Medea. Un eterno esilio, un’eterna sofferenza

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Folle nel dolore quanto razionale nella vendetta, una donna proveniente da un paese selvaggio si avvale delle sue abilità di maga per punire il tradimento del marito...

 

Folle nel dolore quanto razionale nella vendetta, una donna proveniente da un paese selvaggio si avvale delle sue abilità di maga per punire il tradimento del marito, giungendo a soffocare anche il proprio istinto materno.

È la storia eternamente moderna della Medea di Euripide, messa in scena al Teatro Flavio fino al 14 aprile dalla compagnia Venturini.

Emblema della femminilità intesa come parte degenere e primitiva della società, Medea – prelevata dalla Colchide dallo stesso marito -, non sarà mai gradita nella città di Corinto. La sua tragedia non è solo quella di una donna che lotta contro un uomo ma anche quella della barbarie che lotta contro la (apparente) civilizzazione.  Diversa, immune dai condizionamenti delle istituzioni, artefice di scompiglio e paura, intende – seppur a caro prezzo – sfuggire a una sottomissione ineluttabile.

Sul palco del Teatro Flavio, la versione diretta da Franco Venturini – della quale ben incarna i ruoli di Giasone e del re Creonte – è ben sorretta sia dal piano linguistico che dalla snellezza della trasposizione volta a scansare ogni accademismo.

 

In una scenografia essenziale ma che si rivela sorprendentemente celebrativa (un piccolo tavolo, un altare, uno sgabello, cesto di stoffe e inquietanti maschere sospese che sovrastano il tutto), Federica De Vita porta sulla scena ogni battito del cuore straziato di Medea destreggiandosi tra un conturbante isterismo e una commovente fragilità.

Il lamento nel soliloquio di apertura – che palesa lo sconcerto della donna per l’ abbandono di Giasone per la figlia di Creonte – lascerà presto il  passo a una maturazione cosciente e cruda del suo progetto di vendetta. Una volta donato un peplo e una corona avvelenati alla rivale, tornerà a rivestire i panni  della donna fiera di un tempo, ora però capace di uccidere i suoi stessi i figli, beffandosi di un Giasone che supplica, invano. Questo è per lei l’unico mezzo in grado di ripristinare una Giustizia venuta meno con il torto subìto. Non riconoscendo altro potere se non quello della sua libertà, finirà poi per divenirne vittima. Pertanto, la vittoria di Medea su Giasone è insieme la sua disfatta. Mentre riscatta la propria dignità, si aggiudica anche l’alienazione e l’autodistruzione. E la fuga sul carro alato suggella la condanna all’eterno esilio e eterna sofferenza.

 

La trasposizione della compagnia Venturni gode di un’intelaiatura robusta che fa da perno alla lenta parabola della protagonista, il cui monologo è un’incessante dialogo introspettivo.
Ammaliatrice e implorante all’evenienza, Federica De Vita – irradiata da luci ora pallide, ora sfolgoranti (riflesso degli eventi) – coinvolge, fa orbitare la pièce attorno a sé e restituisce i mutamenti di umore con una vivace mimica, movimenti flessuosi e una sapiente modulazione della voce. Voce che urla un’anima afflitta e che viene esaltata dal proscenio desolato che funge da eco. Sopperisce all’assenza del coro delle corinzie  una voce fuori campo che consiglia, ammonisce e conforta la donna facendosi custodia dei suoi sfoghi.

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