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Bella e brava

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"Entriamo". "Sei sicura?" chiese Riccardo. "Ho le chiavi" tagliò corto Martina. Bella e brava. La ragazza si piegò, con cura raccolse da terra la borsa. S’assicurò che Riccardo stesse prendendo nota di ogni dettaglio del suo corpo. "Guardami bene, cretino".

“Entriamo”.

“Sei sicura?” chiese Riccardo.

“Ho le chiavi” tagliò corto Martina.

Bella e brava. La ragazza si piegò, con cura raccolse da terra la borsa. S’assicurò che Riccardo stesse prendendo nota di ogni dettaglio del suo corpo. “Guardami bene, cretino”.

 

“E’ la mia vecchia scuola elementare”, riprese il ragazzo. Aveva finalmente riconosciuto l’edificio davanti al quale Martina gli aveva dato appuntamento. Era uno stabile di tre piani dei primi anni sessanta, massiccio e fatiscente. La luce fioca dei lampioni e le finestre sbarrate ne sottolineavano la decadenza.

“Ma che coincidenza…”, replicò Martina tentando di schermare la vena ironica. Anche un cretino come lui avrebbe già dovuto riconoscerla, avevano passato 5 anni insieme nella stessa classe. Riccardo intanto era occupato a recuperare da terra il materassino da campeggio. I bermuda gli lasciavano scoperti i polpacci muscolosi. Dall’ampia schiena s’aprivano robuste spalle da nuotatore, Martina fece scorrere lo sguardo lungo le braccia di Riccardo come per studiarne metratura e volume. Decisamente grosse, sentenziò tra sé e sé.

 

La ragazza valutò la possibilità di rinunciare. Per scacciare quegli imbarazzanti timori da ragazzina scema, gli prese il polso e tirandoselo dietro salì le scale dell’ingresso della scuola. Bella e brava.

 

Senza lasciare il polso del ragazzo, Martina cercò le chiavi nella borsa, aprì il pesante cancello. Un acre odore di chiuso e umidità le invase le narici entrando.

“Hai idea di che stiamo facendo?”, chiese Riccardo.

Martina registrò ancora una pericolosa punta di diffidenza nella voce rauca del ragazzo. Un’ondata d’antico rancore infantile la invase. Si girò verso di lui e piantò gli occhi azzurri in quelli di Riccardo. Poi lasciò la presa e gli rivolse un sorriso beffardo. “Ti fidi di me?” gli disse. Riccardo si guardava perplesso attorno senza rispondere, allora lei gli poggiò la mano sul petto e suadente riprese “Allora?”.

 

Il ragazzo le carezzò il viso inaspettatamente “No, non mi fido per nulla” disse sorridendo. Il tocco della sua mano era pesante, in tanti anni ancora non aveva cambiato quei brutti modi.

“Se vuoi andartene, vattene” replicò Martina con studiata indifferenza e trattenendosi dal mordergli le dita per dispetto. “Ma se resti fai quello che dico io. E quando lo dico io”. Riccardo fece scivolare la grossa mano lungo il collo della ragazza. “Ho detto, quando lo dico io” ribadì seccamente la ragazza scostando con stizza la mano di Riccardo. Bella e brava.

Riccardo alzò le mani e fece un passo indietro “Ma dove sei stata finora?” le chiese. Disorientata, Martina non rispose. Ecco, il gioco era finito: Riccardo aveva capito. “Forse è diventato meno cretino” pensò. Poi lo sentì dire: “Sono anni che aspetto una come te!”, con una risata che echeggiò nell’atrio vuoto.

“No, è rimasto lo stesso cretino” si tranquillizzò lei.

 

“Cosa ricordi?” chiese Martina conducendolo per mano lungo la scalinata al centro dell’atrio.

“Cade a pezzi” disse lui. Le pareti spoglie e scrostate erano la scenografia ideale per i progetti della ragazza.

Arrivati al primo piano Martina sussurrò “Vai avanti tu adesso, mostrami cosa ricordi”.

“Non hai voglia di dirmi solo dove stendere sto tappetino? Poi ci raccontiamo vecchie storie”.

Martina si spazientì, stirò le labbra poi cantilenò indispettita “T’ho detto che devi fare quello che dico io!”. “Scema!” si rimproverò poi. Bella e brava, bella e brava. Bella e brava. Si passò le mani fra i capelli, deglutì e avvicinando il viso a quello del ragazzo gli sussurrò seducente “Ti mostro io qualcosa”. Lo prese di nuovo per il polso e se lo tirò nuovamente dietro.

 

“Insegno qui”, disse entrando in una delle stanze del lungo corridoio. S’appoggiò alla parete dell’aula. La luce fioca dei lampioni entrava dalle finestre chiuse e illuminava parzialmente il volto di Riccardo dandogli un aspetto inquietante. Si guardava attorno. Nessuna reazione. Martina riprese con la pazienza con cui si parla a un bambino “Non ti ricorda nulla?”.

 

Riccardo s’avvicinò a un banco di legno bianco, si chinò cercando qualcosa poi sul suo volto s’allargò un sorriso infantile. Fece cenno a Martina di raggiungerlo per mostrarle un’incisione.

 

RICCARDO THE BEST IN THE WORLD. Leggere quella stupida incisione la innervosì terribilmente. Dissimulò il fastidio e cercando di riguadagnare campo e scena gli disse “Vieni con me”. Il vestito le si era appiccicato addosso. Era bella e brava e lui doveva seguirla.

 

Riccardo non la stava ascoltando, aveva abbandonato il tappetino sulla soglia e preso a ispezionare gli altri banchi con la foga di un bambino. “Chi nasce cretino, rimane cretino. E muore cretino”, pensò lei a denti stretti.

