Condividi su facebook
Condividi su twitter

Data

E’ morto – disse Diego toccando col piede l’alluce gonfio e bluastro. Una fila di formiche dal piede nudo scorreva sotto la gamba del pantalone, bagnato e sporco di fango. L’altro piede era infilato in una scarpa da ginnastica.

E’ morto – disse Diego toccando col piede l’alluce gonfio e bluastro. Una fila di formiche dal piede nudo scorreva sotto la gamba del pantalone, bagnato e sporco di fango. L’altro piede era infilato in una scarpa da ginnastica.

Il grosso corpo giaceva supino, proprio sotto l’acacia, le gambe e le braccia divaricate, faccia al cielo. Magari è solo svenuto – disse Marica senza avvicinarsi, le mani strette l’una all’altra contro lo stomaco.

Diego girò intorno al corpo osservandolo con attenzione.

–      E’ mortissimo. Ha un buco nella testa, è tutto nero qua. Prese un rametto e tastò con circospezione il grumo di  sangue rappreso che dalla fronte era  colato sull’erba formando una pozza.

– Ehi!

Asako era comparsa all’improvviso, senza fare rumore e senza protestare per essere stata lasciata indietro. Marica aveva cercato di seminarla trascinando Diego in una gara di corsa sul prato e poi a zig zag in mezzo ai cespugli. Odiava giocare con lei. Le dava ai nervi con quegli occhi lunghi, senza espressione, quella faccia tonda e ossuta, i capelli dritti che le sfuggivano dai due stretti codini.

– Sei arrivata ultima- disse Marica. Devi fare penitenza.

– E’ morto? Chiese invece Asako a Diego senza dar mostra d’aver sentito.

Marica si sentì ridicola ad aver detto della penitenza. Non aveva il coraggio di avvicinarsi al corpo. Loro invece erano uno accanto all’altra e lo osservavano con interesse. Asako fissò a lungo gli occhi spalancati e guardò in alto:

–      Sta guardando il cielo.- disse -è tanto azzurro oggi.

–      Che stupida – sbuffò Marica cercando lo sguardo di Diego – un morto non guarda.-

Diego fece un sorrisetto. Marica rinfrancata si avvicinò, frapponendosi fra lui e Asako. Da vicino il corpo era enorme, la camicia coi bottoni strappati su un ventre gonfio, di un bianco madreperlaceo, coperto di peli sporchi di sangue e terra. Gli occhi aperti, esprimevano uno stupore quasi tranquillo mentre dalla bocca spalancata, orlata di schiuma grigia, sembrava uscire un grido di terrore. Marica represse un conato di vomito.

–      Che schifo! – disse. Fece una smorfia di disgusto e si turò il naso: -senti come puzza! –  Fece un passo indietro e  si strinse un po’ a Diego.  Poi guardò Asako con aria di sfida:

–       – Scommetto che hai paura: toccalo! La bambina la guardò seria e non si mosse.

–      Devi fare la penitenza, toccalo! Se no non giochi più con noi.

–      Sì, toccalo – disse Diego.

Asako si accucciò vicino alla testa dell’uomo e gli appoggiò i palmi sulla fronte, vicino alla ferita. Subito le sue mani si riempirono di formiche che cominciarono a risalirle lungo le braccia. Asako si rialzò scrollandosi via le formiche e li guardò calma.

–      Bleah, l’ha toccato, l’ha toccato! Ha toccato un cadavere! – Marica aveva la voce stridula – Che schifosa! Non mi toccare mai più, non ti avvicinare neanche!

Ma Diego, inaspettatamente, si chinò sull’uomo e anche lui lo toccò. Provò ad alzargli un braccio, ma era rigido. Con aria esperta disse:

–   E’ morto già da un bel po’.Mi sa che l’hanno ammazzato..

Marica cominciò a tremare: – Oddio! Oddio! Che facciamo!  Corriamo ad avvisare qualcuno!

