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Jean-Luc Seigle. Invecchiando gli uomini piangono, Feltrinelli, pg. 177, euro 15

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Ho comprato il libro perché mi piacevano la copertina e il titolo. Il primo piano del volto di un uomo calvo con una barba prominente, un uomo che sembra...

Ho comprato il libro perché mi piacevano la copertina e il titolo. Il primo piano del volto di un uomo calvo con una barba prominente, un uomo che sembra provenire da un’altra dimensione temporale, da quella dimensione che noi chiamiamo, per tagliar corto, “passato”. E poi, appunto, il titolo: Invecchiando gli uomini piangono. Così smaccatamente sopra le righe da commuovere. Non conoscevo l’autore francese, Jean-Luc Seigle, che veniva tradotto per la prima volta in Italia. Appena ho aperto il libro e l’ho cominciato a leggere ho sentito però di essere a casa. C’era qualcosa di magico e di conturbante che mi attraeva; era quella stessa magia che hanno le pagine di Simenon. Sono quelle pagine che riescono a riprodurre l’affascinante e allo stesso tempo terribile fisicità, tangibilità del mondo. Con Simenon si sente il corpo, il sangue, il respiro anche pesante dei corpi.

Lo stesso tipo di sensazione mi ha preso nel leggere le prime pagine di questo romanzo, che ci immerge in un giorno caldissimo di luglio. Il 9 luglio 1961. C’è un uomo, un operaio, Albert Chassaing che ha deciso di farla finita con la vita. È un operaio della Michelin che vive in un piccolo paese di provincia, Assys. Albert dentro di sé porta le stimmate del contadino (“La più grande soddisfazione dopo le otto ore di fabbrica era ridiventare contadino, nonostante il lavoro nei campi rubasse ore al sonno… La rugiada che esala odore di terra. Non c’era niente che amasse più di quell’odore preistorico…”). La terra dal sapore preistorico è l’entità, l’essenza a cui Albert sente di appartenere, la stessa terra che il generale De Gaulle e il suo ministro dell’agricoltura, Edgard Pisani, vogliono “modernizzare”, in quei primi anni Sessanta, in accordo con i comunisti, attraverso l’accorpamento dei fondi agricoli.  Una politica a cui lo stesso Pisani, oggi ultra-noventenne, guarda con disincanto, se non addirittura rimorso. Ma torniamo al romanzo di Seigle. Albert vuole suicidarsi. Sente di non appartenere al terrificante Nuovo Mondo che sta per arrivare. Ha una moglie, Suzanne, che non l’ama più, forse non l’ha mai amato. Lei, a differenza del marito, appartiene alla modernità, non fa che regalare al rigattiere del paese i vecchi oggetti (veri e propri pezzi d’antiquariato) sparsi per la casa. Ha imposto al marito l’acquisto del televisore – nessuno ce l’ha in paese – per vedere in un documentario il loro primogenito Henri, laureato in ingegneria, che fa il soldato in Algeria. Il 9 luglio sarà quindi il giorno in cui ad Assys il televisore comparirà per la prima volta.

L’altro figlio della coppia, Gilles, è poco più di un bambino ed ha una passione sfrenata per i libri. È il destino di questo bambino, totalmente perso nella lettura dell’Eugénie Grandet di Balzac, a stare a cuore al padre. Albert si prefigge, così, il compito di affidare suo figlio a una persona che ne abbia cura e che lo possa condurre per le strade tribolate del mondo. La scelta cadrà sul vecchio maestro di scuola, il signor Antoine che apre a Gilles gli scrigni della sua casa, con le stanze impreziosite da pile, da stalagmiti di libri che arrivano fino ai soffitti. Il romanzo sembra quasi un’analisi entomologica del momento del trapasso dallo zeigwiniano “mondo di ieri” alla fatidica “età del consumo”; è una descrizione, cioè, del momento, in cui il mondo contadino sta per abbandonare le sue vecchie consuetudini, per consegnarsi all’abbraccio mortale della modernità (simboleggiata, appunto, dal televisore), che imporrà il suo nuovo ordine mondiale, le sue leggi di mercato. Una specie di “scomparsa delle lucciole” transalpina con una prosa che specialmente nella prima parte del libro ha un tocco magico, ipnotico che non può lascia indifferenti. Molto bello e affascinante il discorso che Seigle fa sul linguaggio, sulle parole, anch’esse simboli del passaggio d’epoca: le parole del vecchio patois che nel paese di Assays vengono ormai soppiantate dal francese, la lingua che rivendicano invece tutti quelli che vogliono esseri “moderni” (in primis Suzanne). Le parole che dovrà cercare Gilles per capire quello che è successo a suo padre… È un libro dalla malinconia struggente, quasi fitzgeraldiana, quello di Seigle (magnifico il brano della pulizia di Albert alla vecchia madre persa nel mondo di ieri), che tocca tutti i tasti dell’animo umano, anche quelli più segreti e inconfessabili, come faceva il nume tutelare Balzac, con un incanto e un’efficacia raramente riscontrabili nelle odierne uscite letterarie. Un autore da tenere d’occhio, un libro da ricordare.

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