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A Babbo Natale piace il metallo pesante

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Babbo Natale si svegliò di soprassalto. Il frastuono ritmico del  martello pneumatico, che rompeva il pavimento al piano superiore del suo condominio, era amplificato dalla percezione distorta provocata dagli eccessi della notte precedente.

11 Dicembre

Babbo Natale si svegliò di soprassalto. Il frastuono ritmico del  martello pneumatico, che rompeva il pavimento al piano superiore del suo condominio, era amplificato dalla percezione distorta provocata dagli eccessi della notte precedente.

“Puttana!” fu la prima parola che pensò quella mattina. Si alzò dal letto disfatto da mesi con un gesto semplice ma interminabile. Ciondolante raggiunse la porta della camera dove aveva lanciato i pantaloni macchiati di alcool. Lì indossò una gamba alla volta; alla seconda, col piede d’appoggio, urtò una bottiglia di gin mezza vuota che si trovava sul pavimento, da anni irriconoscibile, del suo appartamento. La raccolse sputando corposamente a terra. Soddisfatto, la portò in cucina.

Dalla cucina il rumore snervante del martello era ancora più acuto e penetrante. Preparata la macchinetta del caffè accese lo stereo e in pochi secondi partì in filodiffusione “Punk Rock Christmas” dei Sex Pistols. Assordante.

Il vecchio, eccitato e in preda al delirio del sonno interrotto, prese a far roteare la testa: la sua barba sporca e inumidita da bava ed alcool cominciò a sventolare come i capelli sottili e sudici di Sid Vicious in piena estasi da live. Aveva una resistenza tremenda per la sua età plurisecolare, riuscì a mantenere il ritmo con quei movimenti scomposti mentre cercava tutto l’occorrente per fare una colazione poco meno che imbarazzante e disgustosa. Sul tavolo alla fine della canzone c’erano tazza, zucchero, cucchiaino, bottiglia di gin e una lattina di coca cola, presa dalla scorta infinita a cui aveva diritto grazie alla firma sul contratto stipulato intorno al ’32 con la multinazionale. Il contratto del secolo per il suo tempo, forse anche più redditizio di quelli tra LeBron James e i Miami Heat; sicuramente più duraturo. Dovette allestire una stanza intera soltanto per contenere scatoloni di lattine e bottiglie da due litri. Un pazzo.

versato il caffè nella tazza e corretto con una quantità uguale e contraria e di gin fece oscillare la lingua in segno di esultanza e mandò un leggero acuto che sfociò in tosse convulsa, quanto meno fu costretto ad aprire per intero l’unico occhio che si ritrovava: profondo e cisposo.

Non fece in tempo a bere neanche un sorso che il cellulare squillò. Con la suoneria polifonica di “Christmas Time” dei Darkness lesse il nome sullo schermo: Pietro il Nero. Attese qualche secondo la fine dell’Intro poi spinse il verde.

“Pietro buongiorno.” Disse solenne.

“Buongiorno Babbo. Sto partendo da casa. Siamo già in ritardo. Tra 10 minuti sono là sotto.”

“Ritardo?” guardò l’orologio a muro. Le lancette a forma di Alberi di Natale segnavano le otto del mattino. Distrattamente,  il suo occhio si fermò sul calendario di Megan Fox lì a fianco: 11 dicembre. Come di fronte ad una rivelazione sconvolgente tornò a rivolgersi a Pietro il Nero.

“Mio Dio. Oggi è l’undici. A che ora partono di solito quei maledetti?” in attesa della risposta bevve una quantità considerevole di caffè misto a gin.

“Partono tra pochissimo. Dobbiamo sbrigarci o li perderemo. Sto arrivando. Scendi.”

Babbo Natale attaccò scocciato. Indossò il completo del giorno prima e, senza passare dal bagno, con la lattina di Coca Cola in mano (corretta) scese le scale del palazzo.

Sulla porta a vetri del condominio lesse un biglietto:

 

 

 

 

“A TUTTI I CONDOMINI:

I LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE DURERANNO UNA SETTIMANA.

MI SCUSO TERRIBILMENTE PER I PROBABILI INCONVENIENTI

E DISTURBI CHE POTRANNO CAUSARE.