–      Un momento, stiamo calmi – disse Diego.- Nessun ragazzino che conosco ha mai trovato un cadavere…e nessuno sa che è qui. L’abbiamo visto noi per primi, perciò è nostro,  è un nostro segreto…

Marica provò una gran rabbia nel sentire quel ‘nostro’ che, necessariamente, includeva Asako. La guardò e vide che lei aveva iniziato a piangere piano, con lacrime lente che scivolavano lungo le guance

–      Come la mettiamo con questa deficiente – disse Marica – già piagnucola e

sicuramente andrà a dirlo a sua nonna.

–      – Giura che non lo dici a nessuno- disse Diego

–      Giuro- disse Asako tra le lacrime

–      Ma perché cazzo piangi ? – fece Diego

–      Se la fa sotto dalla paura – disse Marica

–      Se morto ammazzato non ha funerale lui ritorna come yurei – sussurrò Asako.

–      Come che?

–      Torna come yurei, come fantasma…

–      Sei proprio stupida, io non ci credo ai fantasmi – disse Marica poco convinta mentre si sentiva rabbrividire

–      Io invece ci credo –  intervenne Diego – Ho visto anche dei film, che se i morti ammazzati non hanno il funerale poi diventano zombi o vampiri o fantasmi e vengono la notte a portarti via…

–      Oddio –  mormorò Marica.  tutta rattrappita, le braccia strette contro il corpo, continuando a fissare l’uomo in un misto di eccitazione e terrore.

–      Noi dobbiamo fare funerale per lui. – Disse Asako. -. Serve riso, serve acqua. Uno resta qua per non lasciare sola sua anima.

– Io posso andare a prendere l’acqua – dice Diego. Alla fontanella laggiù c’è una vecchia tanica.

– Io vado a casa a prendere riso – dice Asako. -Dico nonna che è per giocare.

– Diego, vengo con te!- Dice Marica

– Tu stai qui con lui – dice Asako

– Io??  Ma che decidi tu? Col cavolo che ci resto qui da sola!

– Marica, ma che hai paura? – Diego la sta fissando come se dalla sua risposta dipendesse per sempre la loro amicizia.

– Okay, non mi fido nemmeno io a lasciare qui quella stupida, ma sbrigatevi! –  Si prepara ad un’attesa eterna. Doveva esserci Asako qui al posto suo a morire di paura. La odia. Si nasconde dietro un cespuglio da dove sbircia ogni tanto il cadavere. E’ sempre lì. Chiude gli occhi e li riapre. Lui è sempre lì, anche ora che il vento si è alzato e fa volare le foglie intorno a lui. Fruscio. Silenzio. Lui è sempre lì. Il cuore le batte all’impazzata, ha la tentazione di scappare via, ma finalmente ecco in lontananza Diego che arriva arrancando con la tanica in braccio e, subito dietro di lui Asako, con una tazza in mano e uno straccio.  Marica esce dal cespuglio con aria spavalda.

– Tutto okay? – chiede Diego poggiando la tanica

– Uh uh – fa Marica con aria indifferente. Ignora completamente Asako che,  con naturalezza, le mette la tazza piena di riso in mano e prende il comando delle operazioni.

Con l’aiuto di Diego bagna un angolo dello straccio  e  tampona delicatamente il contorno della bocca del morto, ritirandolo sporco di terra, formiche e schiuma

–      Questo è per bere. – dice

–      Che schifo, magari poi lo riusano per asciugare i piatti – dice Marica con un brivido di disgusto rivolgendosi a Diego

Ma lui non l’ascolta, attento ai movimenti di Asako.

-Acqua – dice lei, e Diego la versa dalla tanica.  China sul cadavere, con lo straccio inzuppato, comincia a lavarne metodicamente viso, fronte, guance. Marika, resta a osservare imbambolata,  la tazza di riso in mano: vede le scapole sporgere dalla piccola schiena di Asako che strofina il foro sulla fronte per togliere via il sangue rappreso,  e poi, spostandosi sulle ginocchia gira piano piano intorno al corpo: con lo straccio fangoso lava il petto, il ventre, le mani, il piede nudo,  facendosi  versare altra acqua da Diego con un solo cenno del capo. Poi, prende la tazza di riso dalle mani di Marica, vi infilza due rametti a mo’ di bacchette e la posa accanto alla faccia dell’uomo.

– Questo è per mangiare – dice.

