Condividi su facebook
Condividi su twitter

Django scatenato

di

Data

Ogni volta che esce un film di Tarantino mi ritrovo in un angolo. Piace a tutti e quel che è peggio è che piace anche a me.

Ogni volta che esce un film di Tarantino mi ritrovo in un angolo. Piace a tutti e quel che è peggio è che piace anche a me. E allora? Allora ogni volta mi ritrovo impelagato in discussioni sulla violenza nei film. E il fatto è che in genere la discussione la comincio io, perché per tutti quelli che conosco va bene così. Anche per Django unchained va allo stesso modo. Io, da brava mammoletta, non ci posso fare niente, sono convinto che la visione della violenza generi violenza e anche se tutti mi ripetono che quella dell’autore di Pulp fiction è una violenza ironica, una sorta di fumettone pop a base di salsa di pomodoro, io non mi convinco. In effetti la penso in modo ancora più netto. Credo che tra i maggiori contributi dati al cinema dai registi americani ci sia proprio la visione esasperata della violenza. Non solo commedie divertenti, sceneggiature inattaccabili, attori bravi e casting eccellenti; ma anche un’inondazione di morti ammazzati e torturati nei modi più atroci. Voglio dire, il cinema europeo non ha mai usato la visione della violenza nel modo continuo (e peraltro divertente) sviluppato all’estremo dai film hollywoodiani. I grandi autori che hanno reso memorabile il cinema francese o quello italiano, svedese, spagnolo, hanno visto nell’uso della forza bruta e nella morte degli uomini sempre un disastro irreparabile, a parte ovviamente qualche raro film di propaganda dittatoriale che però nessuno considera capolavori d’autore. È rimasta celebre la critica di Jacques Rivette, critico e regista francese dei Cahiers du cinéma per l’eccessiva spettacolarizzazione della morte in un film di Gillo Pontecorvo sul lager, Kapò (e si trattava soltanto di una carrellata, altro che effetti speciali). Mentre il cinema americano in massima parte ne ha fatto uno spettacolo come tutti gli altri.
Certo con i decenni la violenza ha cambiato di segno, ma non è mancata mai. All’inizio i morti ammazzati nei film di quelli che vengono definiti comunque dei maestri, come John Ford, erano i cattivi. La lista dei cattivi era abbastanza ampia, andava dal rapinatore che attaccava le banche o i treni ai pellerossa. Quella dei pellerossa, cioè dei nativi americani, è stata una sorte terrificante dal punto di vista storico e pure cinematografico. Interi popoli annientati dai colonizzatori europei, che li hanno massacrati, corrotti e poi affamati e ubriacati. Uccisi nei modi più infami. Ma questo non è bastato. Nel cinema degli anni successivi i pellerossa sono diventati i cattivi per eccellenza in quel genere di esaltazione nazionalista che si chiama western. Dove per decenni i vincitori stragisti hanno continuato ad ammazzare sul set i perdenti assassinati.
Negli anni Settanta la musica è cambiata. Quelli che erano i buoni sono diventati i cattivi, quindi il cinema ci ha mostrato gli stessi massacri però al contrario. Con in più le lacrime di coccodrillo dei pronipoti dei cowboy che intanto erano diventati democratici. Nel frattempo la lista di quelli da ammazzare si era riempita di tutti i nemici delle guerre che avevano combattuto i soldati statunitensi. Dai sudisti ai messicani, dai tedeschi ai vietnamiti, dai coreani ai talebani, dagli iraniani agli afghani, dai giapponesi ai russi, senza dimenticare gli alieni, che a parte E.T sono tutti da sterminare. Come i pellerossa. A volte c’è l’impressione che gli americani facciano le guerre per poi farci sopra i film. Il più paradossale ed epico è stato senza dubbio Salvate il soldato Ryan di Spielberg, dove per raccontare la salvezza di un militare se ne ammazzavano migliaia nei modi più atroci.
Da non dimenticare l’infinita serie delle storie in cui i mafiosi lottano tra di loro, oppure contro la polizia, oppure quelle in cui la polizia lotta contro i mafiosi, ma anche quelle in cui i poliziotti corrotti lottano contro i poliziotti onesti, che poi nei noir diventano le trame in cui tutti sono più o meno disonesti e combattono tutti contro tutti. La versione americana del giallo è solo raramente quella in cui un investigatore intelligente studia gli indizi e scopre il colpevole, alla tenente Colombo. In genere a un certo punto c’è una sparatoria con diversi cadaveri e inseguimenti che coinvolgono centinaia di autovetture. E gli psicopatici? Possono mancare gli psicopatici? Ma no, ce ne vengono serviti di ogni foggia e inclinazione, basta che siano mostruosi. Anzi individui malati resi mostruosi dalla sceneggiatura del film. Quasi tutti i generi sono pervasi da una forma infantile di aggressività che piace al pubblico delle sale per ragazzini: se un pesce viene avvistato vicino alla riva, è uno squalo che ti strappa una gamba a morsi; se un pugile combatte con il campione del mondo finisce con il volto tumefatto e parla  sputando sangue tra i denti; perfino se due divorziano scoppia la guerra dei Roses.

