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Stefania Bertola: “I criteri della scrittura sono volatili e volubili come stormi di passeri in primavera”

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Stefania Bertola è una scrittrice, sceneggiatrice e traduttrice torinese. Per il teatro ha scritto con Michele Di Mauro Othello, per morire in un tuo bacio, tragedia in musica per due attori solisti.

Stefania Bertola è una scrittrice, sceneggiatrice e traduttrice torinese. Per il teatro ha scritto con Michele Di Mauro Othello, per morire in un tuo bacio, tragedia in musica per due attori solisti.

Ha vinto con il suo cortometraggio Jingle bells 4 dei 5 premi in palio a St-Vincent. Oltre ad essere una divertente autrice televisiva, autrice e conduttrice radiofonica (La Bomba per Radio DeeJay, scritto in collaborazione con Luciana Littizzetto, e altri programmi), è considerata un’esponente di un genere rosa che mescola sentimento e commedia.  Ne parliamo a cena, Aspirapolvere di stelle, Biscotti e sospettihanno preceduto il libro Romanzo rosa, che parte da una scommessa  circa la scrittura di un romanzo in soli 8 giorni.

 

Bertola, si può scrivere un romanzo rosa in una settimana?

 

Credo di sì. Naturalmente bisognerebbe non aver altro da fare, e costruire un romanzo molto semplice, proprio un Harmony basic. Mi immagino che la giornata tipo potrebbe essere questa: mi alzo alle sette, prendo il caffè, scrivo fino alle dieci. Pausa di un’ora per fare quello che mi pare, tipo andare a comprare i giornali e leggiucchiarli. Poi dalle undici all’una scrivere. Dall’una alle tre, pausa pranzo e altre attività indispensabili. Dalle tre alle cinque scrivere. Dalle cinque alle sei, pausa tè. Dalle sei alle otto scrivere. Pausa fino alle undici, poi ancora un’ora fino a mezzanotte e dormire. L’ora fino a mezzanotte è facoltativa, credo che sarebbe possibile farcela anche chiudendo alle otto. Vi farò sapere.

 

Il suo “Romanzo rosa” è autobiografico? E’ esistito il corso al centro delle vicende del suo libro?

 

E’ esistito, ma era molto diverso. Io non sono per niente chic e misteriosa come Leonora Forneris. E non so nulla di eventuali storie e rapporti fra i miei allievi. Ma il corso c’è stato, al Circolo dei Lettori di Torino, è durato una settimana e ci siamo molto divertiti. Credo che almeno uno o due di loro (erano quindici) abbiano davvero scritto un Harmony.

 

“Romanzo rosa” potrebbe essere un manuale pratico romanzato di scrittura di un Melody. E’ un invito, un dare il coraggio alle lettrici di scrivere una storia oppure è anche Lei alla ricerca di una Bertola-Maevis Glengarry (la Glengarry è la protagonista di Romanzo Rosa, l’autrice di successo di storie harmoy)?

 

No no, io non cerco niente. L’idea è  quella di incoraggiare a scrivere un romanzo, anche solo per sé. A concedersi il piacere di inventare una storia e scriverla. Tutti noi che apprezziamo le storie ne abbiamo una preferita, che non ci stanchiamo mai di ascoltare, o invece siamo perseguitati da una storia che nessuno ci ha mai raccontato. Allora pensate che bello raccontarcela da soli, in versione deluxe, con grande abbondanza di situazioni e particolari graditi. La deliziosa onnipotenza di sentirsi Dio per cento pagine, di poter far fare a quegli esserini di carta, eppure così vivi, tutto ciò che vogliamo. Con un minimo di struttura, lasciandosi un po’ andare alla fantasia, questo possono farlo tutti. Con estrema soddisfazione.

 

Ritroviamo nel testo dei luoghi comuni: San Mauro Torinese (dove vive), età della protagonista di 58 anni, le vie, il bus n. 61, i gatti. Scrivere di ciò che si conosce meglio facilita la scrittura, la costruzione di una storia?

 

Secondo me sì, soprattutto perché sono pigra e non ho assolutamente voglia di documentarmi su realtà che non conosco. Scrivo di quello che più o meno so, storcendolo e stravolgendolo, e mi diverto ad attingere a tutto il magazzino disordinato delle mie competenze, risalgo a cose che sapevo al liceo, o a brandellini di sapienza che mi sono rimasti impigliati nella mente chissà quando e chissà come.

