Condividi su facebook
Condividi su twitter

Qualcosa nell’aria

di

Data

Il ferimento al volto di un ragazzo durante una manifestazione filo-maoista, spalanca ancor più il divario tra la gioventù anticapitalista parigina e il Revisionismo Sovietico.

Il ferimento al volto di un ragazzo durante una manifestazione filo-maoista, spalanca ancor più il divario tra la gioventù anticapitalista parigina e il Revisionismo Sovietico. È il maggio del ‘71 quando il liceale Gilles (Clément Metayer) ascolta la dottrina di Stirner e incide una “A” sul banco di scuola.

In Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas, la salda coscienza sessantottina ha già passato il testimone a una generazione politica più incerta, che incapperà nella repressione delle squadre speciali, che si sfibrerà nei dissidi interni tra studenti e operai e che, soprattutto, si smarrirà nella deviazione terroristica.

Il regista riconosce parte del suo background in quello del giovane protagonista che si dedica alla pittura concettuale e che punta a un futuro nel cinema impegnato, snobbando le asettiche sceneggiature di serial televisivi scritte dal padre.

Cercare di non annientare le proprie inclinazioni né in nome della Rivoluzione né del Conservatorismo si rivelerà un disegno piuttosto complesso.

Come in ogni romanzo di formazione che si rispetti, non può mancare l’iniziazione dell’eroe alla vita amorosa che qui si scinde tra due donne: il grande amore Laure (Carole Combes) e l’amica Christine (Lola Créton). Il dualismo assume un’interessante accezione allegorica che ambisce a identificare la prima con l’Arte e la seconda con la Politica. La  fisicità e la personalità di entrambe, in effetti, si inseriscono in una dimensione più ampia che va a sviscerare l’essenza di due discipline affascinanti ma incompatibili tra loro. L’artista borderline Laure, figlia di ricchi borghesi, fa della droga il proprio strumento sovversivo. L’attivista pragmatica Christine, invece, è nella militanza collettiva che cerca di essere accettata. Ma il rapporto di Gilles sia con l’una che con l’altra è segnato in partenza dal marchio imprescindibile del distacco.

Assayas svela, attraverso una minuziosa opera di ricostruzione, le contraddizioni di un’epoca, riconsegnandocela con gli occhi della macchina da presa intenta a seguire i molteplici itinerari dei ragazzi ma anche i loro turbamenti e disinganni impressi sui primissimi piani. L’esperienza del collettivo verrà presto rimpiazzata dai componenti del gruppo, vuoi con un posto di lavoro a Kabul, vuoi con una vita agiata a New York o con l’adesione, seppur a malincuore, all’industria cinematografica commerciale.

Qualcosa nell’aria intende mettere in luce (con un pizzico di demagogia) le conseguenze che quel tessuto storico e quella cultura hanno prodotto su coloro che ne sono stati partecipi. È rilevante notare come, in un clima di generale emancipazione, venga mostrato un sottile maschilismo che spesso relega la figure femminili a funzioni di secondo piano nella progettualità politica. Ma – nonostante le puntuali riproduzioni degli slogan sui muri, dei rave in villa, dei film agitprop, delle free press – non ne scaturisce alcuno slancio emotivo e alcuna coscienza politica, dissipati in uno scenario tanto artificioso quanto sterile. Il prodotto tende a risultare un abile esercizio di stile a danno di qualsivoglia genuinità dei protagonisti che assumono talvolta  il ruolo di leziosi burattini.

Per essere dei giovani appassionati che stanno plasmando il proprio carattere e il proprio avvenire, ne viene tratteggiato un quadro evanescente che accenna soltanto – con una levità che tede al semplicismo – tematiche come la droga, l’aborto e il suicidio.
La discontinuità e l’incompiutezza riscontrate dal punto di vista narrativo combaciano con quelle della messa in scena che si dilunga in un nostalgico lirismo.

La fotografia, dai colori senz’altro vividi e accattivanti, gioca con un persistente succedersi di prospettive di interni e di esterni. Non a caso, la pittura olandese ha da sempre arricchito la formazione professionale di Assayas conferendo alle sue pellicole un profondo senso dello spazio. “Il virtuosismo del tratto di Hals, della sua pennellata – dice il regista  mi affascinano fin dall’adolescenza”.

Le dotte citazioni artistiche, filosofiche e musicali riversate in sovrabbondanza nel lungometraggio, così come la troppo invadente simbologia del fuoco che tutto consuma, non hanno di certo reso la visione più fluida e godibile.

Qualcosa nell’aria  si riprende nella sequenza finale che ci regala, con l’immagine eterea e ormai serena di Laure, un visionario ritorno.
“L’arte – prosegue il regista – è il farmaco che ci riporta indietro dalla morte, regalandoci l’unica cosa che più conta: la vita”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'