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Troppo amore

di

Data

Lucia infila il telefono in borsa e si avvia in fretta fuori casa. Mentre chiude la porta a chiave, d’istinto si guarda intorno: sul pianerottolo non c’è nessuno. "Non c’è più motivo di essere in ansia, ormai" – si dice salendo in auto. Ripensa a tutto quello che ha passato nei mesi scorsi.

Lucia infila il telefono in borsa e si avvia in fretta fuori casa. Mentre chiude la porta a chiave, d’istinto si guarda intorno: sul pianerottolo non c’è nessuno.

“Non c’è più motivo di essere in ansia, ormai” – si dice salendo in auto. Ripensa a tutto quello che ha passato nei mesi scorsi.

Rabbrividisce, nonostante il riscaldamento sia al massimo.

Parcheggia e, scendendo dall’auto, vede Anna che già l’aspetta.  Si affretta verso l’amica e la stringe in un abbraccio pieno di calore. Poi Anna l’allontana da sé tenendola per le braccia, e la guarda: “Sei davvero in gran forma!” A quelle parole, Lucia avverte un brivido di freddo e scorge un’ombra passare nello sguardo dell’amica.

Intorno a loro, le luci ed il rumore del sabato sera,  le risate dei gruppi di amici che si vanno formando fuori dai locali, l’aria  pungente di inizio inverno.

Il loro tavolo è in un angolo appartato, da dove la visuale arriva fino all’entrata. D’impulso, Lucia sceglie il posto da cui può tener d’occhio comodamente l’andirivieni del locale.

Il cameriere porta subito loro due calici di bollicine e le ragazze brindano. Lucia si accomoda meglio sulla sedia, si apre in un sorriso: la sua vita sta tornando a un’accettabile normalità.

Anna chiacchiera di mille cose e lei ascolta, ma un movimento appena intravisto, là fuori, la mette in allarme: quel cappotto, quella sciarpa azzurra. Potrebbe essere lui.

Improvvisamente, le sale in gola una nausea che le mette voglia di scappare da lì, si sente soffocare: il sudore forma invisibili gocce che scendono tra i capelli e in bocca ha un sapore metallico, aspro. Non ha più nemmeno appetito, adesso. Finge attenzione, sbriciolando grissini sulla tovaglia. Ogni volta che la porta si apre, ha un piccolo sussulto e scruta l’esterno del ristorante, attraverso le ampie vetrate su cui scintillano i riflessi delle luci.

Di nuovo, avverte quel peso sulle spalle, lo stesso che per mesi l’ha fatta sentire come se un’enorme mano la tenesse schiacciata a terra, senza che lei riuscisse a liberarsi.

“Lucia, mi stai ascoltando?” Anna le scuote appena il braccio. ” Scusami, Anna, davvero. E’ che ogni tanto mi ritrovo sovrappensiero.”

La sua amica sorride, ma non stacca gli occhi dal viso di Lucia e dalle sue mani, in continuo movimento. Per sottrarsi a quell’esame così ravvicinato,  si china sulla borsa a cercare il cellulare. “Scusami solo un momento.”

Un lampeggiare insistente  annuncia un discreto numero di chiamate perse e messaggi non letti.

Posa l’apparecchio sul tavolo, mentre si appoggia, con un sospiro, allo schienale della sedia.

“Sei bianca come questa tovaglia” le dice Anna “Da quando sei arrivata, sei stata agitata, non hai smesso di guardarti intorno come dovesse succedere chissà che cosa, sei stata altrove per tutto il tempo.”

“Scusami Anna, guarda qui.” e sospinge il telefono attraverso il tavolo, verso l’amica. “Posso, davvero?” Lucia alza le spalle, annuendo.

“Oh cazzo” si sorprende Anna, scorrendo l’elenco delle telefonate e leggendo qualche sms. Lucia si copre il viso con le mani e si chiude nelle spalle, desolata.

Ripensare ai mesi appena trascorsi è come rivedere un film ed accorgersi di una serie di dettagli rivelatori,  grandi frecce fluorescenti che stavano gridandole pericolo. Gli echi del cuore sanno come offuscare le certezze della mente.

“Non volermene, Anna, ma devo uscire da qui. Vado a casa.” L’amica annuisce e l’accompagna fuori. Si salutano in fretta.

Lucia parcheggia l’auto e , mentre scende, alza lo sguardo verso le sue finestre: quella del soggiorno è illuminata e Lucia sente il cuore accelerare i battiti. Porca miseria, le chiavi di casa, ne ha perso un mazzo qualche settimana fa e ha dimenticato di cambiarle. Le sue mani tremano mentre apre il portone e, una volta dentro, sale i due piani di scale  quasi correndo, per far prima o per giustificare quell’ansia che le toglie il fiato.

Si aggiusta il cappotto, si ravvia i capelli, cerca di ritrovare un respiro più regolare.

