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Piacere, sono la malattia xy

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Era un pomeriggio invernale, era piovuto da poco e l’aria aveva il classico odore di bagnato, un odore che ho sempre trovato fastidioso, pungente, ma che da quando ho memoria mi ha sempre trasmesso il piacere delle cose familiari, di quelle che conosci da tempo e che ti fanno compagnia nei momenti più inaspettati. Anche quando sono solo,

Era un pomeriggio invernale, era piovuto da poco e l’aria aveva il classico odore di bagnato, un odore che ho sempre trovato fastidioso, pungente, ma che da quando ho memoria mi ha sempre trasmesso il piacere delle cose familiari, di quelle che conosci da tempo e che ti fanno compagnia nei momenti più inaspettati. Anche quando sono solo, basta il profumo della pioggia e la mente mi riporta indietro nel tempo, a quando avevo cinque anni e sono scivolato su una pozzanghera per vincere la gara con mio fratello a chi schiacciava più foglie, a quando adolescente le ho dato il primo bacio sul prato fresco di rugiada della villa accanto alla scuola, a quando due anni fa mi sono ritrovato a lottare con il tergicristalli contro una pioggia insistente che mi impediva di guardare la strada. Una pioggia così prepotente che forse me la sarei ricordata per tutta la vita anche perché, allo stremo delle forze, mi sono finalmente reso conto che ciò contro cui lottavo erano le mie lacrime. E forse mi sarei ricordato per tutta la vita anche il volto del medico che mi ha comunicato la diagnosi, un volto inespressivamente velato di tristezza, la cui bocca continuava a muoversi nonostante non sentissi più nulla.

Ed oggi eccomi qui, nuovamente con la pioggia a portare il segno del mio tempo che passa, e che a quanto pare riesce a portare via solo quello, o per lo meno solo quello che le pare, perché ho l’impressione che le cose brutte non le vuole nessuno, quelle ti rimangono incollate addosso come fossero una seconda pelle e alla fine diventano parte di te, diventano te. E forse anche la malattia ormai porta il mio nome anzi no, sono io che porto il nome della malattia. Da domani potrei presentarmi dicendo: “Piacere, sono la malattia xy”. Ma cosa sto dicendo? Non sono ancora uscito da questo stupido palazzo e già mi ritrovo a dire fesserie. Quando mi sono alzato dalla poltrona per salutarlo mi sono sorpreso nel sentirmi dire “Ci vediamo la prossima settimana“, perché dentro di me sono convinto di non tornarci più.

Sto scendendo le scale con passo incerto e mi assale un vortice di pensieri. Un senso di nausea si impadronisce di me. Mi gira la testa. Ecco, lo sapevo che venire dallo psicologo mi faceva male. Ma perché ho dato retta a quell’idiota di mio fratello che un giorno, vedendomi particolarmente triste, si sarà voluto alleggerire la coscienza raccontandomi di quella sua amica che è riuscita ad affrontare una brutta situazione andando da uno strizzacervelli. Mi ha detto: “Pensa che voleva farla finita e adesso ha ripreso anche a lavorare”. E così mi sono ritrovato anche io nello studio di questo mago della mente. Mi ricordo ancora il primo giorno, l’ansia del primo appuntamento. Mi sono ritrovato a contare i secondi prima di suonare il campanello, perché da qualche parte ricordo di aver sentito dire che loro da subito analizzano tutto e se arrivi in anticipo sei ansioso, e se arrivi in ritardo sei oppositivo nei confronti della terapia. Mi domando, ma a loro non capita mai di dover girare un’ora per cercare parcheggio o di dover aspettare per mezz’ora l’autobus? Comunque, ci tenevo a presentarmi e a farmi conoscere per quello che sono: preciso, puntuale, sobrio, solido, giusto, malato. Non mi aspettavo di essere accolto con un sorriso, con una stretta di mano disponibile e ferma, in una calda stanza di poche pretese ma arredata con gusto, dai colori tenui e rilassanti. E così ho iniziato a parlare di me, della mia famiglia, del mio lavoro, della mia malattia. E a pensarci bene forse mi sono presentato proprio come malattia xy perché in fondo, da quando sto male, tutto il resto ha finito di esistere ed è rimasta solo lei, la mia sanguisuga, la mia cara vampira.