SAPRO’ SDEBITARMI.”

rispettosamente, LA FATINA DEI DENTI

(E il disegno di un dentino con tanto di occhi e sorriso.)

 

Babbo Natale sputò sul biglietto e marcò lo smile di muco colloso. Uscì raggiante.

Nello stesso istante l’Hammer cromata di giallo con interni rossi di Pietro il Nero si fermò vicino al marciapiede, molleggiando sugli ammortizzatori. Le catene alle ruote erano ornate con lumini rossi intermittenti. Babbo Natale guardò per l’ennesima volta disgustato l’auto: “Povero diavolo” pensò. La targa personalizzata “Zwarte Piet” riportava un nuovo adesivo imbarazzante: una bandiera spagnola. Babbo Natale rise del suo aiutante.

“Bello l’adesivo!” fece sul sedile, poi bevve un sorso di Coca Cola.

“Ah! L’hai visto? Bene. L’ho messo perché almeno tutti possono capire.”

“Capire cosa?” fece Babbo Natale disinteressato.

“L’ho messo perché almeno tutti possono capire perché la mia auto è giallorossa.”

Il discorso aveva una sua logica allora Babbo Natale decise che non era opportuno fare altre domande.

Guardò il sedile posteriore. Sopra c’era la mazza che Pietro teneva sempre a portata di mano e uno scatolone pieno di adesivi: “ABBASSO L’APARTHEID!”.

“Pietro che ci devi fare con quegli adesivi? Quanti sono?” chiese Babbo Natale, con tono inquisitorio.

“Un paio di milioni. Pensavo di appiccicarli su qualche regalo di quelli da consegnare in Sud Africa. Così, per smuovere un po’ le acque. Sai com’è?”

Nel frattempo erano partiti alla volta del laboratorio.

“No, non so com’è Pietro. L’apartheid è finita quarant’anni fa’. Puoi anche appiccicarli ma sarebbe inutile, posso assicurarti che ormai anche laggiù sono quasi tutti d’accordo con te.”

“Bene. Allora lo farò come gesto di partecipazione.”

“Non farai un cazzo Pietro! Dopo penseranno tutti che li ho messi io quegli adesivi. Non voglio fare la figura dell’idiota. Ogni anno una cazzata. Non è possibile!”

Povero diavolo pensò Babbo Natale ancora irritato.

Pietro il Nero, distrattamente alzò il volume dello stereo ed iniziò a battere le mani a tempo sul volante, tipo percussioni.

“Don’t you give me all that jive about

Things you wrote before I’s alive because

This ain’t 1823 – ain’t even 1970

Now I’m the guy named Kurtis Blow…

And Christmas is one thing I know.”

 

Un altro sorso di Coca Cola per Babbo Natale.

“Ancora questo rapper di merda… Dove sono i CD?”

“Sotto il sedile.” Rispose Pietro cercando di non perdere il ritmo.

Babbo Natale tentò di piegarsi per prendere il raccoglitore. Il grasso in eccesso e il cerchio alla testa gli impedirono di eseguire il movimento con scioltezza ma riuscì comunque a trovare i dischi. Prese una compilation delle sue e la inserì al posto del disco di Kurtis Blow.

Babbo Natale lanciò il disco di Pietro il Nero fuori dal finestrino e lo guardò con l’occhio pieno di soddisfazione. Sulle note di “Father Christmas” dei Kinks arrivarono al laboratorio.

 

Superato il cancello principale si trovarono di fronte ad una situazione a dir poco surreale. I tredici folletti che lavoravano alla fabbrica di giocattoli stavano picchettando il laboratorio. Tutti schierati di fronte alla saracinesca principale sbattevano pentole di ferro con cucchiai troppo grandi per la loro stazza. Alcuni tenevano in mano cartelli offensivi e di scherno contro il loro titolare. I due più esili si erano arrampicati fino alla cima della saracinesca per appendere uno striscione a coprire l’insegna della fabbrica: “ARBEIT MACHT FREI” come ad Auschwitz.