Una striscia di luce sul pavimento le gela il sangue: la porta di casa è socchiusa e mentre Lucia cerca freneticamente il cellulare, lui spalanca la porta e rimane lì, incorniciato dagli stipiti, a fissarla sorridendo. “Buona sera, mia cara” la voce è un velluto blu scuro, il sorriso bianchissimo. ” Mi stavo preoccupando, sai, non arrivavi più.” Lucia trasale, si era aspettata uno scoppio di collera. Lo conosce bene, quell’uomo con la sciarpa azzurra. Dio, che caldo, la corsa sulle scale, il cappotto ancora addosso, l’affanno e la tensione diventano insopportabili, la presenza dell’uomo assorbe tutta l’aria e la lascia senza respiro.  L’uomo si fa da parte per lasciarla entrare e  quando lei gli passa accanto, continua a sorridere e allunga la mano per carezzarle i capelli “Dove sei stata?”

Lucia fa qualche passo per andare a posare cappotto e borsa sull’attaccapanni dell’ingresso. Cerca di calmarsi, ma la collera le stringe lo stomaco. Non vuole più saperne di quel bastardo che crede di tenerla in pugno. Non lo guarderà, non ci cascherà. Rimane immobile, girandogli le spalle. L’urlo di Andrea la fa sobbalzare terrorizzata, si gira di scatto. Tardi, troppo tardi. Lui le è addosso, la scuote con forza per le spalle  e grida:” Sei una troia! Troia, puttana! Da chi ti sei fatta scopare stasera, avanti, dimmelo! Dimmelo o ti ammazzo!” Lucia trema violentemente, non riesce a controllarsi; si sente mancare, apre la bocca e la richiude: non  un suono esce dalla sua gola.

Con uno sforzo di cui non si credeva capace, si divincola e prende a gridare più di lui “vattene da qui, non ti voglio più vedere! Vattene, vattene! Ora chiamo la polizia! Fuori da casa mia!” Schiaffeggiato da quelle parole, l’uomo indietreggia, sorpreso. Ora il suo viso ha perso ogni colore e la fissità del suo sguardo fa gelare il sangue. Non scherza. Sentendosi senza scampo, Lucia pensa freneticamente a come liberarsi di lui, a come chiedere aiuto. La sua cucina affaccia su un cortile interno: se riesce ad aprire la finestra e a mettersi ad urlare, qualcuno dei suoi vicini arriverà senz’altro,  chiameranno aiuto. Senza togliere gli occhi dal viso di Andrea, si sposta lentamente in direzione della cucina. Abita in un piccolo appartamento, basterà un istante. Ma lui le è addosso in un lampo, robusto com’è, la getta a  terra con uno spintone. Urla, urla, urla con tutto il fiato che le resta, con tutta la forza che ancora rimane. Lui la sovrasta, i lineamenti stravolti dall’ira, le labbra serrate e all’improvviso lo sente ridere, ride senza sosta, e intanto  si china verso di lei come tendendole una mano, come per aiutarla ad alzarsi. No, perdio, non finisce qui, pensa Lucia. La paura e la collera le mettono addosso una forza impensabile. Raccoglie le gambe, mentre lui le è davanti, riesce  a mollargli un calcio a piedi uniti, che lo lascia piegato in due per il dolore, lo fa indietreggiare maldestro e sbattere la nuca sullo spigolo del pensile. Spalanca gli occhi, stupito, mentre scivola a terra. Senza perdere tempo, Lucia si alza, afferra dal centro del tavolo il mortaio di pietra che usa per preparare il pesto –  lo diceva sempre nonna che per farlo buono doveva averne uno bello pesante – e lo scaglia con la forza della disperazione verso la testa di Andrea.

Il mortaio, decisamente massiccio, colpisce l’uomo proprio sulla tempia, cadendo riverso su un fianco. Il pavimento trema leggermente nell’impatto e poi più nulla. Andrea ora è  immobile.

Immediatamente, Lucia si precipita in anticamera, prende il cellulare  e chiama Anna. Risponde subito. “Anna, aiutami. Ho paura.”  Poi, svuotata, torna in cucina e crolla di schianto su una sedia. Fissa quel corpo immobile, la pozza di sangue allargarsi sul pavimento e non prova nulla. Ore o minuti dopo, chissà,  la porta di casa si apre: Anna appare sulla soglia della cucina. Abbraccia con lo sguardo l’intera scena, avvicinandosi all’amica. Le cinge le spalle,  è come abbracciare un blocco  di ghiaccio. “Penso io a tutto, nessuno potrà farti più nulla” la rassicura Anna.

 

La pioggia lucida le strade e gocciola dagli alberi del viale che porta al commissariato. Gli agenti vedono entrare due ragazze provate da una brutta esperienza. Hanno occhio, loro.  Il commissario in persona le riceve, rimane a lungo con loro, un tempo infinito dietro la porta chiusa del suo ufficio. E’ quasi mattina, quando esce nel corridoio diretto alla macchina del caffè. L’uomo ha un’espressione esausta. Scuote il capo. “Troppo, troppo amore.”

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