Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard

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Al cinema è da poco uscito Un sapore di ruggine e ossa, il film di Jacques Audiard presentato all’ultimo Festival di Cannes.

Al cinema è da poco uscito Un sapore di ruggine e ossa, il film di Jacques Audiard presentato all’ultimo Festival di Cannes. Audiard è un regista francese, molto diverso da quei cineasti d’Oltralpe che fanno del cinema d’autore la più grave forma di solipsismo (mi viene in mente il caso più emblematico: Philippe Garrel). Il cinema di Audiard è invece un confronto/scontro di corpi che lottano, gridano, respirano, nuotano dentro i percorsi di guerra della vita. I suoi film (solo sette finora al suo attivo) sono fatti di occhi che con lo sguardo vogliono, desiderano, toccano: la protagonista del film (la splendida Marion Cotillard) confessa, ad un certo punto, proprio di ricercare lo sguardo desiderante degli uomini. Lo stesso occhio filmico di Audiard è una “macchina desiderante” che si confronta con i bisogni primari dei protagonisti: i soldi, il cibo, il sesso, l’amore.

 

Un uomo e una donna si fronteggiano in questo film (come nel meraviglioso Sulle mie labbra, la pellicola che nel 2001 ha fatto conoscere al pubblico italiano questo straordinario regista). Lui, Ali, si stabilisce, insieme al figlio Sam di cinque anni, presso la casa della sorella, in Costa Azzurra: è un pugile che per lavorare fa prima il buttafuori in una discoteca, poi il vigilante nel supermercato dove la sorella è impiegata come cassiera; per arrotondare combatte incontri di boxe clandestina. Lei, Stephanie, è un’istruttrice di orche in un parco acquatico e durante uno spettacolo ha un incidente che le farà perdere le gambe. Si conoscono, prima dell’incidente, nella discoteca dove Ali lavora. S’incontreranno dopo quando lei, mutilata, avrà bisogno di lui. Sarà un difficile, un tremendo percorso verso la luce quello che i due protagonisti, insieme al piccolo Sam, intraprenderanno. Luce che Audiard filma magnificamente: i suoi spiragli di sole che entrano prepotentemente in alcuni fotogrammi sono ormai diventati un tocco d’autore e modellano i corpi, placano la rabbia che da un momento all’altro torna a guizzare violenta. Ma il cinema di Audiard si nutre anche di sangue che pulsa e di ossa, appunto, che si rompono o vengono mutilate.

 

È pura corporeità, pura animalità, che se ne frega della morale: le mani insanguinate di Ali, le ossa che si spezzano, sono le stesse del Thomas del fantastico Tutti i battiti del mio cuore. Sono rabbiosi, astiosi, i protagonisti dei suoi film; eroi solitari che combattono con tutte le loro forze per raddrizzarsi, per tornare, come Stephanie, a camminare. Le mutilazioni, le fratture (in tutti i sensi) esistono, ma le mani e la gambe possono ricominciare a funzionare. Con la voglia pazzesca di sentirsi vivi, di non abbassare mai lo sguardo (come Ali nell’incontro con il fidanzato di Stephanie): l’essenza del magnifico cinema di Jacques Audiard.

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