Considerazioni velleitarie di un cacasotto che voleva scrivere

di

Data

"Mi sono ritrovato ad essere pagato per una cosa che avrei volentieri pagato per farla". Questa frase, attribuita a Indro Montanelli, dovrebbe essere il totem di ogni tardoadolescente...

 

“Mi sono ritrovato ad essere pagato per una cosa che avrei volentieri pagato per farla”. Questa frase, attribuita a Indro Montanelli, dovrebbe essere il totem di ogni tardoadolescente che, ancora umido dei gavettoni di fine quinta liceo, si arrovella su Internet alla spasmodica ricerca di un’università bingo: un indirizzo che combini impegno con opportunità lavorative e che magari non contrasti le proprie abilità e passioni. C’è chi il futuro lo vede troppo burrascoso e si affida ai porti sicuri di Economia e Giurisprudenza e chi, mosso dal coraggio o dalla spavento per codici ed equazioni, fa  la sua scelta incondizionata: è quello che voglio fare, poco importa se non trovo lavoro, mi arrangerò.

Io appartengo alla prima categoria, sono un cacasotto. Per carità, la mia laurea l’ho presa, mi sono impegnato, ho passato le nottate con la schiena curva a consumare evidenziatori. Mi sono anche creato un ottimo alibi mentale: crescendo in una famiglia marxista, mi son detto che se è vero che la realtà è una sovrastruttura dell’economia, come a me hanno insegnato, e se  è vero che il giornalismo è un indagine sulla realtà, allora meglio studiare la realtà per comprenderla prima di raccontarla. Il sillogismo sembra ottimo, ci sono 24 esami di mezzo, ma non suona male. Poi però inizi la laurea magistrale, “che tanto la triennale mica penserai ti basti”, e iniziano gli incontri. Di quelli pesi, con chi lavora nelle banche, nelle aziende. Quelli con le scarpe lucide e lo sguardo asciutto. Parlano un italiano puntellato di termini anglosassoni e anche se vengono da Catanzaro hanno un inspiegabile accento milanese. Quei quattro muri grigi che da giovane dicevi “non mi ci infilerò mai” iniziano a chiudersi introno a te. Sì perché ci hai pensato che una lavoro in banca alla fine non era tanto male. Si guadagna bene, non si risente delle crisi strutturali e poi la gente avrà sempre bisogno di soldi. Alla fine una vita comoda, senza troppi alti né bassi non è poi così male. Ti pagano anche le ferie.

Ad un tratto però succede. Succede che quando parlano questi signori, gente in gamba, per carità, ti sembra di vedergli accanto il te stesso di tre anni fa, con un gavettone in mano e gli occhi acquosi, che vedevano in grande. Li guardi, li confronti, quel rampante trader in giacca e cravatta e il ragazzeto con quei capelli improponibili. Ti chiedi se il futuro oggi ti sembra più bello del passato, se i lauti guadagni possono impedire a quello sguardo ingenuo di seccarsi. Pensi te stesso pochi anni fa circondato da riviste e giornali e libri, che eri il più bravo di tutti nei temi. Che dovrebbe iscriversi a lettere, fare lo scrittore, magari il giornalista.

Tra l’incravattato e il bimbetto con il gavettone compare Montanelli, che è il più vecchio di tutti ma gli occhi li ha ancora umidi. Ti guarda con i suoi occhi sbarrati, dall’alto della sua corporatura spigolosa. “Per cosa pagheresti tu?” Io ancora non lo so, però nel frattempo mi sono iscritto alla scuola Omero.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'