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Solitario

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– Quella stronza di Barbie m’ha buttato fuori di casa – disse Ken emergendo da un cartone vicino al cassonetto. – Quando? – feci mentre lo osservavo dispiaciuto. Era sporco, seminudo. Con una mano si teneva la gamba destra. – Oggi, così… all’improvviso.

– Quella stronza di Barbie m’ha buttato fuori di casa – disse Ken emergendo da un cartone vicino al cassonetto.
– Quando? – feci mentre lo osservavo dispiaciuto. Era sporco, seminudo. Con una mano si teneva la gamba destra.
– Oggi, così… all’improvviso. E mi sono trovato in mezzo alla strada nel giro di pochi minuti.
Mi sembrò di scorgere una lacrima sotto la fioca luce del lampione.
– Possibile non ci fossero state delle avvisaglie, vi vedevo così affiatati, sempre insieme …
Non è la solita stupida domanda, credetemi, ne so qualcosa io di litigi: i miei sono divorziati da sempre e vivo da mia madre che dopo un’altra figlia ha fatto fuori pure il secondo marito.
– Beh, a dire la verità ultimamente si era come spezzato qualcosa. Lei mi rimproverava di cambiare troppo spesso, di non essere stabile. Ma non era colpa mia, lo sai come viviamo: un giorno piloti, poi astronauti, magari settimane intere in costume su di una spiaggia inesistente a far finta di guardare il culo alle Bratz. Ma è questo il nostro lavoro, la nostra vita!
– E allora lei? Quando vi ho conosciuti era sempre vestita da aerobica, poi l’ho vista in ogni salsa: pattinatrice, fashion, cavallerizza… credo che abbia fatto tutto tranne la suora! – dissi appoggiandogli la mano sulla spalla mentre zoppicava. Ci avviammo verso casa mia. Gli avevo offerto ospitalità. Cosa rara per me, non invito mai nessuno. O forse nessuno vuol essere invitato da me, un sedicenne con le pustole in faccia alto meno di mezzo metro. Mentre procedevamo affiancati affrontai l’argomento più spinoso.
– Ma… in quel campo lì le cose tra di voi come andavano?
– Bene, ti giuro, sempre bene… almeno così ho sempre creduto. Altrimenti come avremmo fatto a fare una barca di figli? Skippy, Ricky, Taffy, Cippy, Cioppy… con tutti quei cazzo di nomi che manco me li ricordo bene… Mi mancano da morire, sai?
– Lo credo, ma possibile che non ti abbia dato dei vestiti per coprirti, che ne so, la tua auto, la tua moto… Non hai neppure le scarpe!
– Tutto, si è tenuta tutto: le case, il camper,la barca… In fondo una volta l’aveva detto che la sua aspirazione era diventare Barbie divorziata… Ma io credevo scherzasse, che fosse solo una barzelletta!
Non mi meravigliai: mia madre non aveva fatto nulla di diverso in tutti e due i matrimoni. Arrivammo a casa. Prima di entrare mi fece un’ultima confessione.
– Voglio essere sincero con te. La verità è che c’è un altro. Facevo fatica a dirtelo, sono molto orgoglioso, lo sai.
– Chi? Chi è quello stronzo! –urlai come se la cosa mi riguardasse da vicino.
– Quel plasticone di Big Jim!
Non potevo credere che ancora una volta vincessero i muscoli palestrati sull’intelligenza e la sensibilità, ma dovevo aspettarmelo visto che io non venivo filato da nessuno e non solo per la statura.
– Ma non ti sei accorto di nulla?
– E’ stato infido, ha lavorato piano piano. Prima con la scusa della ginnastica, poi approfittando della mia gamba che ogni tanto si stacca. Ma poi si riattacca subito, lo sa fare anche un bambino di cinque anni! Insomma quei due facevano tutto insieme: in barca, sulla mia auto, addirittura lui tirava l’osso al mio cane! E io spesso rimanevo nello scatolone con la mia gamba disarticolata ad aspettare l’ora di cena. Così la stronza ha cominciato a dire che non ero abbastanza prestante, che era stanca di stare con un invalido…
– Che dici? Me lo ricordo benissimo la figura da figo che facevi col completino surf!
– Tu sì… lei non più. Ormai voleva i muscoli a pagnottella.
