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Assemblea d’istituto

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Sulla parete nuda, il chiodino leggermente curvo sembra guardarmi con aria interrogativa, quasi a chiedermi "Che fai? Lo appendi o no il nuovo calendario?". Ho, infatti, staccato dal muro il calendario dell’anno appena trascorso, ma non so se ho voglia di appendere il nuovo.

Sulla parete nuda, il chiodino leggermente curvo sembra guardarmi con aria interrogativa, quasi a chiedermi “Che fai? Lo appendi o no il nuovo calendario?”. Ho, infatti, staccato dal muro il calendario dell’anno appena trascorso, ma non so se ho voglia di appendere il nuovo. Lo tengo tra le mani. Ho già tolto il cellophane che lo ricopriva e ne accarezzo le pagine. E’ un bel calendario, con le più suggestive immagini di Roma, in carta patinata. Lo sfoglio e mi chiedo: “Quanti fogli riuscirò a girarne? Arriverò a maggio, a vedere il Colosseo, o ad agosto per la Bocca della Verità, o addirittura ad ottobre con Piazza Navona?”.

Quanto è diversa la sensazione di adesso da quella che provavo anni fa, quando sfogliavo il nuovo calendario per scoprirvi le feste e gli eventuali “ponti” che mi avrebbero permesso di allontanarmi da scuola per qualche breve viaggio con mio marito e per una fugace visita ai miei figli universitari lontani da casa. Sui giorni e sui mesi quanti progetti, quante speranze, quanti sogni! Il futuro, pur sempre  un’incognita, mi appariva allettante, dispensatore di piaceri e felicità. Adesso, alle speranze e ai sogni è subentrato il timore, la paura della sofferenza, il senso dell’inutilità e della precarietà, e i ricordi che amareggiano ancora di più il presente.

Che faccio, lo attacco il calendario, anche se sto affrontando la settima maledetta recidiva?

Ebbene si! Sono dieci anni che combatto/convivo con un cancro. Sono, per così dire, una lungovivente (che termine brutto e scoraggiante).

A dicembre, infatti, ho festeggiato il mio decimo complicancro (il neologismo è mio e me ne compiaccio!). L’ho festeggiato davvero: ho portato in reparto, durante una ennesima seduta di chemio, la torta (senza candelina, però) e lo spumante con dolcetti vari.

Ma adesso sono sola, davanti alla parete vuota e al chiodino che sembra un punto interrogativo. Accarezzo i fogli lucidi e lisci del calendario nuovo e la mente all’improvviso mi proietta a dieci anni fa, al momento in cui mi è stata diagnosticata la malattia, all’angoscia e alla disperazione che hanno pervaso me e la mia famiglia.

Soprattutto ricordo il periodo allucinante della mia prima chemioterapia: da dicembre fino a maggio, con tutti i suoi devastanti effetti collaterali.

E poi, a maggio, su parere dei medici che mi tengono in cura, il rientro a scuola, per cercare una qualche forma di ritorno alla normalità. Mi preparo all’evento con grande cura: mi guardo allo specchio e mi osservo impietosamente per come sono diventata: le  dosi massicce di cortisone mi hanno gonfiiato all’inverosimile e così somiglio ad uno scaldabagno, sormontato da una testa completamente pelata, simile ad una palla da biliardo!

Mio Dio, come farò ad affrontare i colleghi e soprattutto gli alunni? Come reagiranno al mio nuovo aspetto fisico che nemmeno io riesco ad accettare? Decido comunque di tentare il rientro: se le cose dovessero andare male potrò sempre rimettermi in congedo.

Poiché fa troppo caldo per la parrucca, vado a comprare una serie di sfiziosi cappellini, da abbinare alle varie “mise”: a calotta, a visiera, a basco, di tela, di rafia, eccetera.

 

7 maggio 1999.

