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La versione dei fatti

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"Li sente, di là, don Pietro? Parlottano in silenzio. Sono convinti che io non li senta. È da giorni, che va avanti. Fanno finta di niente, cambiano discorso, sembrano referenti e rispettosi. Ma io lo so, che non è così. Aspettano solo che io crepi. Per liberarsi.

“Li sente, di là, don Pietro? Parlottano in silenzio. Sono convinti che io non li senta. È da giorni, che va avanti. Fanno finta di niente, cambiano discorso, sembrano referenti e rispettosi. Ma io lo so, che non è così. Aspettano solo che io crepi. Per liberarsi. Questa cosa è arrivata per liberarli della mia presenza. Del ricordo che la mia presenza porta con sé. Come se la morte di qualcuno potesse cancellarne l’esistenza e il ricordo…

Padre, lo versi lei, il the, per piacere, che non riesco ad alzarmi dal letto in un tempo ragionevole. E prenda un dolcetto, quelli al limone sono ottimi.”.

 

“Faccio io, tranquilla, e lasciamo stare i dolci, per me, che è meglio. Come si sente, oggi, Margherita?”.

 

“Come mi sento? Come vuole che mi senta? Come una che sta per morire. Ho paura. Non so come si muore. E le cose che non conosco mi spaventano sempre. Mi sono chiusa in camera con la scusa della stanchezza, con la scusa del dolore. Esco da qui lo stretto necessario e non mi mescolo a loro. Meglio rinchiudersi, che averli intorno. Non voglio spartire i miei pensieri di morte con i loro insensati pensieri di vivi. Il dolore lo tengo a bada, la morfina fa il suo lavoro e pure la morte. Il tempo, invece, fa gli straordinari. Aspetto che smetta.”.

 

“Sa, Margherita, non tutti reagiamo allo stesso modo al dolore. Il Signore, a questo mondo, ci ha resi tutti diversi.”.

 

“Quella. Fino a ieri, ero Margherita, don Pietro. Margherita Lecci, la stimata professoressa Lecci. La pragmatica e indomita chimica Margherita Lecci. Oggi, sono ‘quella’, per loro.”

 

“Non si attacchi al risentimento, non è il compagno giusto per il suo cammino.”.

 

No, don Pietro, io non mi attacco a niente, stia tranquillo. Cammino da sola, in questo viaggio. E poi, lui. Carlo. Non lo sopporto, lui. Non lo sopporto, con quell’aria di chi non sa cosa dire e cosa fare. Non gli sta addosso, questa maglia d’ignoranza. Gli tira da tutte le parti. Ha sempre saputo cosa fare e dire. Sempre. Anche quando ha imposto alla verità, che urlava di essere ascoltata, il silenzio. Ed ora, ora che il non sapere non ha più senso, lui non sa cosa fare. Troppo comodo, oggi, padre, troppo comodo, non trova?

 

“Perché mi ha voluto qui, Margherita? Non mi pare abbia bisogno di conforto. Il suo cuore non è pronto, per aprirsi al conforto della fede.”.

 

“No, infatti, don Pietro. Non so che farmene, del conforto. Non serve conforto, per passare la porta del nulla. Venga qui, accanto a me, accosti un po’ le tende, per piacere, e venga a sedersi sul letto, che lì, in quella poltrona, non riesco a guardarla bene in faccia. L’ho cercata perché voglio lasciarle una cosa, prima di andarmene da qui. Devo parlarle. Di una cosa mia. Non questa che mi sta consumando, facendosi spazio dentro al mio corpo e occupando ogni cellula di me. Questa è una cosa estranea, un’intrusa. Che fa un lavoro che non le ho chiesto. Avrei voluto fare ancora delle cose. Ho solo cinquantacinque anni, quasi come lei, padre. Può capire cosa intendo… Il mio lavoro aveva ancora bisogno di me ed io di lui. Ma è arrivata lei e mi ha stravolto tutti i piani. Se potessi, la ucciderei. Ma non posso. Deve uccidermi lei. Invece, la cosa che voglio affidarle è mia. Solo mia…

 

“Sono qui, Margherita…”

 

“Voglio confessarmi, padre. Indossi i suoi paramenti e faccia il suo lavoro, io farò il mio.”.

