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Il talento, il potere e l’aspirante giornalista

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Mentre guido nel traffico del centro di Roma, mi accorgo di essere un po’ teso. Mi capita sempre, in questi casi, e tutto sommato credo sia normale.

Mentre guido nel traffico del centro di Roma, mi accorgo di essere un po’ teso. Mi capita sempre, in questi casi, e tutto sommato credo sia normale. Ogni volta che mi trovo ad iniziare un nuovo percorso, di qualunque genere esso sia, sento questa specie di ansia, di tensione, che comincia a salirmi dentro. In qualche modo mi spaventa, mi rende meno tranquillo. Ma, allo stesso tempo, mi piace. È uno stimolo, un ostacolo oltre il quale, ogni volta, devo lanciarmi.

Nel traffico, dicevo. Sto andando verso Monteverde, tra poco inizia il corso di giornalismo a cui mi sono iscritto e le domande cominciano a rincorrersi nella mia testa, insieme ai dubbi. Così mi viene in mente quella mattina di un paio di mesi fa, quando controllando la mia posta ho letto per la prima volta della Scuola Omero. Avevo da poco finito l’università e già sapevo che non avrei continuato gli studi. Stavo cercando un corso di scrittura, per uscire un po’ dalla dimensione totalmente teorica tipica dell’università e, soprattutto, per mettermi alla prova. E quella mail arrivava proprio al momento giusto. Così, dopo aver raccolto un po’ di informazioni decido di iscrivermi. In fondo scrivere è una delle cose che mi piace di più. Mi diverte. E poi mi costringe a combattere la mia pigrizia, mi porta ad osservare le cose da diversi punti di vista, mi fa pensare.

Non è una di quelle cose che si imparano, scrivere. O lo sai fare, o non lo sai fare. Si può migliorare, certo. Si possono affinare la tecnica e migliorare lo stile, si possono ottenere progressi molto importanti. Ma, in fondo, credo che sia una di quelle cose che hai dentro. Talento, lo chiamano alcuni. E proprio queste sono le ragioni che mi hanno spinto ad iniziare il corso: prima di tutto, capire se so scrivere. Poi, se questo talento c’è, imparare a metterlo a frutto, lavorarlo fino a farlo crescere.

Ho iniziato a pensare di voler diventare un giornalista quando ero ancora un bambino. Mi affascinava l’idea di avere il compito di raccontare fatti che altrimenti rimarrebbero ignoti per moltissime persone. Conoscere i fatti, collegarli e raccontarli. È una responsabilità, un compito difficile ed importante. È una forma di potere, fino a quando non diventa uno strumento al servizio di altri poteri – penso ai giornalisti che modellano le notizie per accontentare l’editore, o a tutti i casi in cui la politica ha cercato di servirsi dell’informazione per ottenere consensi. Questo potere un po’ mi spaventa, ma voglio provare a esercitarlo onestamente.

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