 

Il romanzo è un intreccio di storie multiple, più o meno sviluppate. Qual è il segreto per poter tenere un equilibrio? Che tecniche usa per avere degli “incastri” perfetti dei singoli elementi, come in un puzzle?

 

Questo tipo di storie è sempre stato il mio preferito. Quelle che seguono diversi personaggi e li intrecciano. In questo senso, secondo me il romanzo perfetto è “Il nostro comune amico” di Dickens, in cui alla fine tutto si tiene e tutto si collega, dopo aver fatto strade assai lontane e diverse. Mi piacciono anche i film così, quelli a intreccio, tipo “Love actually”. Quindi, in base a quello che dicevo prima, e cioè che il grande piacere di scrivere consiste nell’onnipotenza momentanea e circoscritta, metto in scena tanti personaggi e poi sto attenta a seguirli con equilibrio e ritmo. Come tu osservi giustamente, alcune storie sono sviluppate più a fondo, altre appena accennate, ma comunque mai lasciate senza un loro senso, una loro compiutezza. Infatti questa è una delle cose che mi fa infuriare di più in certi romanzi. Quando l’autore si dimentica di un personaggio, a un certo punto se lo perde, e magari poi se ne accorge, e lo chiude in fretta e furia, tanto per fare. I romanzi non sono vita, non sono veri, nulla deve restare in sospeso, tutto si deve chiudere in un cerchio completo, per la pace e la soddisfazione del lettore.

 

Ci sono 2 storie parallele nel libro: una reale, che viviamo insieme ai personaggi, scritta al presente e un’altra inventata, il romanzo che sta scrivendo la protagonista, scritto al passato. Secondo quali criteri sceglie il tempo per descrivere l’azione di una storia?

 

Nel caso specifico di “Romanzo Rosa” la scelta era obbligata: la voce narrante, come la maggior parte delle voci narranti, scrive al presente. Mentre il Melody inserito nel romanzo è, come tutti gli Harmony, scritto al passato. Più in generale, questa cosa della scelta del tempo è abbastanza misteriosa, dei miei romanzi alcuni sono scritti al presente, altri al passato, e non saprei spiegare le ragioni della mia scelta, tante volte sono partita in un modo, poi ho cambiato, poi cambiato ancora, finché alla fine mi sistemavo nell’uno o nell’altro tempo. Tieni presente che scrivere è la più arbitraria delle attività, e la più capricciosa, e i criteri sono volatili e volubili come stormi di passeri in primavera.

 

Collabora con Luciana Littizzetto da almeno dieci anni. Si nota nella scrittura di Bertola uno stile molto comune a quello della Littizzetto: nelle espressioni e nell’umorismo, come le parole inventate, allusive, anche un certo modo di parlare del personaggio. E’ pura casualità oppure una scelta stilistica?

 

Quando scrivo per lei, la scelta della somiglianza è ovviamente funzionale: scrivo uscendo da me stessa, diventando in qualche modo Luciana, in modo che sia difficile, se non impossibile, capire se sta dicendo cose scritte da me o da lei. Quando invece scrivo per me, non saprei, a me pare di scrivere in modo completamente diverso dal suo, e quindi di certo la somiglianza è casuale, o forse deriva da un certo tipo di approccio alla realtà che abbiamo in comune.

 

Lei dice nel libro che una qualità del romanzo rosa è la leggerezza, non ti rimane niente dopo averlo letto. Che ne pensa dei libri che non lasciano segni?

 

Questa frase io la dicevo riferita agli Harmony, non ai romanzi rosa in generale. Personalmente, apprezzo molto i romanzi che non lasciano segni se si presentano come tali, e ti si offrono amichevolmente per qualche ora di relax. Non li sopporto, invece, quando se la tirano da romanzi profondi e definitivi, e invece sono storie banali con l’unico pregio culturale di essere deprimenti.

 

E’ più gratificante per uno scrittore scrivere più libri leggeri o uno solo ma impegnativo?

