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Fate il nostro gioco

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Si chiama "Fate il nostro gioco" la mostra interattiva che riproduce l’ambiente e le atmosfere di un Casinò, realizzata per combattere la dipendenza dal gioco d’azzardo.

Si chiama “Fate il nostro gioco” la mostra interattiva che riproduce l’ambiente e le atmosfere di un Casinò, realizzata per combattere la dipendenza dal gioco d’azzardo. L’esibizione, che si potrà visitare gratuitamente a Trento fino al 18 aprile presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Trento, fa parte di un progetto contro la ludopatia messo a punto da Paolo Canova e Diego Rizzuto, un matematico e un fisico di Torino, per spiegare in modo scientifico che vincere davvero alla lunga è impossibile.

In un ambiente che ricostruisce fedelmente una casa da gioco i visitatori scoprono che a prevalere è sempre il banco, visto che ha un margine fisso e sicuro di guadagno. Fortunatamente non lo imparano a proprie spese, perché all’interno di “Fate il nostro gioco” tutto è vero, anche le emozioni, ma i soldi no. La mostra prevede solo visite guidate per gruppi di massimo 30 persone con età superiore ai 13 anni.

Prima di diventare un’esposizione interattiva, il progetto era partito nel 2009 con il solo scopo di raccontare al pubblico in modo accattivante la probabilità e la statistica. Ma con gli anni si è arricchito di una valenza sociale sempre più importante e nel 2013 ha trovato il sostegno della Regione Piemonte (assessorati all’Istruzione, alla Sanità e Osservatorio Antiusura) che ha sentito l’esigenza di trovare risposte adeguate a un fenomeno, quello della ludopatia, che dal 2004 (265 casi) al 2011 (950 casi) ha visto quadruplicare il numero degli utenti che sono stati trattati nei Sert locali. Ha preso così il via un percorso tra gli studenti piemontesi di oltre 50 “conferenze interattive” nelle scuole superiori, per spiegare, con dimostrazioni pratiche e simulazioni, che la probabilità di fare 6 al Superenalotto con una sestina è una su 622 milioni e 614 mila 630. Ovvero la stessa di trovare, bendati, un coriandolo rosso, in una stanza di 20 metri quadrati per tre metri di altezza, riempita di coriandoli bianchi.

Nel nostro Paese si stima vi siano, se teniamo conto anche dei minorenni, quasi 2 milioni di giocatori a rischio e circa 800 mila patologici. La dipendenza dal gioco ha portato la ludopatia ad essere dichiarata malattia sociale al pari del fumo e dell’alcolismo.

La spesa sanitaria per assicurare le cure e la disintossicazione dei casi gravi, fra qualche anno potrebbe superare di gran lunga gli introiti che derivano all’erario dallo sfruttamento del gioco. Agli inizi degli anni ’90 esistevano solo 3 giochi: Totocalcio, Lotto e Ippica; oggi ci sono 42 diversi gratta e vinci che prevedono puntate che vanno da 2 a 20 euro, più lotterie nazionali, superenalotto, win for life, ecc. Nel 2012 sono stati spesi quasi 80 miliardi di euro in lotterie, gratta e vinci, video poker, slot machine con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente.

Sociologi e ricercatori che stanno studiando il fenomeno hanno identificato il profilo del giocatore “tipo”: maschio, a bassa scolarizzazione, e spesso anziano, perché trova nelle sale Bingo anche un luogo per socializzare.

Dalla consapevolezza che non basta quindi sensibilizzare i giovani, Canova e Rizzuto hanno intrapreso un viaggio sul territorio, grazie a collaborazioni con enti che si occupano specificamente dei problemi sociali derivanti dal Gioco d’Azzardo Patologico (GAP), con ASL, con diverse associazioni che trattano soggetti affetti da ludopatia e vittime di usura.

I protagonisti di questa esperienza, insieme a Sara Zaccone, hanno fondato nel 2012 TAXI1729, una società di formazione e comunicazione scientifica allo scopo di unire rigore logico e divertimento. Per spiegare il progetto “Fate il nostro gioco” sono stati ospiti di numerose trasmissioni televisive e radiofoniche nazionali e locali, hanno rilasciato numerose interviste sui più importanti quotidiani e sono approdati perfino alla Camera dei Deputati. Da tempo, infatti, le istituzioni cercano di regolare l’accesso ai giochi, impedendo la pubblicità ingannevole, inasprendo le regole per la concessione delle licenze per le sale da gioco, scongiurando, se possibile, la loro collusione con la criminalità organizzata.

 

Abbiamo chiesto a Diego Rizzuto quale fosse ai suoi occhi lo scopo principale di questa iniziativa.

