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Un dentista al sabato mattina ti fa scoprire De Sica

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Auguro alla scuola Omero tutta la fama del mondo, tutti i lettori dell’universo… meno che una, la mia dentista. Si perché ho bisogno almeno di scriverlo: sei una stronza...

Auguro alla scuola Omero tutta la fama del mondo, tutti i lettori dell’universo… meno che una, la mia dentista. Si perché ho bisogno almeno di scriverlo: sei una stronza, ma di quelle con la S maiuscola. Stronza.

Da quasi un anno mi torturi con appuntamenti impossibili. Attraverso la città sotto ogni forma di intemperie per poggiare il mio sedere sul tuo sacro lettino non più di venti minuti e sentirmi dire… la prossima volta facciamo anche questo …

Adesso anche il sabato. E per di più primo appuntamento. Non so descrivere le mie reazioni se non dicendo che nei fatti mi sono arreso, non chiederò neanche lo sconto al momento di pagare. Inerme dico ok, mi trattengo dal ringraziare e abbasso la cornetta. Che stronza.

 

Come previsto. Dieci minuti e sono fuori. È un sabato mattina ricco di sole. Non torno verso la metro, mi merito almeno due passi sul lungo Tevere. Mi affaccio e dall’altra parte, uno dei pochi monumenti che ancora non ho visitato mi ammicca lucente: è l’Ara Pacis.

Chissenefrega. Un mezzo accrocco di frammetti sotto una teca di fronte alla quale hanno peraltro costruito un muretto osceno che spero butteranno giù prima o poi.

 

Ma perché sto scrivendo? E soprattutto perché un lettore dovrebbe essere incuriosito dal titolo di questo pezzo per arrivare fino a qui? Un messaggio di fiducia, lo voglio dire direttamente senza finali a sorpresa, non siamo mica qui a fare le uova della kinder!

 

Nonostante la stanchezza della settimana, aggravata dalla sveglia all’alba del sabato mattina, sotto un accrocco di frammenti di un altare rimasto sepolto per secoli (saranno veramente i frammenti giusti?), mi sono dato una possibilità e ho visitato (quasi in solitario) la mostra “Tutti De Sica”. E mi sono dimenticato tutto. Una delle mostre più belle che mi sia capitato di visitare.

 

 – – – – – – – Fine prima parte- – – – – – –

 

Messaggio: quando siete stanchi o abbattuti, quello è il momento di rilanciare. Qualcosa di buono, una sorpresa può essere dietro l’angolo.

Messaggio subliminale: informatevi bene prima di scegliere un dentista.

 

– – – – – – – – – – Secondo atto: per chi vuole sapere – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

 

Attratto dalla grande insegna con caratteri bianchi su sfondo rosso, piacevolmente disorientato dall’assenza di code all’ingresso, mollo la giacca e muovo i passi all’interno.

La mostra si svolge tutta al piano di sotto a cui si accede tramite una pedana che funziona come una macchina del tempo. La forza delle foto alle sue pareti ti riportano istantaneamente indietro nel tempo. E la cosa funziona, anche per chi in quegli anni non ci ha mai vissuto. Vi fermerete sicuramente sull’ultima prima di svoltare ed entrare nella mostra.

Siamo qui a parlare di arte in un paese che è stato attraversato da un atroce conflitto che si farà sentire anche dopo essersi concluso.

Sono Attilio Castellini, chi leggerà queste righe è pregato di informare la mia famiglia. Famiglia Castellini via Dante Borgomane che sono stato fucilato. Saluti a tutti. Ciao, musino mio

Io di Vittorio De Sica sapevo sono quello che non si può ignorare: ladri di biciclette, sciuscià, neorealismo, Zavattini, Cristian. Praticamente niente.