 

Che buffa domanda. Cosa vuol dire leggero? Cosa vuol dire impegnativo? Un libro è bello o brutto, è intelligente o stupido, è interessante o noioso, è ben scritto o sciatto, è indimenticabile o evanescente, è un libro che ti dà qualcosa o è un libro che non ti dà niente, non è un libro leggero o un libro impegnativo. Anche perché leggerezza e impegno dipendono in notevole misura dal lettore. E’ chi legge, a definire la qualità del libro.

 

Lei è considerata un’autrice “che sa scrivere i dialoghi”. Che importanza ha il dialogo in una storia? Se un bravo scrittore riesce a far capire la storia dei personaggi dal dialogo, non si rischia di scrivere dei romanzi più corti, senza descrizioni o spiegazioni?

 

E allora? Che rischio sarebbe? I romanzi devono per forza essere lunghi? E avere tante descrizioni e spiegazioni?  Io è tutta la vita che come lettrice salto le descrizioni nei romanzi se superano la mezza pagina, se non mi “raccontano” qualcosa. E le spiegazioni, non ne parliamo: in un bel romanzo non dovrebbe mai esserci bisogno di spiegazioni. Quanto all’importanza dei dialoghi, mi sembra che l’importante non è che ce ne siano o no, o quanti ce ne siano, ma che quelli che ci sono siano scritti bene. Ci sono racconti e romanzi meravigliosi senza un dialogo, e altri in cui i dialoghi sono incantevoli. Ricordo una scrittrice inglese che ora non è più di moda, Ivy Compton Burnett, che scriveva romanzi tutti fatti di dialoghi. Non riuscivo a leggerli perché dopo quattro pagine mi sembrava che mi stessero lentamente soffocando con un foulard. Insopportabile.

 

I suoi racconti del libro “Il primo miracolo di George Harrison” vengono definiti nella recensione di Lorenza Trai “microsceneggiature per réclame di altri tempi”. Cosa dovrebbe avere un racconto in più e in meno rispetto a un romanzo?

 

Un romanzo deve avere una storia, un racconto può anche non averla. Può essere un’impressione, un flash. Ma se un racconto ha una storia, allora dev’essere una storia precisa, con un bel finale, e sviluppata in modo ineccepibile. In un romanzo, anche significativo, possono esserci difetti, lungaggini o personaggi che si perdono, o situazioni non ben sviluppate. In un racconto questi sono difetti mortali. Ma il romanzo deve saper sviluppare la sua storia  in modo complesso e seducente, mentre nel racconto basta un’idea anche piccola, che fa il suo breve percorso con una certa maestria, ed è fatta. Per questo ci sono autori di racconti memorabili che non hanno mai scritto un romanzo, o, se l’hanno scritto, si è rivelato una delusione.

 

Il genere chik lit si rivolge a un pubblico di donne tra i 20 e 40 anni, single e in carriera; lo stile della narrazione tende a essere irriverente sugli argomenti sentimentali e sessuali. Perché la donna giovane single e in carriera si riconosce in questo tipo di letteratura e non in un altro?

 

Voglio ben sperare che non tutte le donne giovani e single si riconoscano in quel genere di letteratura. Lasciamo perdere “in carriera”, perché è un concetto che mi disgusta lievemente. Attenzione: un conto è leggere, un conto è “riconoscersi”. Esistono, spero, una quantità di donne giovani e single che leggono per distrarsi ogni tanto un romanzo rosa, ma si riconoscono negli autori giapponesi degli haiku, ad esempio. E io conosco un numero altissimo di giovani donne, single o meno, che non leggono mai romanzi rosa. Incredibile ma vero!

 

A cosa sta lavorando in presente e come riesce a dividersi tra tutti questi generi di scrittura: radio, tv, fiction, teatro, cinema e traduzioni?

 

Sto scrivendo un nuovo romanzo, sto finendo un traduzione e una sceneggiatura, e come sempre lavoro per la trasmissione radiofonica di Luciana Littizzetto. Riesco a dividermi lavorando sempre, tutto il giorno, perché alle cose che lei cita va aggiunta la cura della famiglia, della casa e del giardino. E’ faticoso, e sinceramente mi piacerebbe molto che uno dei miei libri vendesse come le “sfumature”, così finalmente potrei riposarmi un po’!

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