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Mentre gli ultimi raggi di sole filtrano tra i rami dei pini e punteggiano di rossastro il pavimento sudicio in legno, l’unico rumore nell’aria è il cigolio ritmico della sedia a dondolo sulla veranda.

Mentre gli ultimi raggi di sole filtrano tra i rami dei pini e punteggiano di rossastro il pavimento sudicio in legno, l’unico rumore nell’aria è il cigolio ritmico della sedia a dondolo sulla veranda.

Sopra la sedia è arroccato un sedere tutto ossa, che naviga in una salopette jeans più grande di almeno due taglie. Attaccato al sedere c’è il resto del corpo di Otis, aggrappato ad una doppietta carica e tenuta in grembo. La sedia a dondolo e gli occhi di Otis guardano verso ovest, in direzione del tramonto.

Sembra una sera come tante altre. E lo sarebbe, se non fosse per la miccia accesa, in cantina.

 

Per gli amici Jessie e Billy Bob, Otis è Mestolo, per via della corporatura gracile e della linea della schiena, che subito sopra le spalle, dove parte il collo, forma una curva innaturale, come un cucchiaio. La sua testa è protesa in avanti, come se stesse perennemente sbirciando da un buco della serratura. Otis non se l’è mai presa per il suo soprannome. Otis non se l’è mai presa per niente.

Nel giardino davanti al portico è parcheggiato un pickup Ford del ’79 color ambra, con due strisce bianche sui lati. Macchioline di ruggine e fango picchiettano le lamiere qua e là, soprattutto vicino alle ruote. L’erba del prato intorno alla casa è alta e costellata di gruppetti di erbacce. L’altezza media dei ciuffi diminuisce solo lungo il sentiero che conduce alla porta di casa. Per entrare in casa si deve passare per il portico dove è seduto Otis, che intanto inspira a fondo l’aria della sera, dilatando le narici.

Poi si attraversa una zanzariera bucherellata e ci si trova in salotto, nella penombra.

Contro il muro c’è una poltrona che una volta era verde. Ora tende più al marrone, ed è ricoperta di chiazze di sudore e bruciature di sigaretta. Sopra c’è un banjo accordato male. Di fronte c’è un vecchio televisore in bianco e nero che non viene acceso da otto anni e due mesi.

Sulla parete sinistra del salotto è appesa una testa di cervo. Su quella destra una di cinghiale. Si guardano con ironia.

Quattro scoiattoli, impagliati in posizione eretta, sono disposti in cerchio e rivolti verso il centro, come se stessero ballando una danza rurale.

Cinque passi a destra, partendo dalla poltrona, e si è in cucina. Il frigorifero emette un ronzio di fondo che a volte fa perdere Otis nei suoi pensieri, come ipnotizzato, finchè il liquido di raffreddamento comincia a scorrere nei tubicini e produce dei piccoli scoppi, abbastanza forti da farlo rinvenire. Per colpa del frigo si è distratto e ha bruciato ottantanove cene, fino ad ora.

Sulla veranda Otis, per gli amici Mestolo, si toglie il cappellino rosso e lo posa su un ginocchio. Espira profondamente e guarda nell’oscurità fra gli alberi, verso il punto di origine del verso di un gufo, ma non lo vede.

Si passa una mano fra i capelli unti e rossicci, su, lungo il cranio quasi pelato, e poi giù, fino ai folti ciuffi che partono dalla parte posteriore della testa e arrivano a metà collo.

Il lavandino della cucina gocciola ogni otto secondi. Le gocce cadono rumorosamente in una scodella incrostata e inclinata da un lato, sulla cima di una colonnina di altri piatti sporchi. Piccoli residui di cibo adagiati sul filtro dello scarico sommano e fondono i loro odori. Il risultato ha attirato tre moscerini e due mosche. I moscerini volteggiano pigri sopra il lavello, le mosche passeggiano sul vetro unto della finestra, Otis dondola sotto al portico.

Rientrando in salotto e spostandosi sul lato opposto rispetto alla cucina si entra in camera da letto. Sotto l’architrave della porta che divide le due stanze si può notare un piccolo accumulo di segatura, frutto del rosicchiamento notturno del legno da parte di un ghiro.

Le lenzuola e le federe dei cuscini sono strappati in più punti. Ogni notte, quando Otis torna su  dallo scantinato e crolla sul letto, il materasso sbuffa una nuvoletta di polvere.

Nella stanza c’è una porta che dà sull’esterno. Undici passi e si incontra il bagno, una latrina chiusa da cinque assi di legno. Quando piove il soffitto perde, ma ad Otis non dispiace sentire le gocce sulla pelle del cranio, mentre è seduto.

Un’altra porta nella stanza da letto dà su un ripostiglio per scope e attrezzi vari. Sotto ad uno scatolone pieno di stracci c’è una botola, chiusa da un lucchetto lucido.

 

 

Otis smette di dondolare per un attimo. Oltre la veranda, sul prato e poi giù, verso il bosco, tutto è scuro e dai contorni indefiniti. L’unica macchia di luce è il porticato. Intorno, il nulla vibrante della notte. Otis guarda verso la sua quercia preferita. Non la riesce a distinguere nel buio, ma sa che c’è.

La sedia a dondolo riprende il suo cigolio.

Dalla botola si passa in cantina.

Se le tre lampade ad olio fossero accese si vedrebbe qualcosa, invece è tutto nero, tranne che per una scintilla che si trascina lentamente sul pavimento.

Otis ripensa ai pomeriggi passati con i suoi amici Jessie e Billy Bob giù al lago, a fumare erba, bere birra e pescare con la dinamite. I pesci venivano a galla a pancia in su, con gli occhi vitrei, come se avessero fumato anche loro.

Se le tre lampade ad olio fossero accese si vedrebbe una miccia stesa a zig-zag lungo tutta la superficie del pavimento, collegata a trentadue candelotti di dinamite, disposti lungo le pareti ad intervalli regolari.

Otis guarda nel vuoto, e pensa a Jessie e Billy Bob. Sa che entrambi hanno sempre avvertito qualcosa di diverso, in lui. Qualcosa di strano e vago, qualcosa di inafferrabile. Ma non glielo hanno mai fatto pesare.

Se ci fosse luce in cantina si vedrebbero diciassette pile di fogli di carta ingiallita, alte fino alle ginocchia. Si vedrebbero settantaduemilaottocentododici pagine scritte a mano e numerate.

Avendo molto tempo a disposizione, e con un po’ di luce, si potrebbe leggere il romanzo più lungo che sia mai stato scritto. Ma il tempo è quasi finito, e la miccia è a sette centimetri dal primo candelotto.

Sei, cinque, quattro.

Otis sorride, con i suoi dodici denti gialli.

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