Mi sembrava piangesse quando passammo davanti alla camera di Carlotta. Ebbi la sensazione avesse sbirciato troppo dentro, ma lì per lì non ci feci caso. Pensai fosse normale per uno che non conosceva ancora la casa. E invece avrei dovuto fare più attenzione.
I primi giorni passarono tranquillamente, almeno così mi sembrava. Un po’ giocavamo,un po’ guardavamo la tv o stavamo al computer. Sentivamo la musica sul mio I-pod, e grazie a lui mi appassionai al country. Finalmente mi si era aperto il mondo di una sana, solida amicizia virile. Quand’ero a scuola rimaneva in camera mia, sul comodino o sul letto, e al mio ritorno era sempre una gran festa, quella di ritrovarsi tra amici. Così almeno credevo.
Il patatrac avvenne quando Carlotta ebbe la tonsillite e non andò a scuola per un bel pezzo. Non avevo niente in contrario che lo portasse in camera sua e ci giocasse, purché facesse attenzione alla gamba, ma quando tornavo non lo trovavo mai al suo posto e me lo dovevo andare a prendere nella stanza di Carlotta. Non era solo questo. Il fatto è che lo vedevo strano, come se si sforzasse di sembrare felice di vedermi. Quando uscivamo dalla stanza poi si voltava sempre indietro, quasi gli dispiacesse.
– Che hai? C’è qualcosa?
– Niente, niente lo giuro.
Ora che avevo un amico volevo essere sicuro che non si stufasse di me.
– Che vuoi fare? Andiamo su uno di quei siti di bambole con le tette di plastica e poi ci chiudiamo in bagno?
– No…no… fa niente … guardiamo la tele…
E poi si addormentava.
– Facciamo un giro in bici, oppure ti porto in tram. Ti metto nel taschino davanti, come piace a te!
– Non mi va… Preferisco restare a casa.
– Ho capito… pensi ancora a Barbie. Ma quello è un capitolo chiuso ormai. Per come ti ha trattato poi…
– Sì, hai ragione… Ti spiace se sto un po’ nel cassetto del comodino?
Pensavo ingenuamente che fosse un po’ depresso. Mi era venuta l’idea di portarlo dalla mia psic, per farlo parlare al posto mio. Non potevo immaginare cosa lo stronzo covasse dentro. Finché una settimana fa…
– Senti, ti devo parlare.
– Certo, dimmi…
– E’ già da un po’… Ma non volevo ferirti.
– Tranquillo, dai… comincia.
E invece stavo già morendo.
– Da stasera cambio stanza, vado da Carlotta.
– Certo, da Carlotta, che problema c’è, in fondo è la mia sorellina. Quando vorrò potrò sempre venire lì per stare un po’ insieme!
Questa è la risposta che avrei voluto dare e invece cominciai a urlare sbatacchiandolo.
– Che cos’ha quella merda della mia sorellastra che io non ho! Dimmelo! Dimmelo, cazzo!
– Calmati, non pensavo te la prendessi così, credevo di poter parlare con te da uomo ad uomo, perché di cose da uomini si tratta…
– Cosa mi devi dire? Cosa?
– Mi sono innamorato. E’ un affare serio.
– Non di lei! Ti prego dimmi non di quella stronzetta di Carlotta!
– No, no… è una bambola come me… insomma…è Sbrodolina!
– Sbrodolina? Ma come hai potuto! Lei è molto più grande di te!
– Quando si ama questo non vuol dire nulla.
– Ti rendi conto che sei il suo toyboy? Quando si stuferà non venire a piangere da me!
– Lei non si stuferà, abbiamo un legame profondo noi! Anche col suo bambino… Cicciobello Bua!
– Quell’orrendo moccioso che vive col termometro nel culo? – gridai.
– Non ti permetto di parlare così di un piccolo orfano sfortunato!
Mi diede un ceffone che mi lasciò a lungo l’impronta sulla guancia. Cominciai a singhiozzare e quando riaprii gli occhi se ne era già tornato nella camera di Carlotta. Così finì il sogno della mia amicizia con quell’ingrato. Da allora non ci siamo più parlati. A volte lo vedo di sfuggita quando passo per il corridoio ma preferisco tirare dritto. Mi sembra felice, cosa che io non sono. Penso che se tornasse indietro gli perdonerei tutto, pur di averlo ancora vicino, pur di avere un amico tutto per me, che mi aspetta e mi rispetta. E invece sono sempre solo. Profondamente solo. Non cerco e non mi cerca nessuno. Per quelli della scuola sono il Puffo Solitario.

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