 

“Dominus sit in corde tuo et in labiis tuis, ut rite confitearis omnia peccata tua, in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen. L’ascolto…”

 

“Come lei ben sa, trent’anni fa, in questa casa c’è stata una disgrazia. L’hanno sempre chiamata così, come se lo fosse stata. Come se, definire la morte di qualcuno “disgrazia”, potesse renderla meno terribile.

Paolo è morto 30 anni fa. Mio figlio è morto. Ma Paolo era nato. È stato a questo, che non mi sono mai abituata. Al suo doverci essere. Mai. Fin dal primo istante che l’ho avuto dentro di me. Cominciò nello stesso istante in cui presi coscienza di essere incinta. Iniziai a sentirmi imprigionata da quella pancia e minacciata da quella nascita che non avrei potuto e dovuto fermare. Da quell’evento che non avrei potuto fermare in nessun modo. Non avrei potuto ricacciare quella pancia indietro. Era lì, occupava il mio corpo, mangiava il mio cibo e allagava i miei pensieri, fino a farli naufragare in un mare di paure che diventarono, giorno dopo giorno, rancori, pezzi d’odio.

Capii subito, appena me lo misero tra le braccia, che l’amore non è mai disgiunto dall’odio, per un figlio. Un figlio vive e si nutre del sacrificio della madre: succhia dal tuo corpo, ruba il tuo tempo, occupa il tuo spazio, devasta il tuo sonno, mette a soqquadro le tue relazioni, disfa il tuo lavoro, minaccia la tua carriera, si impadronisce dei tuoi affetti.

La maternità è una condizione per esseri primitivi. Il progresso avrebbe dovuto creare un nuovo modo di procreare e avrebbe dovuto liberare le donne da questa assurda capacità che, in tanti, si ostinano a chiamare privilegio. Ma che privilegio è, farsi occupare il proprio corpo da quello di un altro? Che privilegio è, dover smettere, da un giorno all’altro, di essere se stessi e di badare alle proprie cose, per doversi occupare a tempo pieno di un cucciolo d’uomo che dipende da te per ogni cosa? Ci pensavo ogni attimo del giorno e della notte, mentre lo allattavo, lo cambiavo, lo nutrivo, anche quando lo coccolavo, sperando che mi passasse tutto quel male che avevo dentro. Poi l’ho pensato, guardandolo fare i suoi primi passi, quelli che levava a me, o quando abbracciava quelli che erano i miei affetti, Carlo, i miei genitori, i miei amici e il resto del mondo che, dinanzi a un bambino, si mette in ginocchio…”

 

“Perché, allora, decise di mettere al mondo un figlio, se non si sentiva pronta?”.

 

“Non lo so, don Pietro, non lo so. Me lo sono chiesta ogni giorno, per tutti questi anni, e mi sono data milioni di risposte, senza mai credere a me stessa una sola volta. In verità, io non lo so, perché decisi di diventare madre. Forse, all’epoca, pensavo di poterne essere capace, non lo so. E poi, non credo che si possa scegliere la maternità in modo consapevole, neanche quando si è convinti di poterlo fare. Come si può essere consapevoli di qualcosa che non si conosce? Io non sapevo cosa avrebbe significato, non sapevo. Ho deciso per leggerezza. Per ignoranza. Non sapevo e non potevo sapere. Come si fa a sapere quello che non si conosce? Quello che non si conosce, lo sai quando ti si presenta davanti. E Paolo, io, ce l’ho avuto dentro per mesi, prima che mi si presentasse davanti. E ho aspettato per mesi che quella paura, che s’impadronì di me nel momento stesso che seppi che c’era, se ne andasse. Ma niente, era lì. A darmi fastidio, a mettersi tra me e il mondo. Il mio mondo, quello nel quale mi ero fatta spazio a fatica. Era lì, con quell’acidità che mi tormentava, con quel mal di schiena che mi piegava, con quella pancia che m’ingombrava e m’impediva di sentirmi la donna che ero sempre stata: sicura, fattiva, affascinante. Ho dovuto rinunciare a tutta me stessa, per metterlo al mondo. E quando ce l’ho avuto davanti, tra le braccia, non è andata meglio. Mi sono sentita inadeguata. Subito. E incapace. Profondamente incapace. Non sono mai stata capace di occuparmi di lui. Mai, mai. Mai per un attimo. E lui me l’ha fatto notare. Subito. Al primo sguardo. Al primo pianto. Piangeva, piangeva, piangeva. Forse era il suo modo per dirmi che non era quella, la madre che avrebbe voluto. Ma lui poteva piangere, io no. Io dovevo essere felice. Perché, non so dove diavolo sia scritto, una madre deve essere felice di essere madre. Ma io non lo ero, don Pietro. Non lo ero. Ero disperata, con le spalle al muro. Schiacciata dal suo pianto, stordita, sfinita. E lui piangeva, piangeva, piangeva…”.

