Isole specchio (terza parte)

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L’‘anima’ di un luogo a volte si trova in piccoli libri scritti da persone del posto o che lì hanno vissuto, tanto da aver introiettato il ‘genius loci’ degli Antichi, che dovevano sapere di cosa parlavano.

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L’‘anima’ di un luogo a volte si trova in piccoli libri scritti da persone del posto o che lì hanno vissuto, tanto da aver introiettato il ‘genius loci’ degli Antichi, che dovevano sapere di cosa parlavano.

Sempre alla ricerca di analogie tra le isole, le affrontiamo quindi con un altro approccio; non quello di camminare per strade e sentieri, far foto e incontrar gente, ma attraverso le pagine di qualche libro.

Si tratta di due Autrici isolane per ambientazione dei loro scritti (anche se entrambe vivono altrove): Rita Bosso e Emma Santoro.

Sono di Rita Bosso due libri recenti (2010 e 2012) – Demian Edizioni -, diversi per tema, ma uniti dalla stessa ambientazione a Ponza

In Memorie di Amalie si tratta non di memorie e spigolature raccolte qua e là, ma di un vero romanzo con una sua propria struttura; fatto di un connubio di generi: dal manoscritto ritrovato sul fondo di un armadio, al diario tramandato attraverso le generazioni; reportage romanzato ma storicamente fedele di fatti e personaggi d’epoca. Vi sono delineate storie isolane dal periodo della colonizzazione da parte dei coloni ischitani (del 1734) ai tempi nostri, attraverso un diario tramandato in famiglia, da nonna a nipote, tutte di nome ‘Amalia’; un affresco da cui emergono le vite individuali – e in trasparenza la grande storia – attraverso vicende, gesti quotidiani, modi di dire.

Ne L’isola delle Sirene il periodo di osservazione è più delimitato nel tempo: vi si tratta del periodo di confino a Ponza nel periodo fascista, di un personaggio eccellente, il duca Luigi Silvestro Camerini, di censo e natali eccellenti, fatto inusuale per un’epoca in cui i nobili e i ricchi erano per la maggior parte allineati con il regime o almeno non in opposizione aperta con esso. La vicenda è narrata attraverso la voce della governante del Duca, Luisa, che trapiantata forzosamente in un’isola aliena rispetto alla sua cultura, vi ritrova umanità e vita e un potente  stimolo al cambiamento: una storia di fantasia intessuta di realtà.

 

Al suo primo romanzo – Di Mare e di Lentisco – anche Emma Santoro, una scrittrice originaria delle Tremiti (anche se vive e insegna a Termoli, CB), racconta le vicende delle sue isole. Attraverso la figura di Mosè (classe 1904), personaggio in parte di fantasia, in parte ricalcato sulla figura del nonno paterno e i suoi tentativi di acquisire un terreno di proprietà demaniale su S. Domino (la cala delle Arene, l’ex presidio della Regia Marina). Sullo sfondo, la vita paesana delle isole della prima metà del ‘900: pescatori, carabinieri, il Podestà, le ‘camicie nere’ …e i confinati antifascisti. Nel libro viene anche riportato il periodo della relegazione dei Libici del 1911, che gli isolani chiamavano ‘i Turchi’ – (Cfr. nella seconda parte) – e l’epidemia di tifo che falcidiò i relegati e fece anche quattro vittime tremitesi.

Il romanzo di Emma Santoro edito in proprio (2012). In copertina: Scalo d’alaggio della Marina di San Nicola, di Ida Blascetta

Il confino coatto e il confino di polizia sono state due cose diverse.

Il primo – uno dei primi decreti dell’Italia post-unitaria – si applicava ai responsabili di reati comuni; istituito con la legge Pica del 1863: “Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette”, diede risultati non brillanti, per il fallimento sia del fine proprio dell’istituto, cioè quello di combattere il vagabondaggio nelle regioni meridionali, sia della funzione ‘rigenerativa’, che si voleva attribuire alle colonie coatte, fucine invece di più perfezionati delinquenti.

Il regio decreto del 6 novembre 1926, n. 1848 introdusse al posto del domicilio coatto il confino di polizia. Nel 1931, fu varato il Regolamento per l’Esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931 IX, n. 773 delle leggi di Pubblica Sicurezza che stabiliva le modalità con le quali si inviava qualcuno al confino. Il testo prevedeva che potevano essere proposti per il confino coloro i quali risultavano pericolosi per la “sicurezza pubblica o per l’ordine nazionale”. Esso si configurò da subito come un vero dispositivo repressivo che stroncava sul nascere qualunque tipo di opposizione, accertata o anche solo sospetta; era comminato senza processo, per decreto prefettizio, sarebbe dovuto durare da uno ad un massimo di cinque anni (ma la norma era spesso disattesa) e restringeva ulteriormente le libertà concesse dal domicilio coatto [“Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime”, titola Camilla Poesio, dottore di ricerca dell’Università di Venezia, un suo saggio sull’argomento (Laterza, 2011].

