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L’amante passeggero

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Alla Conferenza Stampa di Gli amanti passeggeri, Pedro Almodóvar beve thè e traccia i suoi disegni veloci a matita sul blocco notes dell’Hotel Ripetta a Roma.

Alla Conferenza Stampa di Gli amanti passeggeri, Pedro Almodóvar beve thè e traccia i suoi disegni veloci a matita sul blocco notes dell’Hotel Ripetta a Roma.
Appena entrato ha cercato quel blocco con gli occhi.
I segni sulla carta gli permettono di concentrarsi, di prendere le distanze dalle domande, depurando le sue risposte da eventuali aggressività. O eccessi. O chissà cosa.
Sempre, alla fine di ogni conferenza, qualcuno tra il pubblico prova a metterci le mani, in cerca di segreti o magiche formule.
Ma quei fogli immancabilmente non ci sono più.

Oggi nella mano di Almodóvar che stringe la matita sembra esserci qualcosa di diverso: di più sbrigativo o di meno esuberante forse.
Ci sorride con la tenerezza di sempre, come sempre lo sentiamo, seduto accanto a noi, vibrare di empatia, di sdegno, di ironia secondo l’atmosfera che prevale in sala, come sempre lascia spazio agli attori che siedono alla sua destra. Una ristretta rappresentanza del nutritissimo cast del film.

C’è una distanza però. Un’indefinibile stanchezza.
Come un  senso di inutilità forse per le domande che verranno, per le risposte che si daranno su una realtà di cui il suo ultimo film è metafora: con il suo aereo in avaria che gira a vuoto in attesa che gli venga assegnata una pista per un atterraggio di fortuna. E i suoi passeggeri soli di fronte al pericolo, privi di televisioni, telefonini e dei tanti orpelli di oggi che ci impediscono di essere a contatto con noi stessi.
“Saranno costretti ad usare la parola per il fine per cui dovrebbe essere usata: per creare relazioni tra le persone. Muore la televisione e rinasce la parola: il miglior effetto speciale, la migliore terapia. I film,  le storie con cui cerchiamo di far passare il tempo in aereo, dovranno crearsele loro stessi. Una catarsi verbale e sessuale per tenere a bada la paura della morte” – spiega Almodóvar.

Una catarsi di sesso omo, etero, bisessuale – una novità, la bisessualità, nei suoi film, come lui stesso fa notare – in omaggio all’allegria, all’esplosione di libertà e di democrazia degli anni ’80 a Madrid. I suoi anni felici. “Sembrano così lontani oggi quegli anni” – dice con una punta di malinconia – “Credo che da allora siamo cambiati tutti in peggio”.

“Ci vuole molto coraggio ad essere provocatori oggi in una Spagna così conservatrice” – si solleva una voce.

“La deluderò, ma a me non costa nulla.
I miei film hanno suscitato sempre grande avversione o grandi entusiasmi. Il tempo non mi ha reso più compiacente, anzi. È vero: ora sono la bestia nera della destra spagnola. Ed è scomodo: ogni mia dichiarazione viene mal interpretata o gli si dà troppo peso. Io ho sempre parlato di cose vere, della mia vita. Ho cercato di imporre il tema dell’omosessualità con naturalezza, mi sembrava un dovere morale e oggi lo è ancora di più, visto i tempi che viviamo. Ma la celebrità tende a restringere la mia spontaneità orale…Mio fratello Agustín.” nei suoi occhi si accende una malizia “Me lo ricorda sempre…: per carità Pedro fai attenzione. Io ci provo, ma non ci riesco: la perdita della spontaneità è una perdita terribile”

E infatti ad ogni conferenza stampa, ed è così anche oggi, anzi oggi più del solito, gli vengono rivolte le domande più disparate, gli chiedono opinioni e commenti su personaggi o fatti di cronaca. Come se lui invece di fare film, elargisse soluzioni di vita. Ormai è prassi consolidata. C’è qualcosa nella sua ironica lucidità, nella sua sincerità irriverente e gigionesca che scatena le domande.
E non importa che il fratello Agustín, produttore, con il suo sguardo timido, sia seduto lì in prima fila, insieme a Barbara la sua assistente, non ci provano nemmeno a fargli un gesto, a dirgli di andarci cauto.
Pedro Almodóvar all’inizio si ritrae. Non vuole pronunciarsi. Ma la posta in gioco è troppo alta. Si tratta niente di meno che dell’elezione di Francesco al soglio papale.

