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Corso di giornalismo, una scelta ponderata

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Corso di scrittura, corso di narrativa, corso di editoria. E alla fine la scelta è ricaduta sul corso di giornalismo.

Corso di scrittura, corso di narrativa, corso di editoria. E alla fine la scelta è ricaduta sul corso di giornalismo. La decisione è maturata in un clima di serenità. Ho spulciato giornali, poi siti Internet, parlato con amici, chiesto qua e là consigli e dritte. E tutte le dritte sembravano portare alla scuola Omero. In barba all’orario tutt’altro che comodo, ho deciso di affrontare stoicamente quest’avventura.

Ma perché questo corso?

Io la passione per la scrittura e la lettura l’ho sempre avuta. In sordina negli anni della scuola, quando leggere e scrivere vengono inflitti come una pena capitale, a ritmi serrati, come se la lettura potesse essere imbrigliata in una fitta maglia da cui è impossibile sfuggire, è riaffiorata prepotente negli anni della maturità, negli anni in cui il Liceo ha lasciato il posto all’Università. Per assecondare uno smodato desiderio teso a scoprire cosa ci riserva il mondo fuori, e abbattere almeno in parte quella barriera linguistica che a volte non ci consente di ordinare nemmeno un caffè non appena si oltrepassa il confine, mi sono inscritta alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. Procedendo a tentoni fra un sonetto di Shakespeare e un romanzo di Kafka, mi sono fatta un’idea sempre più chiara di cosa sia capace di produrre la mente umana. Ho cercato più volte di mettermi nei panni di autori illustri e più volte mi sono chiesta: ma da dove si inizia? E lì si è insinuato in me il desiderio di esplorare in prima persona la scrittura. A questa determinazione ci sono arrivata per vie traverse.

Fresca di studi, pronta a scoprire cosa riservasse il mondo del lavoro, nella patria dei fish and chips ho prima zigzato fra i tavoli di un ristorante per accontentare commensali perennemente insoddisfatti e poi ho trascorso un anno o poco più in un call center a rispondere alle incessanti domande di clienti desiderosi di noleggiare auto nelle parti più sperdute del mondo. Mi sono presto imbattuta in tante culture diverse, in contesti in cui parlare una lingua straniera diventa un fattore di sopravvivenza. Forte di queste esperienze, ho poi deciso di varcare timidamente l’universo sconosciuto della traduzione. È stato subito amore a prima vista. È bello veder crescere fra le proprie mani un testo all’inizio informe che poco a poco acquista dignità. E l’emozione che ne consegue è impagabile. Tradurre è un po’ limare, cesellare, smussare, plasmare. È spostare, aggiungere, cancellare. È estraniarsi da sé e mettersi nella testa di chi, nero su bianco, ha voluto dare sfogo alle proprie passioni, alle proprie emozioni, al proprio punto di vista. Tradurre è trasporre quello che dicono gli altri, interpretare il loro pensiero, è rendere leggibile, fluido e sinuoso un testo talvolta fatto di insidie. Decisa a percorrere questa strada, e forte dell’esperienza maturata all’estero, ho stabilito di mantenere un filo diretto con il mondo, sperimentando da ultimo la traduzione di articoli di attualità e politica, testi che, tratti dalla stampa estera, parlano di noi.

Tradurre è trasporre il pensiero altrui. E se qualcosa da dire ce l’avessi anch’io? E allora, su le maniche, ora voglio raccontare anch’io. Grazie, Omero.

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