 

I libri su Ponza e sulle Tremiti quasi fatalmente si trovano a parlare del periodo del confino fascista, perché incise molto su economia, comportamenti e cultura delle isole…  Infatti le necessità  della colonia confinaria – sia confinati che guardie -, alimentavano un indotto di importanza non secondaria nella grama economia isolana.

A Ponza, causa l’attività mineraria della cava di bentonite, ci furono pressioni sul governo per far chiudere la colonia confinaria (cosa che avvenne il 6 luglio del ’39, con i confinati trasferiti ad altre sedi). In proposito si ricordano ancora le parole d’ira rivolte dal macellaio locale (che aveva avuto una caduta a picco delle vendite) ai suoi figli: “Avete voluto far togliere il confino? E mo’ mangiateve ‘u ppaliero!” (il ‘paliero’ è l’erba secca che copre l’isola alla fine dell’estate).

“Un’isola” di Giorgio Amendola (Rizzoli, 1980). Autobiografia che include anche il periodo del confino a Ponza (1932-1937), insieme alla moglie Germaine Lecocq

In entrambe le isole si stabilirono una buona convivenza e, nel limiti consentiti dal duro regolamento confinario, degli scambi fecondi tra i confinati e le menti più aperte della comunità isolana, soprattutto i giovani.

 

Nei libri della Bosso (L’isola delle Sirene) e della Santoro siamo andati a ricercare le frasi con cui è raccontata la caduta del regime (25 luglio 1943), nei suoi riflessi isolani…

Nel primo:

“Il regime è caduto; siamo liberi”. (p. 140)

 

“…qui in paese, tutti si sono addormentati fascisti, la sera del venticinque, e si sono risvegliati antifascisti. Velocemente hanno indossato un’altra camicia; in tutta Italia, sarà difficile trovare qualcuno che ammetta di averci creduto”. (p. 146)

 

“…Tu. Hai potuto mettere a bagno nella varechina la camicia nera, e oggi puoi dire che alle sfilate non c’eri; puoi ripetere e  ripeterti che lo hai fatto perché costretto; puoi negare di aver acceso con trepidazione la radio e di avere ascoltato con la pelle percorsa da brividi di emozione: qualunque cosa tu decida di fare, sappi che le onde sanno, e sempre ripeteranno Tu”. (pp. 146-147)

 

E in “Di Mare e di Lentisco”:

“Fuori dal bar si era formato un capannello di persone: Tremitesi, detenuti, guardie di Pubblica Sicurezza.

– È caduto il Fascismo! È caduto il Fascismo!” (p. 127)

 

“I confinati esultavano, si abbracciavano tra loro e con gli Isolani… (…)

…Gioacchino Patanìa stava per scoppiare in lacrime. Era rientrato nel salone stringendo forte le forbici e il pettine. Aveva visto Cherubino seduto su una poltrona della barberia, gli sembrava che stesse singhiozzando.

Si erano guardati per un lungo momento, il confinato si era avvicinato e lo aveva abbracciato. Il confinato gli aveva battuto una mano sulla schiena. Gioacchino si era messo a piangere convulsamente sulla sua spalla, senza riuscire a smettere”.

(…) Guaglio’, a me mi dispiace per il partito, ma sto piangendo perché mo tu te ne vai e io mi ero affezionato…” (pp. 128-130)

Una scena da Un’isola, film di Carlo Lizzani (1985), tratto dal libro omonimo di Giorgio Amendola, con Massimo Ghini. L’arrivo dei confinati sul molo di Ponza

Le storie dei pescatori hanno sempre qualcosa in comune, anche se è raro che siano scritte dai protagonisti. Tranne qualche raro caso – come quello qui presentato – di uno scrittore passato dal mondo della cultura al mare, visto da molto vicino, senza troppi voli di fantasia. Il romanzo racconta di un uomo che ha deciso di viverci, su mare e del mare; che sceglie di abbandonare lo strumento che suonava, il violoncello, compra una barca e si mette a fare il pescatore. Proprio in quelle acque, tra la terraferma e le Tremiti – soprattutto Pianosa, la più pescosa – e attraverso Ciccillo, il pescatore tremitese cui il nostro uomo si associa, conosciamo i segreti e le insidie di ogni cala dell’isola, come le sue furibonde tempeste e le brevi tregue di riposo e pace tra una ‘calata’ e l’altra.

In questo piccolo libro-culto, di uno scrittore sconosciuto ai più – se fosse vivo ora avrebbe 81 anni –  lavoratori del mare e il mare stesso non sono quelli di Victor Hugo e neanche di Hemingway, ma il tutto è raccontato in modo umile e ‘dal basso’, proprio di chi ci si trova in mezzo, al mare: uno dei comprimari della lotta dell’uomo per sopravvivere.

Storie che già abbiamo sentito raccontare sulle banchine, allo sbarco del pesce, da uomini infreddoliti con la cerata addosso, gli occhi cerchiati dalla stanchezza e una sigaretta in bocca.