Di fronte a loro la Ex-Signora Natale fumava sigarette nervosamente spegnendole con la punta della scarpa da battona, le cosce viola dal freddo scoperte fino alle chiappe. Un cappotto sudicio e rattoppato distoglieva l’attenzione dal viso struccato e segnato da rughe di eccessi. L’Ex-Signora Natale vide la macchina di Pietro il Nero, e riconosciuto Babbo Natale mostrò la lingua con violenza accompagnata dal dito medio della mano senza sigaretta.

Babbo Natale tormentò la lattina di Coca Cola fino a torcerla come in una morsa; la lasciò cadere sotto il sedile e portò le mani sulla faccia.

“Ci penso io?” Chiese Pietro il Nero vedendo Babbo Natale alquanto stressato.

“No. Lascia perdere. Me la vedo io con gli schifosi e la tossica. Ci vediamo all’Ufficio Postale più tardi. Inizia ad aprire le lettere.” Parlò da dietro le mani.

 

“Finitela di fare casino. Sta arrivando. Prendetevela con lui e fatemi entrare” Disse L’Ex-Signora Natale. Guardando il cavallo dei pantaloni di uno dei folletti che teneva lo striscione slacciò il cappotto, lasciando scoperto il decolté grinzoso e viola per il freddo.

“Tu non vai da nessuna parte, Signora!” gridavano e ridevano quelli con le pentole.

“Contro il sistema! Con noi o contro di noi, Vecchia!” facevano quelli con i cartelli.

Babbo Natale passò a fianco alla Ex-Signora Natale come se questa fosse stata invisibile poi si rivolse al folletto più grosso chiamandolo stronzetto:

“Cos’è successo? Cos’è questa rivolta? Oggi è il vostro giorno libero, no? non è così da sempre? Non andate a quella specie di palude a fare il bagno caldo immersi fino alle orecchie in quella melma profumata di uovo sodo?” agitava le braccia popmposamente.

I folletti smisero di fare baccano. Si aspettavano una lotta tremenda con il loro despota che invece era molto accondiscendente, a modo suo.

“Questi erano i nostri piani, Vecchio. Ma la tua signora” e qui alzarono le mani piegando indice e medio  come per fare delle virgolette “ha fatto ubriacare l’autista del pullman per la gita.”

Babbo Natale la guardò furioso.

“Quella schifosa se lo voleva fare, ma a lui faceva schifo. Ha provato a farlo ubriacare ma la quantità giusta per farla apparire simile ad una donna è la stessa che serve a perdere i sensi” risero tutti come invasati. Uno dei due che teneva lo striscione in tedesco cadde nella neve soffice e continuò a ridere piegato sullo stomaco.

“Brutti bastardi! Fatemi entrare e andate a farvi fottere.” L’Ex-Signora Natale era fuori di sé. Tossiva nicotina.

“E’ questo il problema?” disse Babbo Natale sollevato.

“Sì. è questo il problema Vecchio: se noi oggi non andiamo al Lago di Niva. Non lavoriamo quest’anno.”

Come una curva di ultras intonarono il coro “non lavoriamo, noi vecchio non lavoriamo! Non lavoriaaamo!” fra grida e schiamazzi.

 

Babbo Natale riuscì a placarli e li fece accompagnare al Lago da Pietro il Nero con la sua Hammer. Quelli in preda all’euforia si stiparono sull’auto di Pietro senza alcuna logica.

“Una combriccola di dementi.” Pensò Babbo Natale mentre si allontanavano. Cercò con l’occhio buono l’Ex-Signora Natale. La vide al secondo piano del laboratorio dietro la finestra del suo ufficio. Salì da lei sconfortato e consapevole di aver perso una giornata di lavoro.

 

Babbo Natale sbatté la porta del suo ufficio aprì la finestra e prese una bottiglia di gin che stava fuori a gelarsi sul davanzale.

“Quest’anno è l’ultimo. Basta. Non ce la faccio più. Sono vecchio. Ho abbastanza contributi per ritirarmi. Mollo tutto. Tante fabbriche chiudono. C’è la crisi? Bene! E io sono in crisi!”

