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Eleonora

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Non è stato doloroso morire. Ditelo a mia madre, a mio padre a mia sorella alle mie cugine… la vita è semplicemente fluita dal corpo. E ora che sono morta posso dire che sono felice.

Racconto di Eleonora come riportato dalla voce della medium Madame La Fontaine a Parigi, 1921.

Non è stato doloroso morire. Ditelo a mia madre, a mio padre a mia sorella alle mie cugine… la vita è semplicemente fluita dal corpo. E ora che sono morta posso dire che sono felice.

La notte del mio quattordicesimo compleanno qualcuno aveva lasciato aperta una finestra.

Dopo la festa ero andata a letto felice. Provavo, in realtà, un leggero senso di nausea che mi era venuto dopo la terza fetta di torta con la panna. L’aveva preparata la nuova cuoca, quella giovane e carina che portava i capelli raccolti all’indietro. Era squisita.

Mio padre mi aveva fatto anche assaggiare il suo vino e trovai il sapore così buono che, di nascosto, ne bevvi altri due bicchieri. Non sapevo, però, se il malessere fosse dovuto al vino oppure al troppo zucchero che avevo mangiato. Avevo passato un’ora in preda all’euforia. Io e le mie amiche avevamo ballato tutto il pomeriggio, strette per mano, ed ero circondata da sorrisi e occhi gioiosi.

Quando andai a coricarmi il cuore era ancora in festa ma le colonne del letto a baldacchino giravano fin quasi ad intrecciarsi e il soffitto a cassettoni di legno di quercia sembrava inclinarsi a destra e sinistra ad ogni battito di ciglia. All’inizio faticai ad addormentarmi, ma quando finalmente chiusi gli occhi, le prime ore passarono in fretta.

Dormivo da sola nella stanza da letto più grande della casa di campagna, al secondo piano. Dalla mia finestra potevo vedere tutto il giardino e la luna illuminava gran parte della camera. Le altre stanze di quel livello erano occupate dalle mie due cugine e da mia sorella. Le prime dormivano insieme, mentre mia sorella, di cinque anni più grande, divideva con una sua amica una stanza poco più piccola della mia.

In piena notte mi svegliai come se il sonno se ne fosse andato tutto d’un colpo. La fiamma della candela, che tenevo sempre accesa, creava ancora aloni guizzanti sulla parete. Mi sentivo pesante e schiacciata contro il materasso come se l’aria sopra il letto avesse un proprio peso. Scrutai attorno e, forse per un gioco di ombre, trovai la stanza più grande di quanto non fosse in realtà. Nell’aria si era diffuso un odore di vecchio e di umido, come quello delle stanze chiuse dell’ala abbandonata della casa. Ero sola, non ero spaventata, eppure sentivo nelle orecchie il battito del cuore. Stupendomi di quanto fosse forte quel rumore durante la notte rispetto al giorno, quando i vivi nemmeno lo percepiscono, rilassai i muscoli del collo. Non mi ero accorta di averli contratti e affondai con la nuca sul cuscino. Nonostante trovassi fastidioso l’insolito odore, riempii i polmoni per fare un bel sospiro quando vidi un volto grazioso e inespressivo che mi osservava stando accanto al letto. Avrei dovuto gridare, ma non lo feci. Mi limitai solamente a guardarla. Era inginocchiata a terra e aveva i palmi delle mani appoggiati al copriletto. La guardai con una meraviglia irreale ricercando nei tratti del suo volto un segno che me la facesse riconoscere. Era come se la conoscessi da sempre eppure non riconobbi in lei nessuna tra le mie cugine, mia sorella e neppure l’amica. I suoi occhi erano sbarrati e grandi, più grandi del normale ma non tradivano alcuna emozione.

La cosa che, invece, mi turbò fu la sua pelle spaventosamente sottile. Tanto sottile che, nonostante la poca luce, potevo distinguere le ramificazioni violacee delle vene. Sotto gli occhi, dalle guance fino al collo e sulle mani.

