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Alice nel paese dei miracoli

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Quel natale – l’ultimo natale – ricevetti da mia nonna uno strano regalo. Era sotto l’albero, in una busta bianca con sopra il mio nome.

Quel natale – l’ultimo natale – ricevetti da mia nonna uno strano regalo. Era sotto l’albero, in una busta bianca con sopra il mio nome. A fianco, su una busta uguale, c’erano altri due nomi: Germano e Lucia, i miei genitori. Subito dopo la cena della vigilia, al momento di scartare i regali, decidemmo di iniziare proprio da quelle due buste bianche.

Nella mia c’era una biglietto del treno. Carrozza 1, vagone 3, stazione di partenza Roma Termini, stazione d’arrivo Selinunte Centrale. Il treno partiva alle 00.00. Mancavano tre quarti d’ora.

Dalla busta di mamma invece uscirono dei biglietti del cinema. Davano Alice, caspita, Alice restaurato e in 3 d. Praticamente il mio sogno, io sono la massima esperta mondiale di Alice e del paese delle meraviglie.

Era chiaro che buste e biglietti erano stati invertiti. O almeno questo pensammo tutti e tre. Mia nonna però precisò subito che non c’erano errori e che anzi dovevo sbrigarmi se non volevo perdere il treno.

Mamma la guardò stranita ed eseguì gli ordini. Corse di sopra a prepararmi lo zaino per il viaggio: spazzolino, dentifricio, due panini pomodoro e tonno, un succo all’albicocca, una macchina fotografica, una bussola. Mutande, canottiera e calzini di riserva, lei ci tiene alla pulizia.

Papà aveva già tirato fuori la macchina dal garage e suonava il clacson pensando che così sarei stata più rapida. Arrivammo in tempo.

Appena sul treno, mi addormentai guancia al finestrino. Migliaia di luci di strade e città mi rimbalzavano come ombre sulle palpebre. Dormivo profondamente e bene.

Quando mi svegliai il treno era fermo sui binari. Era mattina ed ero a Selinunte. Non sentivo voci, né suoni, né sibili. Scesi e per prima cosa divorai i due panini e il succo: l’aria fredda mi aveva messo una gran fame. Che razza di natale, pensai, senza ravioli, senza pandoro alla nutella, senza cartoni delle winx, niente di niente. Poi presi la bussola e cominciai a camminare. Se lo racconto a Martina, domani, nemmeno mi crede.

Tutti sanno, e io sapevo, che Selinunte è famosa per la sua piazza dei miracoli. Dovevo puntare a sud ovest, attraversare il ponte sul fiume, camminare un paio di chilometri e poi girare a sinistra. Passai il corso, camminai sotto i cortili. Strade piccole e piccolissime si spalancarono all’improvviso su quella grande piazza, bella da togliere il fiato. Silenziosa. E completamente vuota.

Ero in piazza dei miracoli, nessun dubbio, c’era tanto di insegna a conferma. Solo che dovevano aver trafugato tutti i monumenti, il duomo romanico, la torre, il palazzo del municipio. La piazza era vuota. E non c’era nessuno a cui chiedere. Feci un giro su me stessa. Poi un altro. Poi un altro ancora. Mi fermai e vidi, in un angolo, un gruppetto di persone. Bel gruppetto… In verità erano solo tre, una mamma, un papà e un bambino. Mi avvicinai. Il bambino era piccolo piccolo, nato da poco, tondo come un’oliva.

Ciao, dissi.

Ciao, rispose il bimbo.

Ma i bimbi piccoli non parlano!, protestai.

Io invece sono bilingue!, replicò lui tutto orgoglioso. Parlo perfettamente italiano ed ebraico antico!

Io invece so un po’ d’inglese, precisai per non essere da meno.

Very good, rispose strizzando l’occhiolino.

Pensai che era insopportabile, piccolo e saccente. Avevo fatto bene a dire a mamma che non volevo un fratellino, metti che mi usciva così!

Decisi di andarmene, mi stava proprio antipatico, ma prima che facessi un passo, il bimbo rilanciò: ehi Alice, giochiamo un po’ insieme? Ieri sono venuti tre signori molto gentili e mi hanno portato una montagna di giochi. Ti faccio vedere.

Wow… Erano giochi me-ra-vi-glio-si!

Ma, un momento, come sai il mio nome?

Alice? È scritto sul tuo zaino.

Sai anche leggere? Mmm… In effetti anche io sono stata molto precoce, lo dice sempre papà.

Il bimbo tirò fuori costruzioni di tutti i colori, bambole di ogni taglia, puzzle, libri, colori, DVD e pure il mini tablet con la cover a forma di bianconiglio. Iniziammo a giocare, lui tutto sommato non era antipatico, non faceva capricci come i bimbi piccoli che conoscevo io.

A sera mi accorsi che non avevo più niente da mangiare e nemmeno un euro in tasca. Si stava facendo tutto buio e cominciai a essere triste. Mi veniva da piangere, anzi piangevo proprio.

Che hai?, mi chiese il bambino.

Mi manca la mamma, e anche papà. E non so come tornare a casa.

Lui si alzò, prese il mio zaino, lo chiuse, me lo mise sulle spalle, mi aggiustò i capelli proprio come avrebbe fatto mia mamma e mi guardò sorridendo.

Fu in quel momento che sentii il suono insistente di un clacson. E la voce di papà che chiamava mamma: dai Lucia sennò arriviamo tardi al cinema. Alice svegliati, ti vuoi perdere il film? Avanti!

Mi ero addormentata sotto l’albero, per terra, di sasso. Mi misi il cappotto, la sciarpa, lo zaino, guanto destro, guanto sinistro, scarpa destra, scarpa sinistra. Arrivo, arrivo, gridai.

In macchina mi ricordai del sogno. Aprii lo zaino: c’erano dentro una bussola, la confezione vuota di un succo e pure un tablet per bambini con la custodia di bianconiglio. Mamma mi prese per mano, se la portò alla pancia, l’anno prossimo – disse – al cinema ci portiamo pure il fratellino, che dici?

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