Città. La Mia Odissea

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E’ venerdì, sono le 18,30. La settimana scorsa ho saltato la lezione. Sono alla fermata dell’autobus, anzi dell’"auto", come sento dire qui a Roma.

È venerdì, sono le 18,30. La settimana scorsa ho saltato la lezione. Sono alla fermata dell’autobus, anzi dell’”auto”, come sento dire qui a Roma. Piove, tanto. Il mio ombrello a scatto verde non è grande abbastanza e sento già l’umidità alle gambe. Una signora impaziente vicino a me dice che sta aspettando già da un po’ di minuti. Un’altra farfuglia qualcosa a proposito di uno sciopero. C’è stato lo sciopero dei mezzi oggi a Roma, ma ormai dovrebbe essere terminato. Ne ero ignara. Sono tornata stanotte da un’altra città, Torino. Penso: stamattina allora per andare a lavoro ho potuto spostarmi solo perché mi muovevo nella fascia oraria garantita. Mi soffermo a pensare che non mi sono accorta di nulla. Ma ormai. Mi dico: pazienza, ora l’autobus arriverà ed io stavolta riuscirò a seguire la mia lezione di Giornalismo.

Quando sto ferma in attesa mi capita spesso di pensare alla scena, come se la guardassi uscendo da me. E mi racconto storie, tutte quelle che mi vengono in mente e che vorrei scrivere ispirata magari anche dalla situazione. Ce le ho nella testa perfette, scritte bene e ben raccontate anche. Ma sono impacciata, impedita dal frangente piovoso in questo caso e le mie storie galleggiano nella mia mente destinate a scorrere, a perdersi senza lasciar traccia.

Abbandono i miei pensieri e mi sporgo, per quanto è possibile, per cogliere in lontananza luci che segnalino un autobus, ma ancora niente. Sono già trenta minuti che aspetto. Alla fermata adesso siamo proprio tanti e già so che bisognerà lottare anche solo per salire, se e quando l’autobus arriverà.

Arriva. È di quelli capienti, ma è ovviamente pieno. Dai, non è la prima volta, penso. Chi si sposta con i mezzi in una città come Roma acquisisce quasi una forma di rassegnazione ed accettazione. Salgo. Sono stanca io, sono stata fuori per lavoro quasi tutta la settimana, in un’altra città. L’ideale ora sarebbe già trovarmi seduta ad aspettare la docente per la lezione e nel frattempo scambiare due chiacchiere con gli altri corsisti. Invece la mia ansia cresce. Alla fermata successiva le porte stentano ad aprirsi. Poi si spalancano e un’altra marea di persone sale. Mi stupisco di come sia possibile che il mezzo ci contenga tutti. Un ragazzo accanto a me mi lascia sedere appena si libera un posto. Sono seduta! Lo ringrazio. Nel suo italiano straniero mi chiede quanto dista Largo Preneste. È abbastanza vicino, gli dico. Pensando ad alta voce sta valutando se non sia il caso di scendere appena possibile e arrivarci a piedi. Lo invidio. Io devo arrivare a Tiburtina e poi prendere la Metro B per raggiungere la meta.

Le porte dell’autobus continuano a dare problemi ad ogni fermata. E ripartire è ogni volta più difficile. La mia ansia cresce, come quando senti e ne hai la quasi certezza, che il traguardo si allontana. Un sensazione strana: tu ti avvicini, ma di poco. E non è abbastanza.

È snervante la faccenda delle porte. Appena si riaprono, con difficoltà sempre maggiore, scendo. Scendiamo quasi tutti. Anche il ragazzo di prima. Si incammina verso il suo traguardo. Io aspetto che un altro autobus passi, minata nella mia fiducia ma ancora resistente.

Sono già le 20.00. Accidenti! È l’ora di inizio della lezione. Mi dico: pazienza, arriverò in ritardo, ma arriverò.

Scorgo un autobus arrivare. La pioggia non diminuisce, che diamine! Non ha pietà. Salgo e finalmente arrivo, trafelata, a Tiburtina. Varco i tornelli. Sono le 20,30. Per le 21,00 massimo arrivo, calcolo, e la lezione sarà più o meno a metà. Sono rassegnata, mi accontento. Presa da questi pensieri non mi accorgo subito della scritta luminosa che campeggia sul tabellone della banchina di attesa. Il servizio Metro termina a Castro Pretorio, per proseguire poi con le navette. Non arriva neanche a Termini, penso. Da lì sarebbe stato forse più semplice raggiungere la Garbatella, la mia meta. Per qualche secondo, come se la mia mente fosse ormai programmata, continuo ad ipotizzare soluzioni per arrivare lo stesso a lezione. Poi sopraggiunge la realtà: stanca e impotente calcolo che anche con la previsione più ottimistica alla lezione della scuola Omero arriverei quando ormai è terminata. Che sconforto!

Sconforto ulteriore il pensiero di rivivere un’ Odissea per tornare a casa. Casa, meta sostitutiva anzitempo. Casa, la mia Itaca sospirata nella mia odissea metropolitana.

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