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Scorfana

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Ehi pssst, mi vedi? Ehi, sono qua, dietro al vetro! Mi senti?!? No. Non mi senti. Uffa. Non so più che cosa inventarmi per attirare la sua attenzione.

Ehi pssst, mi vedi?

Ehi, sono qua, dietro al vetro! Mi senti?!?

No. Non mi senti.

 

Uffa. Non so più che cosa inventarmi per attirare la sua attenzione. Sono stanco di picchiettare tutto il giorno su questo accidenti di vetro che ci divide. Mica te ne accorgi che gli nuoto radente, roteando la coda a 360 gradi. E che con un guizzo di pinne mi muovo sinuoso come un’anguilla e faccio luccicare le squame del dorso, sfiorando le luci interne dell’acquario.

Una volta, mi sono addirittura messo a pancia all’insù a pelo d’acqua e poco ci è mancato che tu, Scorfana, non mi facessi fuori. Stavi lì per lì per pescarmi col retino e buttarmi giù per la tazza del gabinetto, come hai fatto con il mio amico Amilcare. Ma Amilcare era passato sul serio ad altra vita, pace all’anima sua. Io no, facevo finta, speravo che mi dessi del cibo. E quando ti sei avvicinata col retino, con un colpo di coda sono saltato su per scappare via.

 

Ehi! Sì parlo con te! Mi senti, Scorfana?!?

 

Ora che ci penso, sembra che tu abbia delle alghe secche in testa. Hai la faccia molliccia come una medusa. Quando apri la bocca, digrigni i denti come – appunto – uno scorfano. Vai ciabattando per l’ufficio con le scarpe basse, larghe come chiatte, ma tieni sempre fieramente la schiena dritta, perché tu sei la segretaria numero uno del direttore. La tieni su, come se avessi un albero maestro piantato nel deretano. Opss. Pardon, a volte sono un pesce un po’ volgare e dovrei sciacquarmi la bocca con dell’acqua un po’ più pulita. Quella dell’acquario è talmente sporca. Una vera sozzeria…

Sì, lo so. Non spetta certo a me giudicare gli esseri umani. Sono poco più importante di un sasso, io. Ma te Scorfana, non riesco proprio a non osservarti e a criticarti. Anche perché la tua scrivania e piazzata proprio di fronte a me. Certo posso guardare anche ai lati di questo rettangolo che è la mia casa, tipo dietro, dove c’è un muro bianco. Spesso mi metto là, solo soletto a contemplarlo, tanto per ricordare di che colore è la sabbia dei miei amati tropici.

Eh sì. Soffro un po’ di nostalgia, anche perché mi sento solo: i miei coinquilini non mi capiscono e mi evitano. Solo Amilcare –  grigio come me – mi è stato vicino fino all’ultimo, finché non l’ho ridotto all’osso. E mi è dispiaciuto molto quando Scorfana si è portata via le sue spine col retino, perché con quelle io continuano a farci quattro chiacchiere quando mi andava.

Nell’acquario è rimasta Palù, che quando mi incontra si assottiglia così tanto da fare presa al vetro. L’ultima volta – per staccarla – ho dovuto strapparle a morsi anche la seconda pinna e me la sono mangiata. E’ talmente gustosa, Palù, che il pensiero di addentarle la pancia morbida e colorata non mi fa dormire. Nel tentativo di zittire l’istinto, passo le notti a rigirarmi su me stesso, a fissare le alghe finte, a contare nella mia mente i miliardi di plancton dell’oceano.

Anche Tea è deliziosa. Le ho smangiucchiato tutta la coda nera e penso che passerò al muso quando uscirà dalla torre del castello di plastica, dove si è rintanata gridando su frequenze che gli umani non captano:  “Piranha!!! Piranha!!!”

