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Visioni del circo invisibile

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Amava raccontare Federico Fellini, di essere fuggito – bambino di circa sette anni – insieme ai clown e ai teatranti di un piccolo circo, quando la compagnia aveva levato le tende...

Amava raccontare Federico Fellini, di essere fuggito – bambino di circa sette anni – insieme ai clown e ai teatranti di un piccolo circo, quando la compagnia aveva levato le tende dopo una serie di spettacoli nella sua città natale, Rimini; e che un conoscente lo aveva riconosciuto e riportato a casa sulla canna della bicicletta. La storia non era vera e fu contraddetta dalla stessa madre del regista. Ma era vera nel mondo parallelo della sua fantasia, poi riversata nel suo film per la tv, I clowns del 1970, che rivisto oggi, ci ha riservato più di una sorpresa. Vedremo…

Intanto perché chiarisce come la fascinazione del giovane Federico per il mondo del circo ha radici profonde nella sua infanzia; ‘il circo’ è la metafora fondante del suo immaginario e molte delle sue scelte nella vita adulta sono in relazione a quel mondo.

Tra l’altro, rivedere quelle immagini mi ha fatto tornare alla mente un ricordo quasi cancellato… Di quando un piccolissimo circo fatto da uno o due carrozzoni, chiese a mio padre il permesso di accamparsi su uno slargo che avevamo dietro casa, e di fare lì qualche spettacolo.

Data ad allora la mia scoperta di quel mondo, in epoca ancora pre-televisiva, quando la fantasia aveva un diverso modo di alimentarsi. Ricordo il cerchio della pista, i costumi, qualche semplice numero acrobatico e l’impiego nello spettacolo di uno dei due cavalli che tiravano anche il carrozzone e dei due cani al seguito. E il personaggio del clown – si chiamava ‘Fagiolino’ – che attirava noi bambini come il miele le api. Non so se c’entrò qualcosa, nella malìa, anche la bambina della famiglia di artisti, figlia del proprietario nonché capogruppo, che poi non era altri che Fagiolino stesso; e la sorpresa, ogni sera, per la trasformazione di persone comuni – li vedevo lavarsi, cucinare, mangiare – in attori, mimi e acrobati… Alla buona sì, ma non tanto da non lasciare a bocca aperta noi bambini di allora…

 

È il mondo del circo, che per molti anni ha seguitato ad affascinarmi, fino a che la saturazione, l’età, e il disincanto forse, non l’hanno avuta vinta sulla meraviglia. Mi è tornato tutto alla memoria guardando uno dei lungometraggi tra i meno noti di Charlie Chaplin (già nel personaggio di Charlot), dopo il Monello (del 1921) e La febbre dell’oro (1925), quasi alla fine dell’epoca del muto: Il circo.

Film muto del 1928, che valse a Chaplin l’Oscar alla carriera, ma fonte per lui di innumerevoli traversie durante la lavorazione, tanto da non citarlo nella sua autobiografia

E sempre stimolato dai miei trascorsi circensi (!?) ho imparato in seguito la distinzione, basilare nel mondo dello spettacolo, tra i due principali tipi di clown sempre presenti al circo [pare che l’etimologia del termine inglese clown derivi dall’islandese clunni, zotico, rustico; altri sostengono una genesi dal latino colonus, contadino].

Nella tradizione del circo occidentale i due clown più conosciuti sono ‘il bianco’ e ‘l’augusto’. Il bianco è quello intelligente, abile e raffinato, vestito di bianco e spesso anche col viso imbiancato; l’augusto è invece goffo, confusionario e giocherellone, ha spesso un nasone rosso e le lacrime a zampillo. Di solito lavorano in coppia; l’effetto comico è generato dal contrasto di queste due figure.

Copertina del libro I Clown di Federico Fellini, del 1988 (Cappelli Editore, Bologna)

Scrive Fellini:

“Quando dico “il clown”, penso all’augusto. Le due figure sono, infatti, il clown bianco e l’augusto. Il primo è l’eleganza, la grazia, l’armonia, l’intelligenza, la lucidità, che si propongono moralisticamente come le situazioni ideali, le uniche, le divinità indiscutibili. Ecco, quindi, che appare subito l’aspetto negativo della faccenda: perché il clown bianco, in questo modo, diventa la Mamma, il Papa, il Maestro, l’Artista, il Bello, insomma quello che si deve fare.

Allora l’augusto, che subirebbe il fascino di queste perfezioni se non fossero ostentate con tanto rigore, si rivolta. Egli vede che le paillettes sono splendenti: però la spocchia con cui esse si propongono le rende irraggiungibili.

L’augusto, che è il bambino che si caca sotto, si ribella ad una simile perfezione, si ubriaca, si rotola, per terra e anima, perciò, una contestazione perpetua. Questa è dunque la lotta tra il culto superbo della ragione (che giunge ad un estetismo proposto con prepotenza) e l’istinto, la libertà dell’istinto.