Al momento della fumata bianca, dice, lui era in volo da Madrid a Roma. E  al suo arrivo a Piazza del Popolo, all’Hotel de Russie dove alloggia, è stato accolto da uno scampanio, dall’allegro rincorrersi delle campane.
“Che carina Roma, a darmi il benvenuto, ho pensato, tranne poi essere deluso dal concierge che ci ha informato…”.
Sorride sornione. Esita. Ma l’esitazione dura poco. E in un istante si lancia in una serie di ‘consigli’ alla Chiesa e a Francesco. Che l’indomani, come lui ben sa, tutti i giornali riporteranno: elevare le donne, le religiose al rango dei preti.Vista la dedizione con cui si consegnano alla Chiesa, che almeno sia dato loro accesso alla parte più bella. Ai grandi miracoli: il perdono attraverso la confessione e l’eucarestia.
Secondo consiglio: via il celibato. Se i religiosi e le religiose potranno conoscere la vita a due, l’esercizio della convivenza, saranno meglio equipaggiati per capire i fedeli ed i loro problemi. E forse si metterà fine anche alla più grande infamia della Chiesa: la pederastia”.
Il suo tono ironico e feroce fin qui, ora si fa scuro, cupo.
L’indomani le televisioni lo pregheranno. “Sappiamo che ieri lei ha dato dei consigli alla Chiesa. Può ripeterceli per favore?” gli chiedono seri. “Se potesse riassumerli, in forma più breve, consideri il taglio e i tempi televisivi”
E lui ci guarderà con il suo sguardo pieno di stupore infantile e di canagliesca malizia.
“Tutti vogliono sapere da me qualcosa sul Papa… Non posso sottrarmi. Soprattutto sulla questione delle donne. Francamente è inaudito. È scandaloso il modo in cui viene trattata la donna nella Chiesa. In Spagna le suore sono le cameriere dei preti. Qui in Italia le suore che dicono?” – chiede a chi gli sta intorno. Noi e i ragazzi della troupe televisiva.
Ma nessuno sa cosa dicono le suore. Le suore, si sa, non parlano, non si esprimono.
“E allora speriamo che ci sia qualche suora in ascolto che reagisca”.
È un gioco che lui stesso provoca, gioca con la stampa come il gatto con il topo. Gli piace scandalizzare, rompere le righe – “Non mi interessa la trasgressione, mi interessa la libertà”. A tratti però deve sembrargli inutile tanto gioco di irriverenza.
Come se il tempo gli avesse mostrato, oggi più che in passato, che alla fine è sempre la stupidità a vincere.
Quest’anno i suoi commenti sulla politica italiana sono meno aspri, privi della meraviglia crudele che sempre lo accompagna, dice solo: raccomando agli italiani un poco più di ironia.
Perché quest’anno la sua Spagna non è da meno, quanto a scandali e a corruzione -“Non mi piace essere pessimista, ma è difficile mantenere la speranza. La crisi è di dimensioni immense. Non solo economica, ma politica, morale, sociale.  Nelle strade vedo la povertà. Non mi era mai capitato di vedere tanta gente soffrire la fame. È una povertà nuova. La classe media è scomparsa e il povero che chiede l’elemosina per strada ha la maglietta griffata di Ralph Lauren. Le tasse universitarie sono alle stelle, e l’istruzione è appannaggio dei più ricchi. Molti se ne vanno, lasciano il paese, c’è una perdita terribile di creatività”.
Nei colloqui privati, nelle interviste individuali, lo sconforto sembrerà avere la meglio: – “I giornalisti al Parlamento prendono nota da messaggi che vengono dati sugli schermi. Non c’è nessun contatto diretto. Il Partido Popular ha la maggioranza e fa quello che vuole. Le leggi che approva non fanno altro che peggiorare la situazione. Sono un elettore di sinistra. Ma oggi se si andasse alle elezioni  non saprei per chi votare”

E di questa Spagna parla il suo film.

E forse per questo la commedia non decolla nel senso pieno. Perché l’amarezza fa da zavorra e non basta l’energia sessuale, la catarsi fisica dell’orgia, a dissolverla.