Conosciamo così dal di dentro il mondo imprenditoriale della pesca intorno agli anni ’60; la vita del pescatore e ogni aspetto, nel bene e nel male, di quel lavoro rude, che finisce, nel libro e nella realtà, con l’arrivo dei primi turisti…

Qualcosa di molto simile è accaduto a Ponza dove l’arrivo del turismo ha stravolto l’economia, le tradizioni e l’antropologia stessa dell’isola…

Tre diverse edizioni di Levantazzo, di Antonio Mallardi: da Leonardo Da Vinci (1961); Einaudi (1974); Sellerio (1996)

“Il ‘levantazzo’ è il vento di scirocco-levante quando diventa acceso, come dicono gli uomini delle barche, nei pomeriggi infocati. È il vento che viene dalla parte più viva dell’Adriatico, da dove sorge il sole. Un vento carico di luce e di riflessi, che ravviva il mare di onde frequenti e irte di schiuma, che riempie di colore le nostre scogliere, che porta i semi del mirto e del rosmarino, che matura i fichidindia e l’uva e insanguina di papaveri i campi di grano, che cuoce la fronte e la nuca dei pescatori, che feconda il mare di nuovi pesci. Qui giù il sole sorge dal mare e peschiamo negli intervalli fra la tramontana – un vento che non ci appartiene, che ci porta solo freddo e mare grigio e un gelo di montagne, di altre terre troppo lontane da noi – e il levante che è il mare della Grecia, dei miti, dei pastori e delle sirene, dei delfini e dei tonni, il vento della nostra civiltà antichissima, su cui aprirono le vele Ulisse e Diomede, soffia sempre su di noi, e anche se sono passati i millenni, se la Grecia è solo rovine, da levante continueremo ad attingere calore e vita. Ma è difficile spiegare cos’è il ‘levantazzo’. Diciamo che è anche la gioia di immaginare Agiostrati, o di leggere l’Odissea e di pensare che esistono ancora le sirene”.  

 

[Da Levantazzo: a pag. 11 dell’edizione Sellerio (1996)]

 

Raccontano i vecchi pescatori, alle Tremiti, che intorno agli anni ’50-’60 lì cominciarono a cercare il petrolio… Allora si andava per le spicce: arrivarono delle navi che buttavano gran bombe di profondità per ‘sondare’ il fondale. Il petrolio non lo trovarono, ma pesci ne morirono tanti! Che sia stato per le bombe o per la diminuzione del pesce, fatto sta che sparirono anche le foche monache (Monachus monachus – Fam. Phocidae) che fino ad allora frequentavano le isole, in grotte che i vecchi ben conoscevano…

Le stesse foche si trovavano ancora nelle grotte dell’isola di Ponza negli anni del confino, di cui realmente il duca Camerini (citato ne “L’isola delle Sirene”) scrisse:

 

“Non riesco a capacitarmi che ci siano le foche in libertà, a portata di mano… (…) Pensa che quando sono sorprese a terra si difendono lanciando sassi. Come deve essere bello vederle uscire dal mare, nell’interno delle grotte dove si riflette il chiarore lunare! È certo questa l’omerica isola delle Sirene; sono da associare alle foche, non ne dubito, ma il canto? Quello resta un mistero…” [Dai quaderni-diari del Duca Camerini, messi a disposizione dalla famiglia e recuperati dall’Autrice del libro].

E veniamo alle ultime battute, attuali, di questa carrellata di analogie tra le isole… Sia Ponza che le Tremiti sono reduci da un’esperienza di Gestione commissariale dell’Amministrazione comunale – causa ‘malversazioni’ -, terminata nel maggio ultimo scorso con l’elezione di due nuovi sindaci, che si trovano in entrambi i casi a fronteggiare situazioni di ‘straordinaria’ emergenza.

Ponza è quasi ogni giorno agli onori delle cronache: in negativo, per disservizi di vario tipo: interdizione della maggior parte delle coste al turismo, riduzione drastica dei collegamenti, ultima la sospensione dei rifornimenti del carburante; in positivo – unica voce all’attivo – per una battaglia che sembra vincente per l’affidamento al FAI (Fondo Ambiente Italiano) del Faro della Guardia.

Su Tremiti riprendono a farsi insistenti le voci di una ripresa delle ricerche petrolifere in Adriatico… Il 6 ottobre prossimo venturo è prevista una grande manifestazione di protesta 
a Manfredonia per la preservazione dell’arcipelago.

Mare di petrolio. Un’onda

Scorci di mare e costa delle isole Tremiti: qui a S. Domino

Si registrano queste notizie e si guardano le immagini con ancora in mente la luminosa bellezza del mare e delle coste dell’isola…

E una volta di più l’insensatezza della corsa al denaro su cui la nostra civiltà e cultura sembrano essersi avvitate, ci riporta alla mente le parole di un poeta, fatte le debite sostituzioni (liquore/bellezza):

 

“…sembra di sentirlo ancora (il suonatore Jones) dire al mercante di liquore

– Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”

[Fabrizio De André, ne: “La collina”, da:

Non al Denaro, non all’Amore né al Cielo‘; album del 1971]

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