L’Ex-Signora Natale rimase impassibile con le gambe accavallate sulla scrivania ad ascoltare i soliti sproloqui di un vecchio stanco e ubriaco.”

“Sono dodici anni che ti sento ripetere queste parole. Sempre la stessa storia. Non lo fai male.”

“Perché devi fare sempre la ninfomane in questo periodo dell’anno?” Babbo Natale diceva così e intanto versava il gin.

“Prima per le tue mancanze. Ora per la tua assenza.” Si tolse le scarpe da battona e spense la sigaretta dentro quella destra. Poi prese il suo bicchiere e versò il gin nella sinistra.

“I tuoi atteggiamenti mi lasciano indifferente.” Disse Babbo Natale mentendo.

L’Ex-Signora Natale tirò fuori dal cappotto una pasticca verde di mirtazapina.

“Quella roba ti ucciderà.” Bevve tutto d’un sorso il gin e se ne versò ancora.

“Nelle tue vene c’è più ginepro che sangue” rispose lei ingoiando la pasticca a secco.

“Devo mangiare qualcosa.”

Babbo Natale era affamato. Prese qualche dolcetto dalla scrivania di Pietro il Nero. Dolcetti all’anice e al lampone.

“Dammene uno” ordinò l’Ex-Signora Natale, mentre riempiva  di nuovo la scarpa rossa di camoscio.

Lui la ignorò e andò verso lo stereo cercando di guardare con la coda dell’unico occhio tra le cosce di lei, stanche e assiderate.

Mise play dopo aver trovato la canzone che cercava e le parlò voltato di spalle.

“Ricordi questa canzone o sei già troppo fatta?” la sua voce era ferma, non giudicava.

L’Ex-Signora Natale sorrise. Gli occhi vuoti, il piede scheletrico e grigio che molleggiava a tempo con la batteria di Chris Slade.

“Che fai me la dedichi?” e scoppiò in una risata di scherno mentre si accendeva un’altra sigaretta.

Babbo Natale fece di più. Iniziò a cantarla cercando di imitare (e ci riuscì discretamente) Brian Johnson:

Ascolta, mi piacciono le curve femminili nei mini vestiti

Il denaro da spendere con la “S” maiuscola.

Fissa un appuntamento con la donna in rosso.

Voglio essere in paradiso con tre nel letto.

Ooh yeah, voglio un amante per natale, forza”

 

Si voltò e le andò in contro. Lei si alzò appoggiando la scarpa-bicchiere sulla scrivania e spegnendo la sigaretta nella scarpa-posacenere. Si incontrarono al centro della stanza. Lei rideva persa, lui aveva paura di sbagliare.

“Quest’anno è l’ultimo sul serio. Finisco in grande stile. In pompa magna!”

Poi le se avvicinò inebriandola col fetore molle della barba. L’Ex-Signora Natale spalancò gli occhi terrorizzata, lo stomaco stava cedendo. Corse al cesso dell’ufficio a vomitare.

Babbo Natale sentì il clacson della macchina di Pietro il Nero.

“Merda” farfugliò aprendo la finestra.

“Che ci fa tu qui?”

“Quelli sono matti! Io l’ho sempre detto. Ora ho capito perché l’autista si è ubriacato. Li andrò a prendere questa sera. Andiamo?”

“Ora scendo.” Appoggiò la guancia accaldata alla porta del bagno gelida e sentì distintamente l’Ex-Signora Natale mettercela tutta.

“Io vado all’ufficio postale a fare l’inventario. Ci starò tutto il giorno. Se casomai ti dovessi sentire meglio, passa più tardi. Mangiamo una cosa.”

Rimase all’Ufficio Postale tutto il giorno. Lei non passò.

 

Dopo il bagno nelle acque termali del lago Niva il lavoro dei 13 folletti procedette senza sosta. 13 stakanovisti impagabili e autogestiti. Un solo effetto collaterale: Pietro il Nero aveva tolto il saluto ad ognuno dei piccoli mostriciattoli che durante il viaggio di ritorno, ebri di sbalzi di temperatura e con i pori della testa dilatati, iniziarono a strappare tutti gli adesivi dell’apartheid riducendoli a milioni di coriandoli minuscoli in pochi secondi. E suscitando l’ira sostenuta di quel povero diavolo di Pietro il Nero che nei giorni seguenti si dedicò al restauro della slitta e al pascolo delle renne. Due occupazioni solitarie in segno di protesta non violenta.

