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Klee e l’Italia. Vicino al cuore della creazione

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Nessun artista è sfuggito al richiamo dell’Italia. Vi soggiorna più volte anche Paul Klee (1879-1940), nonostante una prima permanenza poco incoraggiante nel 1901 in cui...

Nessun artista è sfuggito al richiamo dell’Italia. Vi soggiorna più volte anche Paul Klee (1879-1940), nonostante una prima permanenza poco incoraggiante nel 1901 in cui – in una lettera alla fidanzata – qualifica gli italiani come “marmaglia miserabile”. Ma gli basta un secondo viaggio nel Belpaese per sentirsi già completamente avvolto dalla sua “aura mitica”, dal  perfetto mix di cultura e natura. Se dalla mostra alla GNAM “Klee e l’Italia” (9 ottobre al 27 – gennaio 2013) ci aspettassimo un omaggio ‘letterale’ alla nostra penisola, resteremmo delusi. Delle circa 40 opere esposte, infatti, non una contiene la versione più o meno rivisitata del Colosseo, di Ponte Vecchio o di Piazza San Marco. Eppure Klee ha visto ogni edificio, chiesa, teatro e statua, non mancando di annotarne, sui suoi diari, le squisite proporzioni e di celebrarne il magistrale senso dello spazio. Ha, inoltre, avuto il privilegio di assaporare la vita marittima di Genova, di annusare la vegetazione siciliana, di esaminare la fauna ittica dell’acquario di Napoli. Ma questi scenari non li riscopriremo nelle cinque sale della Galleria Nazionale quanto, piuttosto, ne indovineremo la suggestione. L’Italia di Klee è da ricercare in un percorso interiore che parte dalla meditazione e culmina nella successiva rielaborazione. Non è compito della pittura fornire una copia fedele della realtà ma far emergere qualcosa di inaspettato, un mondo possibile. “L’arte non riproduce ciò che è visibile – sostiene Klee – ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. E chi più di lui, che ritiene di abitare il  mondo dei morti e dei non nati, è in grado di dar voce all’ Invisibile? In ognuna delle tappe italiane da lui percorse è idealmente impressa una  nuova scoperta e, in alcuni casi, anche un preciso rovesciamento stilistico. È il caso delle “Invenzioni”, fase in cui, attraverso il disegno, riflette sull’arte antica romana restituendola in chiave satirica. Prima stravolge gli archetipi classici facendoli rivivere in nuove  forme stilizzate poi, come un abile regista teatrale, mette in scena i vizi della società borghese. Una sorta di piece gotica e grottesca nella quale si fiuta il primo approccio ad un’arte astratta e futurista.

Gli asterischi, le stelle, i zigzag che vediamo, in effetti, comparire successivamente in Piccolo mondo e Astratto guerresco (1914) non possono non ricondurre all’astrattismo di Kandinskij. Così come la centralità del tema architettonico e della guerra e il dinamismo delle forme rimandano ai principi dell’estetica futurista. Ma Klee non aderisce appieno a nessuna corrente, le attraversa tutte in punta di piedi e ne trae spunto per fondare un mondo visivo nuovo. Un Vedere Differente. Evocando trincee e campi di battaglia della Grande Guerra aspira, non a esaltare il movimento, bensì a “porvi ordine”. L’innata sensibilità verso l’armonia della struttura spaziale, approfondita con gli studi dei palazzi rinascimentali a Firenze, avrà completamento in Composizione urbana con finestre gialle (1919). Il colore a questo punto della sua attività, come dichiara lo stesso artista, lo possiede.  Il verde acido, l’ocra, il turchese e giallo di piccole finestre illuminate, scandiscono il ritmo visivo, strizzando l’occhio alle superfici frantumate e intersecate dei cubisti.

Esperto di scienze naturali, di musica, di saggistica e poesia, Klee si presenta anche come un acuto rivelatore dell’ universo psicologico. Con Ritratto della signora P. al sud (1924) dà prova, tramite l’apparente ingenuità di una caricatura femminile, di un’accurata conoscenza della fisiognomica qui perfettamente inserita nel filone della Commedia Umana. Spunta l’elemento malinconico e clownesco, legato alla sfera infantile, che non gli impedisce, comunque, di mantenere quell’impronta di levità ed eleganza.

Decisiva è l’esperienza di insegnante all’Istituto di Architettura e Arti Applicate del Bauhaus dal 1921 al 1930. Il diktat di piegare l’ amato disegno rudimentale ai dettami del nascente design e della grafica pubblicitaria contrasta con l’etica dell’artista. Solo alla natura e alle sue intime leggi della creazione anela l’arte di Klee e non a propositi meccanicistici e commerciali.

Trova rifugio dalla fredda modernità nei suoi viaggi alla scoperta di templi, rovine, reperti archeologici in Sicilia (ma anche a Roma) rafforzando l’amore per il mito e per la tragedia che raggiungerà l’acme nell’ultima stagione creativa. Infatti, nella fase tarda della sua opera – paragonata dal figlio Felix all’ “eruzione di un vulcano” – si nota il passaggio dalla prima linea poetica sognante, tracciata con segni leggeri e fitti come un merletto,  alla linea finale, tragica e corposa. Nelle radici artistiche di Klee alberga la tradizione romantica e, non a caso, i motivi della notte e della luna impregnano gran parte della sua produzione. Specie nel periodo terminale della sua vita, segnato dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e dall’aggravarsi della sclerodermia che lo porterà alla morte, le figure notturne assumono una valenza amplificata e spesso alludono alle tenebre dell’aldilà. Quello che viene alla luce dal percorso espositivo è il mondo parallelo di Klee, perennemente in bilico tra vita e morte, tra visibile e invisibile. Ma l’invisibile che tanto anela non viene mai completamente conquistato perché ogni linea, seppur sottile, tenderà comunque a coprirlo.  Quindi,  per quanto  “più vicino degli altri al cuore della creazione”, non potrà esserlo abbastanza.

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