E’ il giorno del rientro. Mi preparo con grande cura: elegante, con un trucco discreto per nascondere il pallore del volto, un cappellino in testa e poi in macchina, verso la scuola. Mio marito vorrebbe accompagnarmi nella sala dei professori, ma io lo prego di no: voglio che mi lasci nel cortile interno. Così, a passi un po’ incerti, entro a scuola, e lì subito un corrermi incontro di colleghi, personale amministrativo e ausiliario, tecnici di laboratorio, eccetera. In attesa che suoni la campanella che annuncia la mia ora, vado a salutare il Preside che, felice di vedermi, mi offre il braccio per accompagnarmi in classe.

E cosa dirvi della festa che mi fanno gli alunni: è tutto un piombarmi addosso, stringermi, abbracciarmi. Tutti hanno qualcosa da dirmi o da chiedermi. E così il primo giorno passa in fretta.

Riconosco che il consiglio datomi dai medici funziona: la ripresa del lavoro mi ha dato quella motivazione in più che mi mancava nell’affrontare la malattia. Adesso le mie giornate non sono più vuote, sospese nel limbo della sofferenza e dell’inedia. Adesso preparo le lezioni, correggo i compiti, esco di casa, vedo gente…

E così ogni giorno, sempre perfettamente truccata e sempre con cappellini diversi, mi reco a scuola.

Fino a quando…

 

20 maggio 1999.

“Assemblea d’istituto”.

Il Preside, con molto tatto, mi fa sapere che, se non me la sento, sono esonerata dall’assistervi. Anche mio marito mi sollecita a non andarci, mi fa notare il pericolo d’infezione a cui vado incontro, con le mie difese immunitarie notevolmente ridotte.

Ma io voglio andarci. Voglio riprendere la mia vita di sempre Voglio sentirmi normale in tutto.

E così mi preparo: mi trucco, scelgo con cura il vestito con un cappellino intonato e sono pronta per incontrare i miei ragazzi.

La palestra nella quale si tiene l’assemblea è affollatissima: al tavolo della presidenza 5 ragazzi, tutti gli altri seduti per terra che cantano, battendo il tempo sul pavimento.

Mi tengo un po’ in disparte: ho promesso a mio marito di essere prudente, quindi, cosa insolita, non sto in mezzo agli alunni.

L’assemblea ha inizio: il Presidente illustra brevemente i punti all’ordine del giorno: la fine del II quadrimestre, il funzionamento dei corsi di recupero, l’organizzazione di attività funzionali agli esami di Stato, eccetera.

I lavori si susseguono con la solita vivacità. L’attenzione non è delle più alte: continue risate, applausi inopportuni, fischi di disapprovazione sottolineano gli interventi.

Ad un certo punto si avvicina al tavolo un ragazzo, uno dei più vivaci e spiritosi dell’Istituto, e chiede di introdurre un argomento che non è previsto nell’ordine del giorno. Il permesso gli viene accordato, così si impadronisce del microfono, seguito dall’interesse generale dei compagni, incuriositi dalla richiesta insolita. Nel silenzio creatosi, il ragazzo chiede con un tono tra l’ironico e il faceto se l’assemblea ritiene di dover chiedere alla professoressa ………. come mai nell’ultimo periodo stia sfoggiando tanti cappellini eleganti: vuole forse far propaganda al corso di “Stilisti di moda” nel quale insegna, o vuole lanciare una nuova moda tra le studentesse?

Subito scoppia la bagarre. I ragazzi si dividono: i più sghignazzano, ridono e applaudono il compagno che ha posto la domanda. I miei alunni, invece, e qualche altro a conoscenza della vera ragione per cui sfoggio i cappellini, si rivolgono con toni accesi al compagno, elargendogli gli epiteti più comuni fra loro: “Stupido… Interdetto… Stronzo…” I colleghi mi si stringono attorno, sgomenti, quasi a volermi proteggere.

L’episodio rischia di degenerare: fra le due fazioni sembra stia per scoppiare una vera e propria rissa, si vedono già i primi spintoni e si sentono le minacce di “paliatoni”.

