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Come si traducono in inglese le poesie di Gioacchino Belli?

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Li libbri nun zò rrobba da cristiano o Books isn’t stuff fer God-respectin people: è questo il nome dell’evento tenutosi venerdì 7 dicembre alle ore 11 al Caffè Letterario, in occasione della Fiera nazionale della piccola e media editoria.

Li libbri nun zò rrobba da cristiano o Books isn’t stuff fer God-respectin people: è questo il nome dell’evento tenutosi venerdì 7 dicembre alle ore 11 al Caffè Letterario, in occasione della Fiera nazionale della piccola e media editoria. All’incontro hanno partecipato Michael Sullivan, traduttore e autore di fiction per la BBC, Marcello Teodonio, massimo studioso di Belli e presidente del Centro Studi G. G. Belli; Maurizio Mosetti, regista e attore; Riccardo Duranti, anglista e traduttore.

Apre il dibattito Marina Rullo, moderatrice e traduttrice, con la constatazione, o forse provocazione, che la traduzione della poesia spaventa. Ma è proprio così? La parola passa a Marcello Teodonio, il quale ricorda che Gioacchino Belli compose 2279 sonetti in romanesco, lingua che non parlava, pubblicati oltre vent’anni dopo la sua morte. «Sin da subito, Belli mostrò uno spiccato scrupolo linguistico poiché nessuno prima di lui aveva osato imbarcarsi nello studio del romanesco. Belli dedicò anche una particolare attenzione alla grafia con cui rendere il suono del romanesco. Diciotto, per esempio, diventa “disciotto”. Dalla sua opera si può trarre un intero vocabolario». E ricorda che Belli è il poeta più tradotto al mondo dopo Dante, tenuto conto che le sue poesie hanno visto la luce anche in esperanto. E poi: «Quella del Belli è il dialetto, lingua “altra”, è la lingua della verità che smaschera la menzogna».

Tradurre le poesie di Belli in inglese è stata una sua idea e non una richiesta editoriale, chiarisce Michael Sullivan in perfetto italiano. Li morti di Roma è stato il primo sonetto che ha tradotto, e poi ci ha preso gusto. 323 è il numero di sonetti tradotti sino ad ora, raccolti in due pubblicazioni per la casa editrice Windmill Books di Londra, e in cantiere ce ne sono ancora 50.

Tuttavia, pur avendo realizzato un ritratto enciclopedico di una città e di un popolo, Belli non è apprezzato in Italia, dichiara Duranti. L’intera opera può essere letta come un romanzo popolato da 10.000 personaggi e 100 ambienti diversi, aggiunge.

Si entra poi nel vivo dell’incontro, con la declamazione dei sonetti, prima in italiano, per voce dell’attore Mosetti: La creazzione der monno è il primo di una serie di sette. La palla passa a Sullivan, che del sonetto legge la versione tradotta The creation of the world, spiegando che per i componimenti permeati di religiosità, egli ha scelto un accento irlandese, data la rinomata e profonda religiosità di questo popolo. «Belli come teologo è molto eterodosso. Nei suoi sonetti è sempre presente una strofa che sintetizza il sonetto intero. Sta al traduttore riuscire a cogliere tale indizio», conclude Sullivan.

Così, per la traduzione di La vita dell’omo (The life of a man), la scelta ricade sull’accento di Londra. Ma perché il traduttore ha optato di volta in volta per un accento diverso? Sullivan replica che «tutte le volte ho immaginato chi avrebbe potuto dire quelle parole, quel particolare sonetto. Fra i vari accenti di Londra, per esempio, ho quasi sempre scelto l’accento dell’East End. Poi quello dello Yorkshire l’ho riservato per le confidenze fra ragazze, eccetera».

Belli faceva il censore del papa ma dentro di sé era un vero anarchico e libertario e nei suoi sonetti questo aspetto emerge chiaramente. Il titolo Li soprani der monno vecchio, ad esempio, è una deformazione di sovrani. In questa scelta c’è un intento specifico, il sonetto è in falsetto, registro a cui i soprani ricorrono, spiega Duranti.

È il turno di Le risate der papa (The PM laughter). In questo sonetto, il papa diventa il PM, il Primo Ministro, pertanto il contesto cambia totalmente. Nelle traduzioni per mano di Sullivan infatti, i sonetti di Belli sono sottoposti ad una operazione di attualizzazione, per adattarli ai contesti culturali più vicini al lettore.

Duranti sottolinea che Belli sceglie questa lingua che non aveva dignità letteraria, prende la struttura poetica più formale, il sonetto, mettendo insieme due opposti e costringe il dialetto in una struttura formale piuttosto rigida.

Un dato è certo: «Tradurre Belli è una scommessa». Parola di Marcello Teodonio.

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