“L’unico esercizio fisico che mi è rimasto è quello di camminare per le strade. E a Madrid per le strade la gente mi chiedeva: Pedro quando torni a darci una commedia? Abbiamo riso tanto con te. In quella richiesta c’era qualcosa che mi è rimasta impressa nel cuore. Ma ovviamente io non sono un negozio dove ognuno entra e chiede quello che vuole. Avevo voglia di una commedia, di ritrovare un tono di leggerezza da cui mi ero allontanato perchè la mia vita era cambiata. Ma io stesso non sono libero di scegliere il film che farò, sono le storie che vengono a me. Ho dovuto aspettare che le mie mani scrivessero la sceneggiatura di una commedia”.

Ma l’allegria degli anni ’80, di cui vuole ritrovare il tono,  era l’euforia per la fine di una dittatura, per l’esplosione della libertà, per l’arrivo della luce dopo la tenebra; l’euforia di adesso puzza di morte come uno dei personaggi in volo. Un’euforia di chi entra nel buio e vede spegnersi la luce, forse per sempre.
“L’immenso aereoporto vuoto, raggelante in cui i personaggi alla fine atterranno, esiste davvero?”.
“Sì in Spagna, come ha riconosciuto lo stesso ministro, ci sono 17 aeroporti  giganteschi, perfetti e totalmente inutili. Risultato dell’unione tra corruzione politica e  spregiudicatezza della finanza. Gli abbiamo solo cambiato nome”
“Strano che vi abbiano permesso di girarvi il film”
Per un istante il viso di Pedro Almodóvar si illumina di malizia.
“Vero? Anche noi ci siamo stupiti…”Poi sornione aggiunge “Per chiedere l’autorizzazione abbiamo presentato una sceneggiatura un po’ diversa”.

Nella conferenza si parla poco del film.
È questo forse il tasto doloroso.
Del film si parla poco perché a molti non è piaciuto?
Di certo è un film su cui tanti non sanno cosa dire esattamente.
Una commedia irriverente dove il doppiaggio italiano spazza via l’infinita, accuratissima gamma delle interpretazioni. Le meravigliose prove degli attori. Costretti a muoversi in uno spazio ridottissimo, molti di loro. Gli attori presenti Miguel Ángel Silvestre, Blanca Suárez, Carlos Areces parlano e raccontano.
Areces soprattutto sembra rammaricarsi, tra una battuta e l’altra, per le parti che nel montaggio sono state tagliate. Per l’infinito lavoro di improvvisazione durato mesi, a cui il regista li ha sottoposti. Tanto lavoro, tanta improvvisazione geniale che poi sullo schermo non ha lasciato traccia.
E Almodóvar lascia che parlino poi con quella sorta di stanchezza che oggi non riesce a levarsi di dosso dice: “Improvvisare per mesi serve a fare in modo che ogni attore acquisti esperienza, dimestichezza con il suo personaggio. Riscrivevo la sceneggiatura ogni giorno, a seconda delle improvvisazioni della giornata, tutto ciò che nel montaggio scompare lascia comunque una traccia profonda sul film. La commedia è un genere fragile che ha bisogno di grande rigore, di grande precisione in un attore”.
Ed è un film molto spagnolo. Di quella Spagna dove el humor negro, come Almodóvar ricorda, è sempre stato usato per farsi gioco della morte e di tutte le cose terribili che talvolta la vita riserva.
Un humor negro che in Italia forse non fa presa.

E infatti qualcuno lo dice. Ultimamente nelle conferenze stampa non manca mai l’aggressività più aperta. E con Almodóvar si è ancora più aggressivi. Forse è l’avversione a cui è abituato da sempre, o forse il gusto amaro, impotente di chi si scaglia sul genio appena ne intravede una falla. Come se la falla del genio esonerasse gli sciocchi dalla ricerca di un poco di grandezza nella vita.
“Lei ha ideato gli sketch del film come momenti separati, buoni per una serie televisiva, per una sitcom, come sembrerebbe, oppure aveva proprio l’idea di fare un film?”
La matita di Almodóvar preme sulla carta, sul foglio come per condensarvi il nero di quella insinuazione.
C’è una nota di dolore nella sua voce quando dice: “Vediamo come posso rispondere ora alla sua provocazione. Mi dispiace che lei abbia riscontrato lentezze e mancanza di unità. Io posso spiegarle quali erano le mie intenzioni, ma questo non cambierà il suo punto di vista. Che spero non sia condiviso da molti, lo vedremo presto. Le posso solo dire: dia al film una seconda chance” Ed è un consiglio, che lui dà sempre agli altri e a se stesso. Un film andrebbe sempre visionato due volte: la prima volta si è presi dalla storia, la seconda volta si riesce a vedere altro. “Provi a vederlo una seconda volta” – dice senza rabbia.