Adesso che siamo in un’epoca di grande confusione, dopo la violenza dei buoni sui cattivi e quella dei cattivi che prima sembravano buoni, e di tutti i cattivi contro tutti i cattivi perché i buoni sono finiti, siamo arrivati alla violenza cosiddetta pulp, ironica. Ma non lo vedete com’è paradossale? Una testa schiantata contro un finestrino, braccia mozzate, sadomasochismo mortale e sorridente. Very funny. Sì, very funny come quel ragazzo che si è vestito da cattivo dei film di Batman e ha ucciso quelli che stavano nel cinema. La violenza fa pubblicità alla violenza, come le ciliegie una tira l’altra.
Naturalmente tanti dicono che la violenza si trova nella vita e quindi è giusto che ci sia anche al cinema. La verità secondo me è un’altra. Nella quotidianità di ciascuno di noi capita molto raramente di avere a che fare con la violenza che viene descritta in queste storie. Anzi in genere nell’esistenza di quelli come noi quando avviene un episodio davvero violento prima che ce ne accorgiamo siamo già morti. Certo, se ci fosse una guerra sarebbe diverso, ma anche in quel caso la puzza e il sudore stagnerebbero per molto più tempo dell’esplosione che ci schianterebbe. Basti pensare che al cinema il suono delle pistole viene realizzato facendoci ascoltare il rombo dei cannoni e che nelle scene vengono sprecati quintali di pallottole, quando invece nella realtà uno sparo solo ti uccide e i testimoni talvolta neanche lo sentono bene. Si tratta di puro spettacolo e l’aveva intuito Kubrick che in Full metal jacket ha fatto cantare ai suoi attori soldatini la marcia di Topolino.

Ci sono molti motivi per riempire i film di scene violente e sono quasi tutti commerciali. L’aggressività accende gli ormoni degli adolescenti e alimenta l’industria dei popcorn. Cosa ce ne faremmo del 3D o del surround se tutti i film fossero racconti d’autore?
Comunque ho la sensazione che la violenza nell’arte di massa, anzi lasciamo stare l’arte che nessuno sa bene cosa sia, dicevo, penso che la violenza nella comunicazione di massa sia quasi sempre reazionaria. L’uomo comune la guarda spaventato anche se magari si eccita e alla fine si convince che il mondo sia un posto brutto dove vivere, meglio stare muti e coperti perché il primo ad alzare la testa se la ritrova tagliata. I sistemi di potere basano la loro autorità sulla forza, cioè sulla possibilità di usare eserciti e polizie da parte di chi governa. Nelle democrazie si tratta di un’idea che resta in sottofondo, ma è sempre presente. Nelle grandi potenze militari e nelle dittature invece è un concetto che viene ripetuto dalla propaganda. Ma Tarantino è diverso, si dice. Probabilmente sì. Scrive molto bene, usa canzoni di grande impatto, dirige ottimamente gli attori, il suo cinema è spettacolare e brillante. Eppure nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti d’America è un nero e mentre il cinema hollywoodiano celebra Lincoln, il presidente che lottò contro la schiavitù (almeno nell’agiografia ufficiale), anche Django unchained con il suo racconto della vendetta di uno schiavo nero liberato si inserisce nel coro con la sua voce che comunque perlomeno è divertente. Una voce divertente patriottica e violenta.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'