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Le stanze segrete di un piccolo teatro

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In via della Penitenza n 3, una viuzza stretta e un po’ nascosta agli occhi dei turisti, nonostante ci si trovi nel cuore di Trastevere, c’è una porticina di legno senza insegna...

In via della Penitenza n 3, una viuzza stretta e un po’ nascosta agli occhi dei turisti, nonostante ci si trovi nel cuore di Trastevere, c’è una porticina di legno senza insegna; all’entrata si viene accolti da una signora truccata in maniera vistosa, le labbra contornate da un classico rossetto rosso, l’abbigliamento semplice e sbrigativo, tipico della madre di famiglia alle prese con le faccende quotidiane. L’atmosfera è familiare: un tavolinetto basso di legno in cui sono appoggiate locandine e giornali, un piccolo registratore di cassa e un modesto pannello di controllo per luci e suoni, forse l’unico elemento che aiuta a capire dove si è capitati. Teatro delle stanze segrete; il nome si adatta perfettamente all’ambiente, una stanza poco più grande di un monolocale, tipico del centro storico romano, con 25 sedie di legno disposte a semicerchio attorno a un ambiente che riproduce l’interno di una cucina, luogo dove si svolge lo spettacolo Buonanotte, mamma. Alle spalle dello spettatore, una scalinata a chiocciola, da cui scende per prima una delle due protagoniste della pièce, una ragazza vestita in maniera piuttosto sciatta, trasandata, capelli biondi legati in una coda improvvisata all’ultimo momento senza neppure l’ausilio di uno specchio e uno sguardo spento, spaventato, perso nel vuoto. Gli occhi sembra facciano fatica a rimanere aperti, il viso è pallido, scarno, il passo invece frettoloso, in una fuga continua da sé e dal mondo. La voce: stridula e cantilenante allo stesso tempo, flebile e a un tratto isterica: «mamma dove hai messo gli asciugamani e il telo grande»? Dalla stessa scala, con passo affaticato, scende una signora grassottella, avvolta in un abito nero che enfatizza un aspetto già di per sé prorompente, capelli rossi, viso dai tratti regolari, segnato, oltre che dal trucco, dalle tracce del tempo e di un dolore ormai cicatrizzato ma sempre pronto a celarsi dietro a un sorriso e a un’allegria che sembrano non appartenere più a quel viso ma che un tempo ci sono state. Madre e figlia: due fisicità diverse, agli antipodi, che condividono però lo stesso spazio angusto, in cui anche gli oggetti sembrano espressione di una solitudine e di una incomunicabilità ormai radicata: un piccolo tavolo, due sedie, un mobile di legno su cui è appoggiato un vecchio televisore e quello che oggi si chiamerebbe un angolo cottura, con mensole in cui si trovano allineati barattoli di vario tipo e due tazze, appoggiate accanto a un pentolino da latte. Colpisce in questo scenario, fatto di cose essenziali e disposte in un ordine maniacale, la presenza di due orologi: il tempo, quelle 21:30 che a fine spettacolo diventeranno le 23:00; è lui il vero padrone di casa e delle vite stesse delle due protagoniste, un tempo in cui si mescolano inesorabilmente passato e presente, un passato fatto di silenzi, cose non dette ma soprattutto di dolore e angoscia e un presente sospeso nell’attesa di qualcosa che stravolgerà l’esistenza di entrambe le protagoniste. Qualcosa che viene annunciato sin dall’inizio dello spettacolo, quasi a voler preparare lo spettatore all’inevitabile; la maniacalità della figlia nel compilare su un piccolo bloc-notes liste di cose da fare per la madre, dai regali di compleanno per gli anni futuri all’ordine del cibo al lattaio, la sua frenesia nell’annotare tutto ciò che deve ricordare e nel muoversi continuamente salendo e scendendo le scale, questa volta una semplice scalinata con in cima una porta che resterà socchiusa per tutto il tempo dello spettacolo, le sigarette accese una dietro l’altra, «l’unica cosa che mi dà tranquillità», tutto sembra diventare un segnale premonitore di quella scelta da cui non è più possibile tornare indietro. Con il trascorrere del tempo quei foglietti di carta finiranno strappati l’uno dopo l’altro nella spazzatura, l’ordine lascerà il posto a teglie e oggetti sparsi sul pavimento, i silenzi, le parole sussurrate diventeranno urla, pianti, quella porta si chiuderà e una madre rimarrà sulle scale, immobile di fronte all’inevitabile.

 

Buonanotte, mamma di Marsha Norman con Alessandra Ferro e Maurizia Grossi

Regia: Giuseppe Oppedisano

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