Il clown bianco e l’augusto sono la maestra e il bambino, la madre e il figlio monello; si potrebbe dire, infine: l’angelo con la spada fiammeggiante e il peccatore.

Insomma, essi sono due atteggiamenti psicologici dell’uomo: la spinta verso l’alto e la spinta verso il basso, divise, separate.

Il film finisce così: le due figure si vengono incontro e se ne vanno insieme”.

Tipologia dei clown: il clown bianco e il clown augusto
Illustrazione di Milo Manara per I Clowns

Continua Fellini: – “…Perché le due figure incarnano un mito che è in fondo a ciascuno di noi: la riconciliazione dei contrari, l’unicità dell’essere.

Quel tanto di dolente che c’è nella continua guerra tra il clown bianco e l’augusto non è dovuto alle musiche o a qualcosa di simile: ma alla circostanza che ci si presenta sotto gli occhi un fatto che riguarda la nostra incapacità a conciliare le due figure. Infatti, più vorrai obbligare l’augusto a suonare il violino e più egli farà scorreggioni col trombone.

Ancora: il clown bianco pretenderà che l’augusto sia elegante. Ma tanto più questa richiesta verrà fatta con autorità, tanto più l’altro si ridurrà ad essere stracciato, goffo, impolverato.

È l’apologo perfetto di una educazione che intende proporre la vita in termini idealizzati, astratti. Ma dice appunto Lao Tse: se ti costruisci un pensiero (= clown bianco), ridici sopra (= l’augusto)”.

[Federico Fellini: I Clown, Op.cit.; 1988]

 

Addirittura per Fellini queste divennero categorie classificative, quasi una cosmogonia, in base alle quali egli etichettò personaggi del mondo dell’attualità e della politica dei suoi tempi…

Fellini mascherato da clown

Questo lungo preambolo-ricordo era dovuto – almeno a me stesso – prima di andare a rivedere, a distanza di vari anni dall’ultima volta, lo spettacolo di Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée: Le cirque invisibile.

A Roma! Che dev’essere una piazza particolarmente difficile… Giusto a proposito c’è una scena significativa ne I Clowns di Fellini. Quando la troupe va ad intervistare père Loriot, il cui vero nome è George Bazot – classe 1884, all’epoca ha 86 anni; 68 anni di mestiere di cui 26 come ‘augusto’ al Cirque d’Hiver  – che ha lavorato con i maggiori clown della sua epoca (Bario, Porto, Rhum, Mimil, Zavatta).

Dice père Loriot, un vecchietto sorridente e gentile che parla un buon italiano:

– Ah, conosco bene Roma!  (…) …A Roma nessuno rideva…

Sono andato dal Direttore per domandargli – Ma cosa succede? E lui mi dice: Va tutto bene!

– Ma non ride nessuno!?

Ah! – dice lui – Ma non ridono mai! No, no! Mai! …mai!

Attenzione! Le cirque invisibile di Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thierrée, è in scena all’Auditorium (Sala Petrassi), dall’11 solo fino al 23 dicembre

Invece si ride molto al Cirque invisible che è in questi giorni all’Auditorium.

Grazie a due artisti innovatori e coerenti, che perseguono un’idea dello spettacolo circense portato avanti per quarant’anni circa; insieme sul palcoscenico e nella vita.

Sono Jean-Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin.

 

È stata per me una sorpresa e il regalo di questa messa a punto sul loro spettacolo attuale, ritrovarli belli, quasi angelici, agli inizi della loro carriera, in una scena de I Clowns di Fellini, quando sono due giovani che sperano in una scrittura da parte di un burbero direttore di Circo.

– Si chiama Baptiste, è medico, psichiatra – dice Fellini presentandolo – e in una casa di cura per malati mentali ha cominciato a organizzare i suoi primi spettacoli… Oggi il suo sogno è girare la Francia con un Circo rinnovando le cosiddette entrée clownesche tradizionali…

Lei – dice uno della troupeè la figlia di Chaplin..!

– Stai zitto – gli dice un’altra – non vuole farlo sapere… Ma poi Federico la presenta apertamente come tale.

 

Nella scena sopra citata de I Clowns – subito ritagliata e inserita per l’occasione su YouTube – lei fa ancora soltanto l’assistente di scena… A guardarla, è inevitabile cercare traccia, anche soltanto per i tratti del viso, dell’”aura” di papà Charlot e della madre Oona O’Neill: un imprinting fisiognomico che si ritrova anche nei numerosi fratelli e sorelle (nella più nota Geraldine, per esempio).

Il progetto del circo itinerante fu quindi realizzato e tuttora prosegue; un’avventura artistica cominciata con il “Cirque bonjour” negli anni Settanta, seguita da “Le Cirque imaginaire”, interpretato con i figli – Aurelia e James, che ora proseguono la loro vita artistica in proprio – diventato, dopo l’ultima metamorfosi creativa, lo spettacolo che i due interpretano nelle piazze e nei teatri del mondo: Le Cirque invisibile, appunto.