Anche Babbo Natale era a buon punto con le sue mansioni. Di giorno lavoratore infaticabile, di notte triste bevitore puttaniere.

L’Ex-Signora Natale non si vedeva da più di una settimana, telefonò in fabbrica dicendo che era malata. Una bella rogna.

 

24 dicembre

La notte della vigilia Babbo Natale sognò di dondolarsi su un’altalena. Su quella macchina del tempo perduto cercava di ricordare un’età mai vissuta. Si svegliò scosso e più sudato del solito. Per nascondere il rumore assordante del trapano questa volta fece suonare in filodiffusione “White Christmas”dei Guns ‘n’ Roses. Iniziò  a ballare indossando solo la sua giacca di lana. Convinto che quello che stava per affrontare sarebbe stato il suo ultimo viaggio di lavoro

Intorno alle undici bussarono alla porta e lui fu costretto a mettersi un paio di mutande.

Avvicinandosi nervoso all’ingresso del suo appartamento sentì dietro la porta un gatto miagolare.

“Io questa non la sopporto.” Bofonchiò teso. Aprì la porta e la Befana circondata di gatti lo guardava con la faccia segnata da lacrime di dolore. Babbo Natale si rese subito conto che era successo qualcosa di terribile per far piangere quella vecchia acida e puzzolente, allora decise di non perdere le staffe.

“Cos’è successo?” chiese.

La Befana tra singhiozzi e voce stridula disse: “La Signora Natale. E’ morta Babbo. Mi dispiace. È morta questa notte. È andata in overdose. Tutte quelle pillole, la depressione, l’alcool. Dicono che si è addormenta ed è morta. Non ha sofferto. Dicono. Poverina.” Non cercava di trattenere le lacrime e inondò il fazzoletto che teneva legato al collo per nascondere le pieghe della vecchiaia.

“Non ha sofferto nell’unico momento in cui uno dovrebbe soffrire. Ma ha sofferto tutta la vita.” Babbo Natale non riuscì a dire altro. Abbassò la testa e chiuse la porta davanti alla Befana circondata di gatti e puzza di lettiera stantia. Andò in camera e prese dall’armadio a muro il suo vecchio abito da lavoro. quello verde, di quando pesava un centinaio di chili in meno. Quello che lei ancora giovane e bella gli aveva regalato il primo anno che passarono insieme. Una vita quasi dimenticata. Lo strinse forte e si raggomitolò sul letto sfatto e impolverato.

 

Non disse niente per tutto il giorno. I folletti da quanto erano ubriachi non avevano ancora capito la notizia. Pietro il Nero cercò di stare alla larga da Babbo Natale tutto il giorno. Arrivò l’ora della partenza. La notte era già iniziata in America e dovevano partire. Pietro il Nero fece le ultime commissioni. Diede una mela ad ogni renna, lucidò bene il naso-faro di Rudolph facendogli il solletico, entrambi risero cercando di nascondersi dallo sguardo dell’occhio commosso di Babbo Natale. Accese il localizzatore per il NORAD e salì sulla slitta.

“Allora, Babbo, questo è l’ultimo vero?” disse quel povero diavolo di Pietro il Nero.

Babbo Natale a quel punto si alzò in piedi sul sedile, rise di gusto dentro la sua divisa grossa e calda, nera a lutto. Poi disse:

“Ma sì, infondo è Natale! Che vada a farsi fottere quella schifosa.” Era ubriaco. Pietro il Nero non rise perché non era interessato, ma accese lo stereo.

“Che metto Babbo?” chiese Pietro concentrato.

Babbo Natale,sempre in piedi, disse “I Ramones, Pietro. Che te lo dico a fare. I Ramones.” fece schioccare le redini sulla schiena delle renne che decollarono all’istante.

 

“Merry Christmas,

I don’t want to fight Tonight!”

 

Cantavano in coro a squarciagola.

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