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Guarda in alto, mi diceva mio padre ogni volta che passeggiavamo per i vicoli di Trastevere. E io lo facevo.

Guarda in alto, mi diceva mio padre ogni volta che passeggiavamo per i vicoli di Trastevere. E io lo facevo. Alzavo la mia testa da ragazzino e iniziavo a seguire i suoi occhi. La prima volta ho pensato  che mi volesse far vedere qualcosa nel cielo, ma non era così in alto che lui voleva portare il mio sguardo; bastava fermarsi dopo una manciata di metri, quelli che servivano per scorgere dalle finestre dei palazzi i soffitti delle case. Quei meravigliosi soffitti con le travi in legno di noce o di faggio, un po’ rovinato, vissuto, che emanano calore che lo senti fino in strada. Un calore che sa di famiglia, di camini accesi, di cose lontane. Chissà, forse è proprio il legno de ‘ste travi, che a differenza del cemento, assorbe tutto. Gli odori, l’umidità, e magari pure i ricordi, le risate, i pianti e le vite di quelli che gli passano sotto.

 

Io da ragazzino gli alberi me li abbracciavo. Me lo ricordo come fosse ieri il giorno in cui ho iniziato a farlo. Non c’avevo manco tredici anni, e mi trovavo in campagna dai miei nonni. Mi stavo divertendo come un matto a tagliuzzare con un coltellino il tronco di un albero, quando un contadino che passava sul sentiero m’ha strillato come fosse mio padre. Non gli staccare la corteccia agli alberi che gli fai male! Ho aspettato che se ne andasse, indispettito, che io non ci credevo e a me già da ragazzino di essere preso in giro non m’andava per niente. Ho aspettato che se ne andasse mentre in testa mi montava il sapore della ripicca, che quell’albero a calci gliel’avrei buttato giù. Ma poi invece ho visto la resina che colava lenta dalla parte che non c’aveva più la corteccia che gli avevo staccata io. Me sembravano lacrime. E allora me so’ sentito uno stronzo, ho messo via il coltellino e l’ho abbracciato quell’albero, che gli volevo chiedere scusa. So’ rimasto lì che m’ero perso il conto del tempo, sotto la sua ombra, ai suoi piedi, a carezzarlo e carezzarlo ancora. So’ tornato a casa che mia nonna stava già apparecchiando la tavola per la cena.

 

Guarda in alto, mi diceva mio padre. Lui ce moriva per quelle case, per quei soffitti, che gli ricordavano tanto pure a lui i giorni da bambino. Che a Trastevere c’era nato, e in casa c’era cresciuto con i soffitti in legno e il camino nel salone. Ma non perché era ricco, solo perché quelle case erano vecchie, e vecchi ce s’erano fatti i nonni, e poi c’erano cresciuti i genitori e poi c’era nato lui. E’ restato lì fino a sei anni. Fino a quando suo padre per problemi economici ha dovuto venne tutto e trovasse ‘na casa in affitto in periferia. Tempi duri quelli. Tempi di guerra e dopoguerra, dove pe’ trova’ lavoro e qualcosa da magna’ dovevi fa certi sarti mortali che altro che circensi e acrobati!

 

Mio padre se li guardava i soffitti delle case di Trastevere, Testaccio, Borgo, Campo de’ Fiori; e poi pure Garbatella, piazza Navona via del Governo Vecchio e tante altre strade. E continuo a guardarli anch’io, e come facevo con lui continuo a giocare con l’immaginazione, fantasticando sulle persone che ci vivono sotto, chi potrebbero essere, da quanto tempo stanno lì, con impresso tutto addosso, come un negativo di una fotografia. Generazioni di famiglie romane che quella casa se la so’ tramandata e se la tramandano ancora da chissà quanto tempo, come un filo conduttore che di generazione in generazione tiene insieme le famiglie e che non gli fa dimenticare chi sono e da dove vengono.

 

Lo vedi lì, al terzo piano, lo vedi?, m’ha detto un giorno in un vicolo di Trastevere. Gli ho fatto di sì con la testa, guardavo le finestre che mi indicava, anche se non capivo che ce dovevo vede’ di interessante, e più che guardare in alto seguivo i ragazzini che in strada giocavano a pallone sui sanpietrini e c’avevo solo voglia di chiedere se mi facevano giocare pure se non li conoscevo. Non c’era manco l’ascensore, eppure la dovevi vede’ tu’ nonna come saliva le scale, con le buste della spesa che pesavano una tonnellata e non fiatava. Alle finestre poi succedeva spesso che s’affacciava una donna che ne chiamava un’altra, e subito s’apriva una finestra dirimpetto e s’affacciava una seconda, e insieme iniziavano a parlare dei cavoli loro manco fossero state al telefono.