Ad un certo punto la ragazzina si mosse e fece per toccarmi. Io mi ritrassi di colpo perché la sola idea di essere toccata da quei palmi rigati di viola mi sconvolgeva. Al mio scatto lei esitò; poi riuscì a toccarmi e quel tocco mi stregò. Mi accarezzò le mani. La pelle sottilea era deliziosamente liscia. Fu una sensazione mai provata.

Senza parlare o fare alcun cenno si distese sul letto e mi avvicinò a sé. Sorrise e, per la prima volta, tradì un’emozione. Mi stupii di scoprire che la sua compagnia non mi dispiaceva affatto e mi riaddormentai di nuovo.

Mi risvegliai con la sensazione di due spilloni conficcati nei polsi e nello stesso istante gridai forte. La ragazza si trovava ancora accanto a me e si ritrasse di colpo come se l’avessi spaventata. Aveva i capelli calati sul volto e non la vidi chiaramente. Scivolò, poi, sul pavimento e la persi di vista quando scomparve dentro un’ombra creata da un armadio.

Il dolore si trasformò velocemente in un bruciore insopportabile e mi sentii le mani e le braccia bagnate. Mi guardai i polsi e distinsi solo la pelle frastagliata e un liquido nero che usciva dallo squarcio. Incredula, alzai gli occhi verso l’armadio, con la gola stretta in una morsa di paura. L’aria non raggiungeva più i polmoni. Scesi dal letto, feci alcuni passi verso la porta, incapace di gridare nuovamente e persi i sensi.

Il mattino dopo riaprii gli occhi e mi ritrovai a letto. Non pensai agli squarci sui polsi, non pensai allo svenimento, il primo pensiero fu per lei, per la ragazzina. Drizzai la schiena e trovai mia madre seduta accanto al letto con un libro in mano. Nessun altro. Fu quasi deludente.

Guardai i polsi ma non c’era nulla. Possibile che fosse stato un sogno? In quel momento accettai l’idea che lo fosse. Raccontai che avevo avuto un incubo ma mi rifiutai di raccontarlo e tutti accettarono la mia reticenza senza porre troppe domande. Non era importante cosa avessi sognato ma solo il fatto che ne fossi rimasta impressionata.

L’energia della fanciulla che ero fece sì che lo spavento della notte passasse presto e trovai splendida l’idea di mia sorella di andare tutte insieme a giocare al ruscello nel bosco. Stavo bene, non c’era dubbio, perché non potevo definire sofferenza quella sensazione sconosciuta e graziosamente abbandonata in un angolo del petto.

La giornata passò felice e per il resto del pomeriggio non pensai più al sogno.

La notte, però, giunse con una lieve brezza che mi fece venire la pelle d’oca.

Mi resi conto che l’oscurità aveva ingrandito il sassolino abbandonato dentro di me dal sogno.

La stranezza e la suggestione portata dalla notte mi portò a chiedere a una delle mie cugine di dormire con me. Facevamo sempre così, tra di noi, la notte successiva ad un incubo. Lei accettò rassicurandomi che i brutti sogni non si fanno mai due volte di seguito.

Anche quella notte lasciai la candela accesa. Faticai a prender sonno, a contrario di mia cugina. La luce della candela e quella della luna illuminavano la ragazza nel mio letto regalandole una bellezza che non ricordavo avesse. Oppure davano a me la possibilità di vederla come mai l’avevo vista prima. Passai qualche minuto, adagiata su un fianco, a studiare il suo volto e lentamente crebbe per lei un sentimento di fastidio. Senza un vero motivo, non volevo più che si trovasse lì. Per dispetto la scoprii abbassando le coperte fino alle ginocchia.

Il sonno, alla fine, catturò anche me e chiusi gli occhi.

Fu un fruscio di lenzuola che mi svegliò poco dopo.

Pensai che mia cugina si fosse ricoperta ma la trovai nella stessa posizione di prima.

Anch’io mi trovavo ancora su un fianco ed ebbi la conferma che non poteva esser passato molto tempo. L’aria odorava di vecchio e umido. Udii un nuovo fruscio e la stessa mano levigata mi sfiorò una guancia da dietro. Mi voltai di scatto e trovai il sorriso della ragazzina dagli occhi grandi. Mi accarezzò di nuovo e ricambiai il sorriso. Il cuore mi batteva forte e odiai mia cugina per il solo fatto che si trovasse con noi. E maledii me stessa per averla invitata.

