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Quella volta che Barbie mi parlò

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La prima volta che Barbie mi parlò stava facendo cadere il centrino per attirare la mia attenzione. Mi avvicinai per raccogliere il pezzo di stoffa e Barbie piegò le braccia, un po’ rigidamente, facendomi cenno di stare zitto e indicando la porta.

La prima volta che Barbie mi parlò stava facendo cadere il centrino per attirare la mia attenzione. Mi avvicinai per raccogliere il pezzo di stoffa e Barbie piegò le braccia, un po’ rigidamente, facendomi cenno di stare zitto e indicando la porta. Incredulo continuai a fissarla, allora lei buttò indietro la testa scuotendola. La presi per la vita e la tirai via. Lei mi chiese di scegliere dei nuovi abiti gettando un tacco a spillo sopra il baule dei vestiti. Optai per una mise più consona al pomeriggio: meglio non sporcare la gonna di taffetà color pesca. Scendemmo in cucina. La adagiai sul tavolo e finalmente Barbie mi parlò:
– Due zollette, grazie.
Compresi subito che voleva del tè e scaldai l’acqua col bollitore.
La seconda volta che mi rivolse la parola eravamo nella stanza del computer e Barbie stava sdraiata fra la tastiera e il monitor. Mi ero avvicinato per accenderlo quando lei si affacciò in jeans, felpa e scarpe da ginnastica dicendo:
– Andiamo in bici?
Il cielo era sereno. Di nuovo la presi per i fianchi, insieme corremmo in camera di mia sorella a cercare la bicicletta di Barbie, poi in garage per la mia. Pensai che Barbie e la sua bicicletta sarebbero state più veloci se avessero viaggiato nel mio cestino, così lo liberai e preparai la postazione panoramica.
Avevo nei piedi il mio solito giro: il parco… le dune… i salti… Al terzo sbalzo Barbie disse:
– A me piace il mare.
Immediatamente compresi che non era certo un pomeriggio di bicicross che lei si aspettava. Le chiesi scusa e le promisi che mi sarei organizzato per portarla presto al mare, ma che per il momento si sarebbe dovuta accontentare di venire a vedere le paparelle nel laghetto della villa. Non batté ciglio. Si sistemò i capelli. Io presi un’andatura più tranquilla e proseguimmo in silenzio la nostra passeggiata.
Nei giorni successivi volle bere altro tè e fare altri giri in bicicletta. La portai nelle sale da tè più panoramiche che conoscessi. Ogni volta cercavo di adeguarmi al suo abbigliamento. Quando si presentò sul comò con mantella e basco gialli, andammo al Caffè delle Arti. Il giorno in cui la trovai sul letto di mia sorella in shorts, canottiera e cappellino con visiera, con tanto di macchina fotografica al collo, mi sembrò chiara la sua richiesta di visitare Castel Sant’Angelo (a San Pietro non la fecero entrare). Ebbi serie difficoltà quel mercoledì che la vidi intenta a leggere Beckett, completamente vestita di nero. Non ci sono pomeridiane di Aspettando Godot il mercoledì. Le chiesi se un cinema sarebbe andato bene lo stesso. Barbie si portò le mani alla bocca. Dannazione! Non ci sono cinema muti!
– Va bene un dvd? – chiesi, rovistando fra i vecchi film della libreria. Spostò le mani dalla bocca, ai capelli, e scosse la testa:
– A me piace il mare – disse.
Non importava che la portassi in battello sul fiume, alle giostre, a vedere le mostre, al cinema. Lei voleva andare al mare. Bere il tè, andare in bicicletta. E sopra ogni cosa, andare al mare.
Iniziò a farsi più pressante con questa richiesta. Di mattina, quando mi alzavo e andavo a fare pipì la trovavo in bagno, sul bordo della vasca, in costume
– A me piace il mare.
Oppure sul davanzale, in pareo e zoccoli, sdraiata al sole