 

Col taxi, quando mi chiedono di portarli da ‘ste parti me prende un colpo al solo pensiero delle stradine strette, e lo slalom al millimetro che devo fa’ tra macchine parcheggiate, secchi di monnezza, motorini e persone che camminano in mezzo alla strada che manco si voltano quando gli arrivo da dietro e che si spostano solo dopo che gli ho suonato. Però poi, una volta che il cliente è sceso, quando posso mi fermo e scendo anche io, parcheggio il taxi con la stessa fantasia con cui ci parcheggiano tutti quelli che pochi minuti prima ho maledetto e inizio a camminare per i vicoli…piano…senza fretta…

 

…i miei passi sui sanpietrini riecheggiano forte, tra il silenzio e le pareti dei palazzi così vicini che il sole nun ce batte mai. E cammino, cammino, fino a che arrivo al punto che mio padre mi indicava, ecco lo vedi lì, al terzo piano, lo vedi? Alzo la testa…non c’era manco l’ascensore…e guardo il soffitto con le travi in legno. Tante volte m’è venuta la tentazione di citofonare, per chiedere se potevo salire un attimo. A volte c’avevo il dito pronto sul pulsante del citofono, poi però il coraggio di premerlo non ce l’ho mai avuto. Eppure eccomi qui, un’altra volta, che leggo i cognomi sul citofono, e quello di mio nonno non c’è più. Così come non c’è più lui, né mia nonna, o mio padre.

 

– Chi cerca, giovano’? – mi chiede una signora affacciata ad una finestra al piano terra, mentre ho il piede già pronto per allontanarmi dal portone, tornare al taxi e riprendere il lavoro.

Giro la testa e guardo la signora, una vecchietta con la faccia rugosa che non se riconoscono più manco le fessure degli occhi.

– Qualcuno…che però non c’è più da un sacco di tempo –  le rispondo.

– E come se chiamava ‘sto qualcuno? – mi chiede ancora lei.

Le dico il nome, e quella sembra che ce pensa ma poi lascia stare, scuote la testa.

– Non fa niente non è importante. Grazie lo stesso – le dico.

Lei mi guarda senza un’espressione precisa, che magari invece ce l’ha, ma non riesco a leggerla, che quando c’hai tante rughe addosso a volte le espressioni se somigliano tutte, che nella vita ne hai viste talmente tante che addosso c’hai una corteccia. Proprio come quella degli alberi.

– Perché lo cerca? – chiede la signora.

Alzo lo spalle,

– Non lo so – le rispondo – c’ho solo una sensazione strana…che me so perso qualcosa.

La signora annuisce, mi guarda da quegli occhi nascosti dietro le rughe e mi fa:

– A volte le cose a ritrovalle è mejo de no…perché te ricordi d’ave’ perso un tesoro, e quanno lo ritrovi magari dopo tanti anni te rendi conto che so rimasti solo du’ spicci.

La testa mi ciondola come un pupazzetto, che ce rimango e non so che dire. Me la guardo, e in silenzio annuisco.

– Sto a prepara’ er caffè – continua lei – ne gradite ‘na tazzina?

Con una mano mi fa segno di avvicinarmi. Mi muovo e la raggiungo alla finestra, guardo dentro, oltre il davanzale che m’arriva alle spalle. La stanza è una cucina. La signora si allontana dalla finestra per qualche secondo e ritorna con una tazzina piena di caffè. Lo bevo, e le sorrido perché lei pure lo fa. E poi il caffè è buono.

– Grazie – le dico mentre le restituisco la tazzina.

– Ero ‘na regazzina…- mi racconta all’improvviso – c’era qualcuno che se chiamava co’ quel nome, forse, sì…- scuote la testa, – ma che ce volete fa…so vecchia ormai, la memoria è quella che è. È un vostro parente? – chiede alla fine.

Annuisco.

– Sì – le dico – mio nonno e mia nonna. Abitavano lì, al terzo piano, mio padre è nato qui, c’ha vissuto qualche anno ma poi so’ annati via, a vive da un’altra parte. Ma è passato tanto tempo ormai…

– Volete salire? – mi fa la signora, – so’ brava gente quelli che ce abitano adesso, io li conosco, volete facce un salto? V’avverto però che non c’è l’ascensore.

Sorrido, a pensare a mia nonna che sale le scale con le buste in mano e non dice niente, mentre io pure se devo andare al primo piano prendo l’ascensore.

– Magari un’altra volta – le rispondo, – c’ho il taxi parcheggiato male laggiù, meglio che torno prima che me lo portano via.

 

Saluto la signora, le stringo la mano piccola e tutta pelle e ossa e m’allontano, con la certezza che in quella casa in realtà non ce voglio entra’. Che me basta guardare i soffitti con le travi in legno dalla strada, che va bene così, perché magari a vederle sul serio e troppo da vicino non le riconosco per niente e ci rimango male. Che m’aspettavo de trovà un tesoro e invece…

 

Cammino, infilo le mani nelle tasche e ritrovo qualche spiccio. Quelli che me porto sempre dietro per un caffè al volo. Li tiro fuori e me li guardo manco c’avessi la Banca d’Italia. Da lontano s’avvicina un ragazzo con due cani, di quelli che girano per la città vestiti da barboni e chiedono l’elemosina a tutti, pure alle statue. Mi vede, e manco a farlo apposta me lo ritrovo di fronte che mi chiede qualche spiccio.

– Tie’, giusti giusti per un caffè, che io il mio l’ho già preso – gli dico.

Quello mi guarda strano, ma io sto già altrove.

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