Ma – lo giuro – la colpa non è mia. E’ colpa di Scorfana. Non ci dà abbastanza cibo quella e io ho bisogno di carne fresca, ogni giorno. Se non fosse così cattiva, potrebbe metterne in po’ in quell’enorme borsa che si trascina sempre dietro, dove tiene le misere scagliette con cui ci nutre quando si ricorda di noi. Mentre aspetto che ci dia qualcosa, io passo il tempo o a girarmi le pinne o a scrutare ciò che capita nell’ufficio. Se sbircio verso destra, intravedo la porta dell’ufficio del capo. Un  uomo  elegante, gentile ma un po’ musone. Ogni tanto, quando esce, butta un occhio da triglia su Sirena, la segretaria numero due, che siede proprio vicino alla sua stanza e che giochicchia sempre con un cerchietto che porta al dito e che brilla come la moneta fasulla del forziere dell’acquario. Se posso permettermi un’opinione da vongola verace Sirena è proprio un bel pezzo d’anguilla. E’ altissima: sotto i piedi porta due piccoli arpioni aguzzi. Brrrr. Al solo pensiero di essere trafitto da essi, mi scendono i brividi lungo la lisca. E’ sempre strizzata in un affare che assomiglia tanto ad un altro spauracchio di noi pesci: la tuta da sub. Peggio ancora, qualche volta indossa la rete sulle gambe, specie quando entra di sera nell’ufficio del direttore e qui non c’è più nessuno. Chissà perché, in quei momenti il capo ha tutta un’altra faccia: da pesce lesso. Lo senti scherzare, ridere con Sirena e, cosa curiosa, si mette a girare con la camicia aperta fino all’ombelico. Uno strano comportamento, di cui si è accorta pure Scorfana perché una volta è arrivata zitta zitta a ora tarda. Camminando guardinga come un granchio che si nasconde nella sabbia, ha raggiunto la porta dell’ufficio del direttore e si è messa a sbirciare dentro. La sua faccia molliccia da medusa si è affilata di colpo: sembrava quella di uno squalo. Quando Sirena – qualche giorno dopo – le ha fatto tutta soddisfatta un discorso di cui non sono riuscito a capire un granché, se non la parola “pro-mo-zio-ne”, i suoi occhi sono quasi schizzati fuori e le si sono afflosciate le guance, come un pesce palla sgonfio. A fine turno, sono uscite assieme per “fe-steg-gia-re”, diceva Scorfana. Ma da quella volta là – fatto strano – Sirena non si è fatta più vedere e il capo è sempre triste. Chissà… Forse Sirena avrà trovato un altro lavoro.

 

Ehi! Allora, mi presti attenzione? Per quanto tempo devo ancora battere sul vetro con la coda?!? Per quanto tempo devo dare ancora fiato alle branchie? Ho f-a-m-e!!!

 

Vedo che Scorfana fruga freneticamente con le mai nella sua borsa e finalmente si avvicina con – sì, sì, sì – del c-i-b-o!

Con un ghigno pari a quello di un altro simpatico amico mio tropicale, chiamato barracuda, apre il sacchetto di plastica e vedo che dentro non ci sono le solite magre scagliette, ma dei succulenti pezzi di carne fresca, intrisi ancora di sangue. Scorfana ne fa cadere uno giù nell’acqua, dritto dritto nelle mie fauci e io me lo divoro in un istante. Ah, era ora! Che goduria! Me ne dai un altro pezzettino, Scorfana?

 

Con aria soddisfatta butta in acqua un altro morbido brandello. E un altro ancora… Dolce, tenera, carne giovane. Mmm, tutto delizioso anche questo lungo ritaglio con dentro un sottile ossetto. Mi sa che è il dessert. Penso che ci vorrà un bel po’ per ripulirlo tutto perché c’è quest’accidenti di cerchietto infilato su, che ogni tanto mi si incastra tra i denti. E che mi dà un sacco di fastidio agli occhi. Perché brilla, brilla come la moneta fasulla del forziere dell’acquario.

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