Con le gambe che mi tremano e ancora indecisa sul da farsi, mi avvicino al tavolo della presidenza e mi faccio passare il microfono. Gli alunni tutti mi guardano attenti e incuriositi: non sanno prevedere la mia reazione. Nell’improvviso silenzio creatosi, prendo la parola. Ringrazio innanzitutto il ragazzo che ha posto all’assemblea un argomento che ha suscitato subito un interesse generale, vivacizzando una riunione che stava scadendo nella noia più totale.

Poi continuo, e per quanto riguarda la faccenda dei miei cappellini faccio notare l’arguzia con la quale sono state avanzate le varie ipotesi, che però purtroppo risultano non esatte. Con molta calma, ricacciando all’indietro l’emozione che mi attanaglia la gola, spiego che qualche tempo prima mi sono ammalata di cancro, per cui ho dovuto sottopormi ad una terapia che mi ha fatto perdere i capelli. Ritenendo che la mia testa pelata avrebbe potuto turbare gli alunni e non riuscendo a portare la parrucca, ho optato per i cappellini, ma non ho nessuna difficoltà a farne a meno se loro mi preferiscono senza. E così, con un gesto improvviso, mi tolgo il cappellino, mostrando la mia testa a palla da biliardo.

Nella sala un silenzio lungo, interminabile, gravido di emozioni, mentre i miei alunni e i colleghi furtivamente si asciugano le lacrime.

Poi, l’alunno che ha posto la domanda mi si avvicina, mi guarda, mi abbraccia piangendo, senza riuscire a dire una parola.

All’improvviso scoppia l’applauso, gli alunni si alzano in piedi, sento gridare “Brava… Brava… Sei forte”.

Riesco a stento a sottrarmi all’abbraccio di tutti, che vorrebbero testimoniare così la loro solidarietà nei miei confronti.

Circondata dai colleghi che fanno intorno a me un cordone di protezione, mi rifugio in presidenza e lì mi abbandono ad un lungo irrefrenabile pianto.

 

Piango sulla mia vita passata e sulla mia vita futura.

Piango per le speranze disattese e i miei sogni infranti.

Piango per i progetti che non potrò più fare e per i ricordi dei momenti belli che ormai non torneranno più.

Piango per mio marito affranto e per i miei figli che hanno dovuto rinunciare alla loro spensieratezza.

 

Il giorno dopo, ritorno a scuola decisa a rimettermi in congedo: non me la sento di continuare così.

Sono le 10.30, entro alla terza ora. Mi avvicino alla porta della mia aula e percepisco un insolito silenzio: forse i ragazzi non sono in classe? Forse il collega che mi ha preceduta mi sta aspettando? Con il cuore in gola, busso ed apro la porta. Al mio apparire tutti scattano in piedi, cosa non più in uso da anni. E poi vedo sulla cattedra un enorme cesto di fiori; così grande da ricoprirla tutta. Sulla coccarda una busta, così indirizzata: “Alla prof.  ……, la persona più coraggiosa del mondo”.

Con gli occhi velati di lacrime tiro fuori il biglietto e leggo: “Non ti arrendere, prof…. Lotta e noi lotteremo con te. Tutti gli alunni dell’IPSIA”.

 

E’ stato questo l’episodio che mi ha dato la forza ed il coraggio d’inoltrarmi sul ponte traballante incurante delle acque tumultuose del fiume che sembravano volermi inghiottire ad ogni istante? Non lo so, ma ce l’ho fatta: non mi sono arresa e sono approdata sull’altra sponda. Da allora, sono passati ben dieci anni.

Cosa faccio, voglio arrendermi proprio adesso? Lo attacco o no questo nuovo calendario? E’ pensando alle parole dei miei alunni che lo appendo al muro. Lo guardo: ho davanti agli occhi una splendida veduta del Quirinale. Lo accarezzo: quasi quasi vorrei baciarlo.

Poi, presa da una irrefrenabile voglia di vivere, improvviso davanti al calendario una sfrenata macarena!

Ve la immaginate una sessantacinquenne, con il corpo cilindrico, la testa a palla da biliardo, gli occhi sporgenti, che canticchia, sculetta e si dimena davanti a un muro?

Per fortuna non c’è “Blob” a riprendermi!

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