 

“Margherita, lei oggi parla da una prospettiva diversa, da una vita vissuta portando il peso della perdita di Paolo. Lei non si è mai rassegnata e cerca di punirsi, credendo di averlo perso per aver pensato male di lui quando c’era. Ma non è così, il Signore vede nel cuore degli uomini, non nei pensieri di un momento…”.

 

“No, don Pietro. Io, queste cose, le ho pensate sempre. Sempre. Le ho pensate anche quella mattina, mentre bevevo il caffè sulla terrazza della cucina e Carlo era seduto davanti alla tv, insieme al suo caffè. Era una domenica di giugno come tante, e Paolo arrivò in terrazza, scalzo e col pigiama tutto spiegazzato. I capelli erano un vero spettacolo, andavano da tutte le parti, tranne che nel verso giusto. Si stropicciava gli occhi, per aprirli bene sul mondo, per metterlo a fuoco meglio. E mormorava il mio nome come una litania.

“Magghita, Magghita, Magghita!”. E allungava le braccia. Mi chiamava Magghita. Non mi ha mai chiamata ‘mamma’. E nessuno si è mai preoccupato di questo. Si relaziona col mondo, dicevano, ti sente chiamare da tutti Margherita e fa lo stesso. Io dico di no. Paolo mi chiamava per nome perché prendeva le distanze da me. Come io da lui. Si relazionava con me. Non col mondo. Con me. E aveva capito meglio degli altri che non era cosa da poco.”.

 

“Margherita, il suo dolore l’ha accompagnata per tutta la vita, ha camminato con lei fino ad oggi, ma non vuol dire che non ha amato Paolo. Si può amare in mille modi. Oggi, lei soffre ancora, per la terribile disgrazia accaduta a Paolo…”.

 

“Mi ascolti, don Pietro, mi ascolti. Io lo guardavo. Lo guardavo, quella mattina. Lo guardavo sott’occhi, mentre sbirciava, col naso all’insù, il suo orsetto, in bilico sui vasi appesi all’inferriata del terrazzo. Lo guardavo, mentre mi cercava con gli occhi, per farmi segno di prendergli l’orsetto. Mi nascosi apposta dietro la libreria, per guardarlo. Lo guardai apposta, mentre si voltò verso la poltroncina con le ruote di Carlo, quella con la quale si sedeva davanti alla scrivania. E lo guardai spostarla in terrazza, fulmineo, come solo un cucciolo d’uomo può fare, per procurarsi il cibo per la gioia. E lo guardai salire sopra la poltroncina e arrampicarsi sul grosso vaso per prendere l’orso. Lo guardai anche mentre gli cadde l’orsetto giù. Lo vidi. E lo sentii fare quell’uhhh di disperazione, mentre mi avvicinavo a lui. E lo vidi guardarmi. E farmi segno col dito che Poppy era andato giù.