Certamente quello di immunizzare i potenziali giocatori in maniera razionale, con concetti matematici. Poi quello di spiegare quali caratteristiche ha la dipendenza, che non si può definire un vizio, ma è una vera e propria malattia dalla quale si ha tante più probabilità di guarire quanto più è precoce la diagnosi. Ai ragazzi spieghiamo che ci si può rivolgere alle associazioni, ai Sert e che è importante verificare anche i comportamenti dei componenti della famiglia rispetto al gioco per poterli aiutare. Solo per dare un ordine di grandezza segnaliamo che quasi un italiano su sessanta è giocatore problematico o patologico.

 

Come è nata la vostra iniziativa?

Avevamo la consapevolezza che la probabilità e la statistica fossero materie un po’ indigeste agli studenti e spesso odiate anche dai docenti. Da qui, il desiderio di realizzare un progetto di divulgazione scientifica che, in parallelo a una campagna di informazione che fornisse dati oggettivi e chiari, potesse aiutare a muoversi in un campo, quello delle scommesse, in cui molto si gioca sull’ignoranza e la buona fede della gente. Nel tempo la componente sociale è divenuta dominante avendo avuto fino ad oggi l’opportunità di incontrare circa 35.000 persone fra operatori e studenti, in laboratori interattivi, conferenze spettacolo e mostre.

 

C’è qualcosa, magari una domanda ricorrente, un’affermazione, che vi fa capire che il vostro messaggio è stato compreso?

Nelle nostre attività con gli studenti in Piemonte siamo sempre affiancati da psicologi delle ASL che si occupano di dipendenze. Attraverso un questionario abbiamo chiesto ad un campione di studenti di descrivere cosa fosse per loro il gioco d’azzardo. Dopo averli lasciati rispondere, abbiamo realizzato una dimostrazione per spiegare che secondo i numeri è impossibile ottenere la certezza di una vincita. A quel punto abbiamo sottoposto di nuovo lo stesso questionario e abbiamo osservato che i ragazzi avevano maturato il convincimento che per fare i soldi non serve giocare ma bisogna casomai aprire un casinò. Si sono sentiti presi in giro da chi propone il gioco d’azzardo. Questo vuol dire che abbiamo fatto breccia sulla loro emotività oltre che sulla loro razionalità.

 

La crescita dei giochi e delle lotterie nel nostro Paese è da collegarsi al bisogno di cambiare la propria vita e ha legami con la crisi economica?

Siamo giocatori da sempre, prima dei dadi usavamo le ossa delle pecore, il lotto è nato in Italia circa 500 anni fa. Il gioco d’azzardo è un fatto culturale. In Italia, però, negli ultimi anni si è investito molto in questo settore e gli importi giocati hanno raggiunto cifre che non si possono più giustificare. Il problema dei giocatori è che solo una piccola percentuale è conosciuta, quelli che non emergono alimentano il mercato dell’usura, spesso non lavorano e determinano un costo sociale molto alto e difficile da quantificare. E non è così scontato che questo aumento sia da mettere in relazione alla crisi: nel 2008, all’inizio della crisi, da noi la raccolta è aumentata ma in Francia è scesa del 3,5%.

 

Quale sarebbe il giusto approccio al gioco?

Direi che bisognerebbe giocare per divertirsi. È matematicamente sbagliato pensare di giocare per vincere. Occorre una sana educazione al problema esattamente come si è fatto per il fumo e per l’alcool. Nessuno può negare che è un piacere bere un buon bicchiere di vino, ma è altra cosa ubriacarsi.

 

Avete incontrato anche giocatori patologici?

Sì e abbiamo cercato per esempio di smontare il convincimento che inseguire i numeri ritardatari possa offrire più probabilità di vincita. Molti di loro, dopo una lunga permanenza alla slot machine, quando decidono di interrompere la sequenza di gioco e hanno perso molto, pensano di bloccare la macchina per impedire ad altri di portare a casa il bottino. Abbiamo dimostrato scientificamente che è inutile. Nulla può garantire di ottenere la vincita alla ripresa. E abbiamo dimostrato anche che è sbagliato caricarsi di aspettative e di rabbia dopo aver perso tanti soldi. La grossa vincita, quella che ripaga dell’investimento, non ha probabilità concrete di verificarsi.

 

Vi siete posti un obiettivo?

La doverosa premessa è che non siamo proibizionisti, tuttavia saremmo contenti se il volume di gioco in Italia scendesse, se circolasse più informazione corretta sul gioco d’azzardo e ci piacerebbe che il settore fosse, nel suo complesso, più regolamentato a partire dalla pubblicità. Siamo convinti che la prevenzione sia molto più efficace della cura.

Se anche solo una parte di obiettivi fosse raggiunta potremo ritenerci soddisfatti del nostro lavoro.

 

Per seguire da vicino questo gruppo è possibile visitare il sito internet www.fateilnostrogioco.it oppure entrare nella pagina facebook “fateilnostrogioco” che viene aggiornata continuamente con le notizie sulle attività e sugli eventi organizzati.

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