 

Sono passati molti anni… ma Victoria e Jean-Baptiste sono ancora una volta con noi – quasi una leggenda vivente… E anche se sappiamo di quanto idealismo e retorica sono fatte le “leggende viventi”, pure ci piace riscaldare il cuore con esse, e meravigliarci.

…E se non al Circo, quando?

Li ritroviamo un po’ cambiati per l’età anche se, seguendoli negli anni, ci abbiamo pian piano fatto l’occhio.

“…avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi /
poi ti volti a guardarli e non li trovi più…” (da Buffalo Bill di De Gregori)

Quando si spengono le luci della platea e si accendono i riflettori sul palco, tutto quello che lo spettatore deve fare è dimenticare la razionalità e lasciarsi trasportare dalla leggerezza e dalla bravura di questi due artisti. Victoria e Jean-Baptiste si alternano in un susseguirsi di travestimenti, esercizi di funambolismo, creature oniriche e illusionismi, realizzati tra giocattoli d’altri tempi e abiti fantastici, dentro una miriade di invenzioni piccole e perfette.

“Il loro circo è un’opera di magia che si dispiega come un’evidenza” – è stato scritto.

Lo spettacolo va avanti ad un ritmo forsennato, una scena via l’altra, senza interruzione, tanto che si fa fatica ad immaginare che sono solo loro due, Jean-Baptiste e Victoria, a tenere la scena, e non dieci persone! Alcune apparizioni sono così fugaci che si fa appena in tempo a registrarle, ma il messaggio è sempre semplice e diretto; passa dagli occhi al cuore con deviazioni occasionali (ma facoltative) alla mente, dove suscitano associazioni e richiami.

Lui… Jean-Baptiste, con la sua massa di capelli bianchi, da genio folle, i suoi costumi fantasmagorici, dipinti nei modi più strani, da un quadro a una zebra, a un paesaggio, lo sguardo ironico e furbetto, apre la porta su un mondo meraviglioso… Affabula in un francese-italiano, quasi anch’esso di fantasia, più gramelot che altro.

Lo vediamo travestirsi cento volte, come un paesaggio o come un tramonto d’oro, con le righe di una zebra o a fiori, in viaggio con valigie sempre più improbabili verso mondi sconosciuti…

Jean-Baptiste con un fantasioso costume dalle ‘ginocchia parlanti’
Quante storie possibili si portano dietro le immagini… Nei tableaux vivants di Jean-Baptiste o in un giro in bicicletta con uno strano compagno di gita, quante idee per una Scuola di Scrittura!

Lei… rappresenta la parte poetica-immaginaria dello spettacolo, in perfetta alternanza con quella comica-surreale di Jean-Baptiste. Victoria in scena non parla mai, ma la sua presenza trasporta in un mondo onirico, dove dei vestiti si trasformano in un cavallo, degli ombrelli in una danza di pavoni in amore; dove un pesce prende vita, un velo diventa un dragone. E nel numero sul filo – uno dei pochi rimasti della più consistente attività da funambola negli anni passati –  ricompare la sua eterea leggerezza, mantenuta attraverso gli anni, apparentemente senza peso in un mondo rovesciato.

Jean-Baptiste con una delle sue valigie e Victoria nella parte di una improbabile ‘pazzariella’: una donna-orchestra vestita di bicchieri e di utensili da cucina

E gli animali, che del Circo sono una citazione quasi obbligata… Oche, colombe conigli; perfino un Bianconiglio gigante preso direttamente in prestito da Alice.

Tra bolle di sapone, suoni di carillon e gocce d’acqua tintinnanti, con gli animali che prendono possesso del palco, si conclude uno spettacolo impalpabile, fatto di niente che non sia la capacità poetica ed evocativa di due artisti di genio; dotati di assoluta padronanza delle tecniche del mestiere del circo, da cui sono capaci di distillare l’essenza: la fantasia e la meraviglia!

 

Intorno al suo lavoro, Jean-Baptiste Thierrée ha chiarito che avrebbe voluto “realizzare un solo spettacolo e limarlo all’infinito”. Ha detto anche: “Ho sognato un circo diverso, innovatore da tutti i punti di vista, fantasmagorico, rinnovato nella musica, nei costumi, nello spirito…”

Pare alfine che i due giovani sognatori degli anni ’70 a caccia di bolle di sapone, ci siano proprio riusciti, e nel trionfo degli applausi finali questa sembra una piccola vittoria anche per noi…

 

Mi fa piacere chiudere con una citazione che è un classico e non si può omettere in questo pur breve e selettivo tributo al Circo.

Il più comico spettacolo del mondo è un film del 1953 diretto da Mario Mattoli. È primi film tridimensionali italiani, ridistribuito quasi immediatamente in versione 2-D. Il film è la parodia di Il più grande spettacolo del mondo del 1952 di Cecil B. DeMille. È conosciuto soprattutto per l’interpretazione di Totò e in particolare per la sua “Preghiera del clown”.

 

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