoni dell’imbracatura luccicavano come le stelle che ormai non c’erano più. Poi un colpo forte alla criniera e Ivan Primo partì come un fulmine, saltò la staccionata e corse sulla pista. Galoppavano come forsennati. Erano primi.

I gabbiani disturbati, di volta in volta, si alzarono in volo garrendo spaventati. Ivan Primo era troppo veloce. Uno stormo enorme di gabbiani volava in circolo sopra l’ippodromo di Capannelle seguendo la corsa del cavallo migliore e del fantino più appassionato che avessero mai calpestato quella terra. Lo Zoccolo urlava “Vittoria!” e rideva rauco lottando contro l’impeto del vento. Le sue urla salirono fino alla nuvola bianca di gabbiani fondendosi ai garriti di quegli uccelli vittoriosi.

Giravano ed urlavano. Il sole ormai era alto nel cielo. Ivan Primo rallentava vistosamente, lo Zoccolo lo spronava incessantemente, con violenza. Poi un nitrito sovrastò ogni rumore. La nuvola di gabbiani spaventati si diradò scossa e riempì il cielo verso Roma. Il cuore di Ivan Primo si fermò. Una lunghezza dopo cadde a terra portandosi dietro lo Zoccolo, legato stretto all’animale. Vivo ed immobile lo Zoccolo gridò vittoria un’ultima volta e si spense sotto il peso di quella vecchia gloria.

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