E di nuovo la conversazione scivola via, lontano dal film.
“Ma il sesso e l’amore che il film propone come soluzione per i suoi passeggeri, secondo lei potrebbero risolvere anche la crisi in Spagna?”.
“Beh l’amore ed il sesso aiutano sempre. Se per amore intendiamo il tentativo di rendere felice l’altro, di aiutarlo a risolvere i suoi problemi, di metterci nei suoi panni. Certo non sarebbe male se il Governo spagnolo decidesse di amare il suo popolo. Ma purtroppo non sembra averne intenzione… Il sesso va bene, regala momenti di piacere durante la giornata ma per creare leggi temo che non basti… a meno che…” – e il suo sguardo si accende, per un istante l’ironia scaccia via il nero degli occhi – “… la classe politica decida di portarsi a letto tutti gli elettori spagnoli in una sorta di follia ninfomaniaca che ispiri nuove leggi… Nel film il sesso serve ad allentare la paura. Il sesso è uno dei più grandi regali che ci ha fatto la natura. Tutti ne possiamo godere. Di qualunque estrazione sociale, genere e grado. ”

“Perché nei suoi film, anche nelle commedie, lei torna sempre al tema del sesso e della morte. Perché sempre la morte?”
“Perché le due cose vanno insieme. Sesso e morte. O sesso e paura della morte. Non sono credente, non sono praticante. Mi piacerebbe avere la fede. Ma la fede è un dono che non viene dato a tutti. A me non è stato dato. E la mancanza della fede mi porta ad avere paura della morte. Ho cominciato ad avere coscienza del tempo per la prima volta nel 1999 con la morte di mia madre. Da allora non c’è giorno in cui io non pensi alla morte. Non la capisco, non la accetto. Evidentemente è un mio problema. Una parte di me che non è cresciuta. Ma come soggetto per la finzione, per un film è un tema eterno”.

Nelle ore che seguono la tensione si allenta, Pedro Almodóvar è un grande affabulatore. E qualunque sia l’impressione ed il giudizio sul film, chiunque lo accosti rimane ammaliato dalla sua intelligenza. Un’intelligenza che alleggerisce il cuore, che dà coraggio, perché è piena di verità. Nonostante l’eterna finzione delle promozioni dei film, con lui sembra  di toccare sempre la verità.
Parla di tutto: del movimento de los indignados, movimento importante, a suo giudizio, ma che dovrà trovare un ponte con la politica, un modo per trasferire le sue idee, un travaso dalla protesta delle strade ai luoghi dove le decisioni vengono prese; gli mostrano un bellissimo libro che raccoglie le foto dei suoi film e della sua infanzia, la giornalista indica una foto che lo ritrae bambino con i suoi genitori, il fratello e le sorelle nel suo paese natale, piccolo paese di campagna.
Pedro Almodóvar con i suoi capelli bianchi contempla un istante quella foto.
“Cosa provava allora?” gli chiede la giornalista.
Almodóvar rimane in silenzio. Poi dice: “È stato un momento importante della mia vita. Sapevo cosa volevo fare. Sapevo che non volevo vivere in quel piccolo paese. Che era un paese dove la vita era piacevole, ma dove non avrei potuto essere ciò che ero. Sapevo che avrei dovuto lottare per andarmene. Sapevo che non sarebbe stato facile. Per niente facile, dal punto di vista emotivo, lasciare quel mondo, la mia famiglia”.