– A me piace il mare.
Una volta addirittura in macchina della mamma, con pinne e maschera, in bilico sul cruscotto infuocato
– A me piace il mare.
La presi velocemente per la vita, le misi una mano sulla bocca, prima che qualcun altro potesse sentirla. La nascosi nello zaino e la tirai fuori solo una volta rientrati in camera mia. Era visibilmente contrariata, tutta avvolta nella carta del mio quaderno di matematica, con la maschera che penzolava dalla punta del piede e le pinne ormai perse nell’astuccio dei colori. Chiaro che voleva un cambio. Non mi rivolse la parola finché non le portai il vestito bianco a quadratini senza spalline
– A me piace il mare.
– Va bene, Barbie. Ti piace il mare. Ti ci porto. Dopodomani andiamo al mare.
Per la soddisfazione, mi accarezzò con una mano. Con l’altra si sistemò i capelli.
Si fece trovare sul centrino, con un cappello di paglia a falde larghe, occhiali da sole e borsa da mare. Era bellissima col suo vestito giallo pieno di margherite. Prendemmo la bicicletta, stavolta solo la mia. A lei non andava di pedalare con gli zoccoli. Arrivammo a Piramide dove lasciammo la bici per prendere il trenino “La freccia del mare”. Mezzora ed eravamo a Ostia. Durante il viaggio non disse nulla, immersa com’era nella sua Settimana enigmistica.
Alla stazione le chiesi se voleva del tè, ma lei agitò la chioma al vento e sistemò le falde del cappello.
Facemmo la strada fino alla spiaggia sempre in silenzio. Ma appena vide lo sbrilluccichio del mare fece scivolare via gli occhiali e mi incitò ad andare più veloce. Mi infilai in un fazzoletto di spiaggia libera fra due stabilimenti e non mi fermai finché non trovai un posticino libero per noi.
– Va bene qui? – le chiesi, e già il cappello di Barbie giaceva sulla sabbia. Stesi il mio telo accanto al suo e la portai sul bagnasciuga.
– Sei felice ora ? – le chiesi.
– Ho bisogno di una vacanza.
– Di una vacanza… di una vacanza Barbie? Mi hai chiesto di prendere il tè e ti ho portato a prendere il tè nei posti più belli di tutta Roma; mi hai chiesto di andare in bicicletta e ti ho scarrozzato ovunque. Hai insistito in un modo assurdo su questa cosa di venire al mare, anche a costo di farci scoprire e ti ho portato a questo maledetto mare! Ora vuoi andare in vacanza. Una vacanza da cosa esattamente? Vivi in una villa a tre piani, hai la macchina, la bicicletta, il motorino, il cavallo, il pony, una vasca idromassaggio, un camper, vestiti diversi per ogni occasione… Io ho… dodici anni, 5 euro a settimana, e… te… e non ho bisogno di una vacanza da questo. Sono felice. Tu non sei mai felice, mai soddisfatta, mai un sorriso. Pensavo fossi… diversa.
– Ho bisogno di una vacanza – ripeté.
Senza dire una parola, tornai ai nostri teli, ancora asciutti. Li piegai e li riposi nella borsa. Raccolsi il cappello, aiutai Barbie a rivestirsi, poi presi la direzione del porto. Camminai fino al terzo molo prima di vedere anima viva.
Su di una barca ormeggiata stava giocando una bambina con delle codine bionde.
– Vivi qui? – chiesi.
E lei
– No, siamo in vacanza, domani ripartiamo, andiamo a Ponza.
Presi nuovamente Barbie per la vita, con la sua borsa, il suo cappello e i suoi occhiali. Mi avvicinai alla barca e tesi il braccio verso la bambina:
– Tieni, lei è Barbie, le piace il mare, il tè e andare in bicicletta. Abbi cura di lei.
La bambina mi fece un sorrisone e poi salutò Barbie adagiata fra le sue braccia.
Mentre camminavo sul molo la sentii dire:
– Due zollette grazie.
– Buon viaggio Barbie – mormorai.

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