Feci a quel punto una cosa inspiegabile ma tanto naturale quanto l’atto di respirare. Le offrii i polsi. Era quello che mi chiedeva con i suoi occhi grandi.

Lei voleva proprio me, il mio amore. Non era andata da mia cugina, era venuta per me.

La ragazzina mi prese le mani e appoggiò le labbra alla mia pelle.

Provai dolore, non come la notte precedente, fu diverso, quasi piacevole. Un calore avanzò per il corpo e invase il petto, fasciando il seno, per scendere fino ai fianchi, avviluppandoli in un abbraccio.

D’un tratto si staccò dai miei polsi e parlò: «Vuoi stare con me?». Vidi le labbra muoversi e udii la voce dopo un trascurabile ritardo, come se stesse parlando da molto lontano.

Mi lasciai andare alle nuove emozioni e mi addormentai sorridendo. Era il mio modo per dire sì.

Inspirai profondamente nel tentativo di catturare il suo odore.

Percepivo il sangue colare lungo gli avambracci e sognai torrenti di montagna e fiori. E lei in mezzo ai fiori a guardare il cielo.

La mattina seguente finsi di stare male e passai la giornata in camera mia, da sola. Mi sentivo infastidita da chiunque venisse a trovarmi e risposi male a mia sorella che osò insinuare che non avessi nulla.

Non avevo nulla, è vero, mi sentivo solo stanca, immensamente stanca e svuotata. Desideravo solo che lei tornasse e non volevo che nessuno la vedesse. Mi ero innervosita con mia sorella soprattutto perché avevo provato ad accennarle qualcosa riguardo ciò che provavo e l’effetto fu orrendo. Mi pentii subito di aver accennato ai miei polsi ma ciò che mi fece infuriare di più fu il tentativo di mia sorella di sminuire il sogno. Non era un semplice parto della mia mente. Mi fu evidente che non poteva capire ciò che provavo.

Mia sorella, poi, aggravò la sua posizione quando accennò ad una passeggiata in giardino. La cacciai via dalla camera. Tirai le tende e accesi una nuova candela. Ma lei non venne. Forse non bastava il buio e il letto, forse ci voleva la notte.

Mi guardai i polsi e decisi di fasciarmeli per non rovinarli. Lì si sentiva il cuore battere e la pelle doveva essere liscia e perfetta.

Lei arrivò proprio quella notte, come speravo. Non volli nessuno con me a letto, nonostante mia madre cominciasse a guardarmi con occhi seriamente preoccupati. Mi domandò se volessi la sua compagnia ma la respinsi. Volevo solo lei, la mia amica.

E lei arrivò, anticipata da un lieve fruscio e da una carezza. Mi sorrise e le offrii i polsi. Lei mi morse e io mi addormentai pervasa dalla sensazione che coi suoi denti mi entrasse nel corpo e poi mi succhiasse via la vita.

Mi amava, ne ero certa e voleva da me il mio amore.

Venne anche la notte successiva e quella dopo ancora.

Io passavo le giornate in camera e rifiutavo di vedere chiunque. I miei genitori, in un primo momento, pensarono a qualche capriccio ma poi venne a trovarmi il dottore. Non potevo rifiutarmi anche con lui. Tanto cos’avrebbe fatto? Mi avrebbe visitato, avrebbe constato la mia repentina perdita di peso, la scarsità di appetito, il pallore malsano e il tremore delle mani.

Avrebbe trovato dei polsi splendidi e lisci.

Insomma, avrebbe solo avvisato i miei genitori che stavo morendo d’amore. Non so in che termini glielo disse ma sono certa che lo fece. Insomma avrebbe fatto tutto questo e poi se ne sarebbe andato. E mi avrebbe lasciata sola. Sola e in attesa di lei, la mia amica. L’unica compagnia di cui sentivo davvero la necessità. La mia medicina.

La decima mattina non mi svegliai più.

Ero contenta. Il suo odore era già il mio odore, la sua pelle era già la mia pelle.

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