–      Ma questo non è un funerale! – esclama  Marica come risvegliandosi da un sonno ipnotico – per i  funerali ci vogliono i fiori!

– E’ vero – dice Diego, ma lo dice rivolgendosi ad Asako, come aspettandosi da lei ulteriori istruzioni – andiamo a raccoglierli?

– Sì – dice Asako – Prendiamo tutti quelli che troviamo.

 

Asako avanzava a passo veloce, nell’erba alta, con le braccia cariche  di margherite. Le posò ai piedi dell’uomo, poi esaminò i fiori che gli altri due avevano ammucchiato lì accanto. Marica aveva partecipato con sollievo alla raccolta giusto per potersi allontanare, ma ora se ne stava in disparte a guardare, completamente ignorata dagli altri due. Asako esaminò con attenzione la bocca spalancata dell’uomo.

–      Datemi delle foglie.

Diego ne strappò qualcuna dai rami più bassi dell’acacia

Asako le prese e le infilò nella bocca spalancata spingendole fino alla gola:

–      Devono formare un tappetino – disse.

Poi cominciò a lavorare, concentrata, in silenzio, liberandosi meccanicamente degli insetti che le salivano sulle mani dando solo brevi istruzioni a Diego. Prese le margherite una per una, scegliendo con cura quelle col gambo più lungo e le dispose sul tappetino di foglie in modo che le corolle formassero una corona intorno alle labbra, e poi utilizzando quelle col gambo più corto cominciò a riempire il vuoto all’interno fino a formare un cuscino bianco e giallo.

Lavorava alacremente, fermandosi di tanto in tanto a guardare il risultato.  Sugli occhi aperti i fiordalisi, campanule viola sulle mani, ranuncoli tra le dita del piede, bocche di leone intrecciate ai radi capelli,  e un tappeto di papaveri rossi sul petto. Dalle narici e dalle orecchie spuntavano fiori di malva e rametti di acacia, di un bel verde tenero.

Restarono a guardare il lavoro finito: il corpo del morto, prima livido, gonfio e osceno, era ora una aiuola fiorita, un magnifico collage di  colori.

–     Che bello!- disse Diego.

–     Ma che bello e bello!  Fa schifo! –  Marica , colta da una furia irreprimibile diede un calcio alla ciotola di riso, prese un ramo da terra con entrambe le mani e cominciò a menare fendenti sui fiori sparsi per tutto il corpo gridando: è una cosa ridicola, non si fa così un funerale da noi! Non si gioca coi morti! Sotto i suoi colpi i fiori venivano spazzati via assieme a lembi di pelle e di carne fetida. Alla fine, quando Marica si fermò ansimante, gli occhi sbarrati,  il morto sembrava un enorme, terrificante pesce degli abissi, martoriato dagli arpioni e dagli scogli.

Asako e Diego erano impietriti. Poi  Asako disse con voce tremante:

–     Che hai fatto, che hai fatto… Non capisci? Adesso il suo yurei  verrà a tormentarci tutte le notti e poi porterà via te, perché sei stata tu, sei stata tu a togliergli la pace. Iniziò a singhiozzare disperatamente. Diego la prese per la mano:

–     Andiamo. – E si avviarono verso casa.

–     – Aspettatemi! Gridò Marica andandogli dietro. Ma Diego e Asako iniziarono a correre.

–     Marica provò a raggiungerli. Poi, in preda al terrore  tornò indietro, vicino al corpo:  – Scusa, scusa, ti prego scusa  – e intanto, singhiozzando, raccolse la ciotola del riso e vi rimise qualche chicco sparso nella terra  – scusa, scusa, ti prego, non farmi del male – e intanto cercava di raccogliere i resti dei fiori schiacciati e pesti e glieli rimetteva sopra, a casaccio, annebbiata dal pianto e dal terrore. – Lo sguardo le si posò per un attimo sugli occhi aperti dell’uomo. Lo distolse immediatamente coprendosi la faccia con le mani:

–     -Non  mi guardare, ti prego! – Implorò scossa da un tremito che le faceva battere i denti.

–     Si girò e corse via, verso casa, più veloce che poteva. Ma sentiva distintamente che gli occhi dell’uomo continuavano a seguirla.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'