Fu allora, che scelsi. Tra le sue braccia e me. Non lo accolsi, non lo tranquillizzai, non lo presi tra le braccia. Lo mandai giù, dopo l’orso, dicendogli ‘vai a prendertelo!’. E lo guardai ancora. Lo guardai cadere, giù, come un fagotto di carne, in un attimo, in un battere di ciglia. Lo vidi sbattere in terra, sentii il rumore del corpo sull’asfalto, lo stesso rumore di un sacchetto sbattuto per terra, e lo vidi non muoversi, non piangere. Restare immobile, inanimato. E vidi allargarsi il sangue sull’asfalto. Era in terra. Ed era tutto storto, mal messo, brutto. Non sembrava dormire. Sembrava rotto, spaccato, come un vecchio bambolotto rotto, buttato in una discarica.

E, nel battere di ciglia seguente, guardai me sorridere alla finestra. Sorridere a quel corpo sbattuto per terra e scomposto. E sentii i miei polmoni riempirsi d’aria, come una che è stata sott’acqua fino a scoppiare, ed è riemersa, finalmente, a respirare. Con tutti i suoi polmoni.”.

 

“Misereatur tui, omnipotens Deus…”

 

“E, poi, vidi lui. Carlo.

Non so da quanto fosse con lo sguardo in direzione della terrazza. Troppo, per non vedere tutto, e troppo poco, per fermarmi. Quando mi voltai verso di lui, mi guardava inorridito, come se avesse visto tutto il male del mondo, dentro di me. E in quello che avevo fatto. Poi, nell’istante che seguì, il suo sguardo cambiò.

È stato un incidente… cominciò a mormorare…

E sebbene io ripetessi Sono stata io, sono stata io…, mi ricacciò in gola quelle parole. Con forza. Subito. Margherita, non pensarlo nemmeno. È stato un incidente. Un incidente. Un terribile incidente.

È stata la sua frase di sempre. Con i medici dell’ambulanza, con quelli dell’ospedale, con la polizia che effettuò i rilievi, col commissario e, poi, con il resto del mondo. E con se stesso. È stata la sua versione dei fatti. Quella con la quale ha fatto convivere me e tutta la mia vita. Fino ad oggi.”.

 

“Margherita… è sicura che le cose siano andate così? È in confessione, ci pensi bene…”

 

“Padre, io sono sicura di quello che le dico molto più di quello che ho fatto. Non mi assolva, perché non sono pentita. Era giusto così. Me la vedrò direttamente con Dio, se ce n’è uno, dove sto per andare. Non l’ho chiamata per essere assolta. Né l’ho chiamata per confessare il mio operato. L’ho chiamata per dirle che non ho ancora finito, con questa cosa.

Ho lasciato presso il notaio di famiglia un mio testamento, nel quale accuso Carlo di quello che ho commesso io. Lo accuso di aver ucciso Paolo. Lo accuso di essere stato lui, a spingere il bambino giù dall’inferriata, e lo accuso di avermi costretta a tacere, in tutti questi anni, perché sotto sua minaccia di morte. Lo accuso, mettendo lui al mio posto, circostanziando quei pochi elementi che avevano a disposizione gli inquirenti e che Carlo manipolò per comprarsi la mia innocenza. Lo accuso con quelli. Non ho idea, se ci sarà un seguito legale alla mia dichiarazione. Spero di sì. Ma se non dovesse esserci, mi auguro che Carlo e tutto il suo mondo vadano giù per quella terrazza, come è accaduto a Paolo. Per mano mia. Sarà così, che la morte di Paolo, quella che gli ho procurato io, avrà un senso. Altrimenti, sarà morto per nulla. Ed io avrò ucciso per nulla.”.

 

“Margherita, lei non può… ritorni sui suoi passi. Carlo è innocente, ha cercato di salvarla dal carcere… lei non può. Ha mentito, sì, e gravemente, ma lo ha fatto per proteggere lei…”.

 

“Ora, vada, don Pietro. Si levi i paramenti e tenga il suo latino per qualcun altro. Ha finito il suo lavoro. Ed io il mio. Questa è la mia versione dei fatti. L’ho chiamata solo per questo.”.

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