Che in qualche modo ha portato con sé. Anche sua madre.
“Mia madre era un’attrice stupenda. Se l’avessi scoperta prima avremmo lavorato molto di più insieme. Disprezzava la macchina da presa, non la venerava, quindi aveva quella naturalezza che è ciò di cui hanno bisogno le attrici, gli attori.
Era una donna di paese mia madre. E come tutte le donne di paese, in Spagna, nonostante l’educazione conservatrice, ha imparato a lottare e a sopravvivere. In un mondo maschilista e conservatore, lei aveva meno pregiudizi degli uomini, era più libera. Non vedeva i miei film”.
Almodóvascuote la testa, e una dolcezza infinita, subito scomparsa, gli illumina gli occhi ed il sorriso: “Non sentiva il bisogno di vederli, perchè le dicevano che erano scandalosi, ma era orgogliosa di me. Il mio successo non ha cambiato il nostro rapporto. Lei era la madre, io il figlio. Lei non ha giocato mai a fare la madre dell’artista. Mai. Che è uno stereotipo molto in voga in Spagna e che io francamente detesto.”

“Come è arrivato ad essere Almodóvar?”
Ci pensa su.
“La vita è fatta di continue decisioni, di continue battaglie… Con il tempo sono stato sempre più me stesso. È stato inevitabile. Il mio bisogno di fare certe cose è stato così imperioso che non avrei potuto fare altro. Non ho potuto evitare di essere me stesso. E più sono stato ciò che sono, più i risultati nella mia vita e nella mia professione sono stati migliori”.

“E come descriverebbe il rapporto del suo cinema con la realtà?”
“Il rapporto del mio cinema con la realtà è sempre obliquo. C’è sempre finzione ed elementi di artificio. Ma la base è sempre bene ancorata alla realtà.
E la realtà supera sempre la finzione, sebbene la finzione sia uno dei pochi modi che abbiamo per avvicinarci alla realtà.”

“Il cinema cosa è per lei?”.
“È la passione, è duro e faticoso, le riprese, la pre-produzione, la promozione. Ma non conosco nulla di più bello. Una volta che si è entrati a contatto con la fabulazione, con l’esperienza straordinaria di raccontare storie non credo che se ne possa fare più a meno. Il grande gioco di inventare una storia e di avere le persone, la troupe tecnica e artistica per farla vivere: è questo il vero potere. Non c’è altro potere più grande ed è questo il potere che a me interessa.”

“La fase più importante di un film?”
“Tutte le fasi sono importanti: l’identità di un film si stabilisce in fase di scrittura, ma direi che è nella pre-produzione che il film si cristallizza e si definisce, è una fase meno divertente delle riprese, ma serve a stabilire l’identità di un film e se non è chiara per tutti, allora il film va male.”

Parla del suo esordio nel digitale: “Pensavo che avrei avuto bisogno di una troupe più ristretta ed invece non è stato così. Uno dei vantaggi è quello di poter vedere subito il girato senza dover aspettare, però finite le riprese possono venire fuori sorprese e problemi. Offre possibilità infinite ma anche infiniti rischi. Per questo era importante lavorare con un direttore della fotografia che fosse molto esperto di analogico.”

E così parlando del mondo, del cinema, della vita si è arrivati alla fine del suo tour in Italia. La promozione di un film è una parte più sociale del suo lavoro rispetto ad altri momenti di grande solitudine.
Si è lasciato andare, si è abbandonato all’affabulazione come sempre. Ma qualcosa di diverso dal solito, di inavvicinabile oggi rimane, l’impossibilità di dire davvero le cose, come se ciò che lui ha messo nel film non abbia ancora trovato il modo di arrivare.
Le domande dirette sono state così poche.
In pochi sembrano averlo capito.
La solitudine questa volta gli è rimasta dentro ed addosso. Come se l’aereo che, nel film, è atterrato, nella sua realtà sia ancora in volo. E Almodóvar sia ancora lì tra le nubi, in quello strato intermedio tra il cielo e la terra, tra la vita e ciò che dopo sarà.
“L’aereo per me è un luogo di pace interiore.” Ha detto “Le mie idee migliori le ho scritte in aereo. Sono un passeggero noioso, leggo molto, scrivo e non parlo con nessuno”
Forse a Roma non è atterrato, è rimasto nel suo aereo tutto il tempo. Lontano dalla realtà, da tutti noi.
Lui, unico vero amante passeggero.

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