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Il Giorno della Porchetta

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Potremmo fissare qui l’inizio del giorno peggiore del 2012, le 12 e trenta del 31 dicembre. Il pranzo di fine anno: l’unico evento di socializzazione offerto dalla nostra azienda. Intorno a me: il riporto del capo del personale piegato sul mastodontico panettone artigianale, affettato democraticamente da lui personalmente, grandi strette di mano di dirigenti naturali e laterali, sorrisi, pacche sulle spalle, pacche sul culo, gente che soffre.

Potremmo fissare qui l’inizio del giorno peggiore del 2012, le 12 e trenta del 31 dicembre.
Il pranzo di fine anno: l’unico evento di socializzazione offerto dalla nostra azienda.
Intorno a me: il riporto del capo del personale piegato sul mastodontico panettone artigianale, affettato democraticamente da lui personalmente, grandi strette di mano di dirigenti naturali e laterali, sorrisi, pacche sulle spalle, pacche sul culo, gente che soffre.
Sì gente che soffre.
Imbarazzata, costretta a scegliere tra bere e mangiare perché dotata di due sole mani.
Il finger food è fuori moda, da noi solo buffet con cibi sostanziosi.
Una sola regola: umiliare i dipendenti che non riescono a mangiare all’impiedi.
Gli appoggi non sono ammessi.
I raccomandati sono disorientati.
Alcuni inventano sistemazioni di fortuna, incluse pance di donne incinte e teste di nani, o peggio.
Alcuni si organizzano in coppie, uno taglia, l’altro regge il piatto.
Lo chiamano team building, lavoro di squadra.
Altri sfidano Darwin. Tentando la presa multipla di calice di vino, piatto da portata e posate, si allenano al multi tasking.
Il menù è il seguente, e non aiuta: carciofi giganti sott’olio, lasagna unta e liquida a temperatura del piombo fuso, fette di prosciutto di 2 cm di spessore con il grasso resistente alla sega a nastro, pane di grano, duro.
E infine… rullo di tamburi… nel tavolo d’onore…tra pareti affrescati, stoffe damascate e annesso norcino di Ariccia…ecco a voi la regina indiscussa dei buffetdeidirigentiradicalchic: LA PORCHETTA.
Il suo odore stordisce, cotenna cromata, carni burrose, estasi di fegato e milza tagliati a tocchetti, manciate di rosmarino e di finocchio selvatico, è la musa che ispira discorsi surreali tra persone che lavorano insieme da anni ma si conoscono solo via mail.
Le donne si muovono in tre gruppi distinti.
Al primo posto, ironicamente in disparte, le tailleurate.
Manager senza figli, divorziate, lesbiche o zitelle. Amano bere bene, le SPA, le parolacce e dichiarano di lavorare meglio con gli uomini. Odiano le colleghe in maternità, le ferie e il grasso superfluo.
Seguono, rapide e ovunque, le maculate.
Segretarie rampanti che investono lo stipendio in abiti zebrati, leopardati o strassati. Amano i vestiti aderenti, l’odore della fotocopiatrice e i complimenti. Odiano i capelli in disordine, le rivoluzioni digitali e i cambiamenti gerarchici.
In fondo alla catena, non collocabili e confuse, le sciatte.
Donne vestite peggio delle altre con abbinamenti improbabili, scarpe comode su pantaloni classici, vestiti hippie con giacche maschili che gridano mi fa schifo il lunedì e non ho ancora capito cosa voglio. Amano la vita che c’è fuori, le iniziative di beneficenza e il cibo biologico. Odiano il traffico, i discorsi di circostanza e i paraculi.
Trangugio tre bicchieri di vino e conto di poter dedicarmi ad un pomeriggio prefestivo di cazzeggio quando il mio caposettore mi fa:
“Dottoressa si ricorda quella determina da ritirare in provincia?” assolutamente no
“Scadeva oggi.” simpatica
“Io non posso andare, sono oberato.” Ubriaca vorrai dire, senti che fiatella.
“le ho preparato una delega, ci vada lei, mi faccia sta cortesia. Ovviamente prenda un taxi a carico dell’azienda”.
Annuisco.
Nel frattempo penso nell’ordine che:
1. È capodanno
2. L’unico invito decente che ho rimediato è per una festa mascherata nella casa in campagna di una tizia amica di amici
3. Non ho una maschera
4. Mi scoppia la testa
Chiamo mia madre, il che non migliora assolutamente il mal di testa.
Promette di rimediarmi una maschera per stasera.
“Ma sei proprio sicura di non voler cenare con noi e lo zio Pico?”
“Sí mamma. Poi ti prego non nominarmi lo Zio Pico.”
“Guarda che sono mesi che ha smesso gli psicofarmaci. È un’altra persona, davvero, dovresti vederlo.”
“No mamma, anche no, lo voglio ricordare che pisciava di fronte a tutti nel giardino dei genitori di Marco.”
“Era la prostata.”
“Va bene mamma, ci sentiamo dopo.”
Per fortuna i miei colleghi se ne sono già andati dopo il pranzo.
Io devo chiamare un taxi.
Ho mal di testa + nausea.