 

“Questa te la devo raccontare” disse a un certo punto Riccardo placandosi un momento. Martina era riuscita finalmente a riguadagnare un contatto fisico e gli stringeva la spalla. “Ce n’era una… Tu non hai idea di quanto fosse brutta”.

 

Martina si ritrasse bruscamente e tastò istintivamente la borsa che le pendeva sul fianco. Poi respirò: bella e brava. Lui continuava, “Non era mica solo brutta. Quella era proprio scema!”. Lei riprese il controllo del respiro e gli mise un dito sulla bocca “Stai zitto”. Lui le catturò la mano e la strinse a sé con un gesto aggressivo. “Tutto quello che vuoi”, disse.

 

Lei si liberò dalla presa. “Allora, mi vuoi seguire?”. Senza attenderlo, uscì dall’aula. Sentì dietro di sé i passi pesanti e il respiro affannato di Riccardo “Lo prendo il tappetino?”. La ragazza si fermò e alzando gli occhi al cielo e sospirò. “Sì”.

Riccardo iniziava a essere impaziente, le sue mani tentavano di tastare ogni porzione del corpo di Martina. La ragazza scansava gli attacchi molesti. Giunsero di fronte a una porta chiusa, Martina si fermò e si girò.

“Qui”.

“Cosa?” rispose lui.

“Voglio farlo qui dentro”, rispose nascondendo l’irritazione per l’ottusità dell’ex compagno di classe. Riccardo varcò la soglia e si guardò attorno. La stanza era in penombra e i suoi occhi ci misero un po’ per abituarsi al buio. “Qua?” chiese riconoscendo il posto. Poi senza attendere risposte, sorrise malizioso “Uh bella, tu sei strana forte”. La sagoma di Martina si stagliava in controluce sulla soglia della porta. Con le braccia strette attorno alla borsa, gli ordinò:

“Spogliati”

“Stendo il tappetino?”

“Spogliati!”

Il ragazzo mollò lo stuoino di gomma, s’abbassò i bermuda lanciandoli con un calcio, si sfilò la maglia e rimase in mutande e infradito. Poi la guardò alzando le sopracciglia, con le dita infilate nell’elastico degli slip le chiese provocante “Vuoi finire tu bella?”.

Martina cercò di trattenersi dal mollargli un calcio negli stinchi “Prima” gli sussurrò con voce roca “Raccontami le cose cattive che facevi in questa scuola, bambino monello”.

Riccardo la guardò un poco disorientato “Non ci arriva”, pensò lei. “Sei stato tanto cattivo qui dentro, vero? Più cattivo sei, più mi fai eccitare”, lo incitò un poco spazientita.

Dopo qualche minuto di silenzio, Riccardo prese a avanzare verso di lei: “C’era una volta, un bambino molto cattivo”. Il timbro della sua voce aveva assunto tonalità sotterranee. “A lui piaceva fare scherzi malvagi. Era così cattivo che le insegnanti non lo sgridavano per paura. E gli piaceva tanto farli a una ragazzina. La dovevi vedere, la ragazzina. Tanto brutta, quanto scema. Il bambino cattivo si divertiva un sacco a vederla piangere. Le strappava i quaderni e pisciava nella sua merenda. Un giorno la prese per mano … ti fidi di me? Voglio fare pace. Le disse. Dai fai la brava, bella e brava. Quella era tanto scema che ci credette e lo seguì. Bam! La spinse proprio qui dentro. Dove rimase rinchiusa sola un intero fine settimana… Batteva la porta come una matta: aprimi cretino! E io ridevo”

 

Mentre Riccardo avanzava, Martina si ritraeva lentamente, senza smettere di sorridere provocante. Il cuore le batteva veloce. Respiri lenti e profondi. Bella e brava. Con gesti misurati spostò la borsa sulla schiena e vi infilò una mano. La fredda superficie dell’oggetto stretto tra le dita la tranquillizzava. Si fermò nel corridoio appena fuori dalla stanza.

 

Riccardo s’era fermato mezzo nudo di fronte a lei, le mani appese agli elastici degli slip. “Va bene così cattivo, bella? Quanto sei eccitata adesso?”. La ragazza spalancò gli occhi stupefatta poi scosse il capo “Cioè, tu davvero ancora non hai capito?” gli chiese, la sua voce s’era alzata di qualche ottava. “L’appuntamento davanti a questa scuola, la coincidenza, la classe, sta stanza… Nemmeno un lumicino acceso in fondo a quel cervello da cretino che ti ritrovi?”. Martina era furiosa, la pazienza s’era finalmente dissolta. Ma non c’era più motivo per controllarsi.

 

“Guardami bene, cretino!” gracchiò. Lui la scrutò e una fioca lampadina s’accese “…Martina?” la chiamò infine, riconoscendola “Martina!” ridisse più convinto. Un urlo di dolore deflagrò nella scuola silenziosa.

 

“Dillo ancora, brutta e scema! Mi vedi piangere adesso eh, cretino?”. Con un sorriso sadico Martina vaporizzava senza tregua la faccia del vecchio compagno di classe con lo spray urticante. Riccardo, ormai a bocconi sul pavimento sporco, aveva iniziato a ululare per il bruciore. La ragazza interruppe il primo castigo solo il tempo per tirare fuori dalla borsa il secondo oggetto punitivo. E con la malizia di un bambino che sa che sta facendo qualcosa di molto cattivo, strinse in mano la chiave del bagno dove Riccardo sarebbe rimasto rinchiuso per tutto il week end. Sfortunatamente per lui, però, d’estate la scuola non riapriva il lunedì.

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