Ma la portata del personaggio viene subito svelata: Vittorio De Sica è probabilmente, numeri alla mano, il numero uno. Apparso in più film di Sordi (151) e Totò (101), ben 157, è stato tutto fuorché un’unica cosa. Nasce attore teatrale, ma deve la sua fortuna iniziale al canto, prima di intraprendere la carriera di attore cinematografico e quindi, dagli anni quaranta, iniziare quella di regista e sceneggiatore. 39 i film girati e ben 4 oscar, al pari di Fellini, il nostro regista più premiato da Hollywood. Innegabilmente è questo il lato che mi appassiona di più, la sua carriera di regista e sceneggiatore.

 

Ma i numeri lasciano il tempo che trovano, anzi, la mostra scivola lontano dalla celebrazione del successo, dei numeri, è piuttosto guidata dalla ricostruzione del percorso umano e professionale di Vittorio. I carteggi che mettono in risalto la ricchezza del rapporto con Zavattini, piuttosto che il ruvido confronto con un Giulio Andreotti versione Censore, regalano più di una fredda serie di numeri. Un solo oscar esibito, non dico in un angolo, ma neanche al centro della sala.

 

Due cose su tutti mi hanno colpito, entrambe nella prima sala.

Per inciso, visto che tendo ad essere prolisso, anche la seconda, quella dedicata alle commedie all’italiana è molto interessante.. e vedere la Loren che si spoglia in Matrimonio all’Italiana è a dir poco ispirante! Questo ballo qui sotto poi mi risuona ancora nella testa.. e se andrete capirete perché… Vedete anche voi un gentile omaggio di De Sica a Totò ?

 

Cosi come meritano di essere ascoltate tutte, una per le interviste che i vari Allen, Verdone, Eastwood, Monicelli, i tre figli e molti altri hanno lasciato in ricordo di Vittorio.

 

Ma è nella prima sala in cui si apprezza la sua formazione, la sua grandezza, il suo marchio. Dopo essersi cimentato in teatro, nel canto e nella recitazione cinematografica, Vittorio passa dietro la telecamera e da subito dice qualcosa di diverso rispetto agli altri.

Il bisogno di restituire la realtà, di bucare lo schermo per portare agli occhi di tutti ciò che accade nella vita di tutti i giorni lo porta ad affidarsi ad attori non professionisti, da Lamberto Maggiorani e Enzo Staiola, padre e figlio di Ladri di Biciclette (per entrambi primo film e dopo il quale ritornarono alle loro vite) o al professore di lingue neolatine Carlo Battisti per Umberto D e cosi via.

 

Le reazioni del pubblico non sono univoche (come testimoniano le cartoline e i giornali dell’epoca) e i quattro pilastri del neorealismo di De Sica ricevono un accoglienza mista, con un pubblico diviso e talvolta deluso dalla mancata favola che forse si aspettava, mentre gli intellettuali apprezzano e celebrano il regista. Quattro i grandi film neorealisti: sciuscia (46), Ladri di biciclette (48), Miracolo a Milano (1950) e Umberto D (1952) tuttavia, se le commedie incassano fino a 2 miliardi di lire, Sciuscià e Umberto D a fatica superano i 100 milioni di lire, mentre ladri di biciclette supera i 500 milioni.

È questa sete di verità, di autenticità che porta sullo schermo soggetti moderni come un padre alla ricerca della sua bici attanagliato dalla necessità di tenersi un posto di lavoro, piuttosto che un pensionato povero che, aggrappato alla sua dignità, rifiuta di chiedere l’elemosina per pagarsi l’affitto ed evitare lo sfratto.

 

Fermatevi dentro la piccola sala cinema all’interno della mostra dove proiettano gli spezzoni dei film del neorealismo, quale di questi vorreste vedere? Quale vi ha toccato con la sua storia?

 

Io ci sono già stato due volte e ancora non posso dire di aver svelato il segreto di Vittorio, non posso dire di aver capito quell’alchimia che si è creata con Zavattini e a cui è dedicato un intero percorso nella prima sala. Non so se avrò modo di tornarci, nel frattempo di titoli da vedere ho fatto il pieno.

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