Da fuori mi sembra che Il tassista parli da solo, il rumore della radio si sente dall’esterno.
Quando apro lo sportello realizzo drammaticamente che la radio è spenta e lui è un tassistafrustratocantantemancato.
“Non amarmi perché vivo a Londra, non amarmi per cambiare il mondo…signorì dove la porto?”
Veramente vorrei scendere. “Alla sede della provincia in via della borghetta grazie.”
“quest’amore bello come il sole come un acquazzone come due aquiloni stretti per la mano…”.
Ma che fa, mi guarda pure come se aspettasse un duetto?!
Drinn…MAMMA…Rispondo.
“Grazie mamma, che maschera è? Di una tua amica, chi scusa?
Dice che è carina,  dice un pagliaccetto. Vabbè.”
L’usignolo al volante attacca con Mi manchi di Fausto Leali e contemporaneamente si taglia le unghie con cura.
Il rumore è insopportabile: ” …posso far finta di star bene ma mi manchi” tuc. pezzo di unghia che vola nell’abitacolo. Schivo miracolosamente. É un incubo.
Ma pensa a guardare dove vai che oltre a cantare male guidi di..Bumm!!!
La botta arriva fortissima, il furgoncino si incaglia sul lato del taxi non occupato. Il vetro va in frantumi. Qualcosa ci cade sopra.
Non mi stupisco nel realizzare che:
1.    Il furgoncino è di quelli che vendono panini per i concerti con la vetrina a vista.
2.    La vetrina si è aperta nell’impatto facendo precipitare sulla nostra macchina e sull’asfalto umido di pioggia panini gommosi e porchetta rancida.
3.    Guida il mezzo una checca isterica egiziana che dopo 1 secondo scende a terra ad inveisce contro il fausto leali de noantri. Lui non aspettava altro. Scende e lo apostrofa con un finissimo “piainculo che non sei altro, ma al paese tuo t’hanno ‘mparato a guida così!”
A questo punto, strordita ma illesa, scendo e mi allontano con alle spalle l’egiziano che inveisce contro il tassista “lei è un quaquaraquà”. Mah.
Prendo la metropolitana poi un autobus.
La testa mi martella, lo stomaco si rivolta.
Eccomi in provincia il 31 dicembre.
Voi direte, è chiusa? Invece no, è aperta. È aperta ma c’è una festa in corso che coinvolge uscieri in servizio, guardie giurate, fedeli impiegati pubblici e i disoccupati in fila allo sportello per l’impiego.
“Dovrei ritirare una determina”
“Determina dice?”
“Sì determina, determina n.445168 ”
Che già il nome rende l’idea. il parlamento legifera, al massimo norma,  il governo decreta, qualcun’altro regolamenta ma chi cazzo è che determina!
Probabilmente qualche alto funzionario con le manie di protagonismo. Ovviamente in ferie.
Ovviamente la determina è custodita in archivi segreti e inaccessibili ai più.
“Certo signori, pure lei, che s’aspettava. non ci si riduce all’ultimo giorno”.
Ehnno, la paternale non me la becco, di certo non da un tizio con la bocca unta e con un cappello argentato in testa.
“Guardi, io la devo ritirare, l’ufficio è aperto ed è pubblico, quindi o me la date o pianto un casino che neanche s’immagina.”
Perfetto, dopo una frase del genere o sei una stronza tale da crederci davvero, o sei così disperata da scoppiare a piangere.
Senza neanche passare per una dignitosa lucidità, il lacrimone scende sulla guancia, portando con sé i 20 minuti di trucco speciale pranzo aziendale.
La signora dell’archivio è una madre di famiglia, mossa a compassione mi accompagna al buffet e mi dice di aspettare. “Ci penso io, lei si calmi e prego…favorisca!”.
Mago Merlino, abbandonato toni critici, unto e bisunto, mi intrattiene sulla rava e la fava. Che la provincia no che non è un ente inutile come la descrivono, altro che caviale e sprechi. Al massimo pranzo di natale con mortadella e….
Porchetta, porchetta, porchetta, porchetta, porchetta, porchetta, porchetta.
Ho lo sguardo perso nel vuoto, le lacrime agli occhi.
Infilo la determina in una cartellina e me ne vado senza ringraziare.
Porchetta, porchetta, porchetta, porchetta, porchetta, porchetta, porchetta.
La testa mi esplode e mi viene da vomitare.
Stravolta passo a ritirare la maschera.
Non è esattamente un pagliaccetto, ma non ho scelta.
Sono le nove passate quando mi rimetto in macchina. Devo bere, devo divertirmi, devo dimenticare questa giornata, anzi quest’anno.
Arrivo e non c’è nessuno mascherato, cerco facce note.
Qualcuno mi mette un vassoio in mano e mi spedisce in cucina.
Quando entro la frase mi esce spontanea: ho portato la porchetta.
O forse è lei che ha portato me, chi può dirlo.
E mi vedo: sono vestita da Pierrot, pantaloni e giacca a palloncino, cuffietta nera, cerone bianco e lacrima disegnata.
Reggo un vassoio di porchetta.
Sono l’unica mascherata.
La mia vita fa schifo.
Buon anno anche a voi.

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