Alla fine, dopo tanti dubbi, l’appuntamento del giovedì per me era diventato importante. Mi dava un sereno senso di appartenenza, di compattezza, mi definiva in un luogo e in uno spazio in cui mi sentivo protetto e libero di esprimermi senza sentirmi giudicato, analizzato, spezzettato. Ero tornato ad essere un essere vivente completo, integro, unico. Dopo mesi e mesi trascorsi a fare analisi, biopsie, prelievi, cure, in cui tutti si concentravano su singole parti organiche di me, finalmente ero tornato ad essere un’unità fisica, pensante ed emotiva. Tutto mi sembrava procedesse per il meglio fino ad oggi, fino a quando il mio mago della mente ha rotto l’incantesimo. È stato un fulmine a ciel sereno, una macchia di vino rosso su una tovaglia immacolata, un clacson fragoroso durante un concerto di Bach insomma, senza fare tanto il poetico, è stato un inaspettato pugno nello stomaco, di quelli che ti tolgono il respiro e ti fanno strabuzzare gli occhi. E probabilmente i miei occhi sono realmente usciti dalle orbite quando mi ha candidamente chiesto quali vantaggi mi derivano dall’essere malato. All’inizio sono rimasto letteralmente senza parole ma subito dopo, passato lo shock, avrei voluto urlare: “Ma cosa sta dicendo!”, invece ho fatto il signore e sono rimasto in silenzio, quasi fossi un servo muto su cui lasciargli posare le sue congetture dismesse da manuale, aspettando pazientemente che finisse l’ora, tanto mancava poco. Il silenzio, che grande dono, peccato che siano sempre meno le persone capaci di apprezzarlo e soprattutto di gestirlo. Come quando si lascia la televisione accesa per compagnia, per non ascoltare la nostra intimità, il nostro profondo, che spesso ci fa paura. Sono riflessioni che ho maturato nel corso dei miei tour ospedalieri, nelle sale d’attesa piene di sospiri e di cicalii. I primi tipici di chi sta male, i secondi di chi accompagna il paziente e non riesce a gestire i suoi silenzi carichi di angoscia. Ma lui no, non si è scomposto, non ha fatto una piega. È stato lì, attento, ad ascoltare il rumore del mio silenzio, senza volerlo riempire a tutti i costi, ma rispettandolo e proteggendolo. Non so quanto tempo sia passato, sicuramente il tempo di pensare a tutte queste cose e ad altre ancora.

Ed eccomi qui, in mezzo alla strada, a cercare di ricordare dove ho parcheggiato la macchina, col giornale sulla testa mentre cerco di proteggermi dalla pioggia che, incessante, continua a bagnarmi il viso e a portarsi via le lacrime. Che bello piangere mentre piove. Ha un che di liberatorio e di intimo perchè ti senti protetto dagli sguardi curiosi della gente che ti passa accanto.

Chiudo gli occhi e il sapore amaro delle lacrime si confonde con quello dolce dell’acqua piovana, e tutto all’improvviso inizia ad avere un senso. Dolce e amaro. Gioia e dolore. Sano e malato. Yin e Yang. Che strano, in questo momento esatto mi ricordo una delle prime lezioni di arti marziali, iniziate all’età di 12 anni, per fare il figo con le ragazze ai tempi in cui andava di moda “Karate Kid”, e mai continuate. E precisamente mi torna in mente il cerchio bicolore, bianco e nero, diviso in due parti uguali da una curva a forma di S, in cui ciascuna parte contiene un pallino del colore opposto. E mi ricordo il maestro, un po’ appesantito dagli anni ma capace di trasmetterti fermezza e solidità, che ci spiegava come nell’universo qualsiasi cosa contenga il seme del proprio opposto.

E mi ricordo anche di quella volta, forse era il 2006, che nella sala d’attesa del dentista leggevo della ragazza austriaca rapita all’età di otto anni, e dell’attaccamento emotivo che le vittime dei sequestri sviluppano nei confronti dei loro rapitori, in una sorta di movimento seduttivo utile alla sopravvivenza.

E forse la domanda del mio strizzacervelli non era proprio senza senso. E forse è davvero possibile che nel dolore si provi un sottile senso di piacere per il clima di attenzioni e di riguardi particolari che inizi a ricevere dagli altri. E che, nella sofferenza, godi del potere che ti ha dato la condizione di malato di far sentire in colpa chi sta bene, chi è sano, e sai che comunque, e in ogni caso, non riceverai porte in faccia. Ad un certo punto, come tanti fotogrammi rappresentativi di episodi significativi, mi vedo mentre urlo a mia moglie: “Ma non lo vedi che sono malato” e mi ritiro nello studio sbattendo la porta, perché mi aveva proposto di andare al cinema. Continuo a sfogliare il mio album interno e mi vedo guardare in cagnesco mio figlio che si diverte con gli amici a giocare alla Playstation, mentre penso che i giovani di oggi sono troppo viziati e non capiscono un accidenti, e intanto dalla bocca mi escono le parole: “Devo vedere la partita, andate a giocare da un’altra parte”. Mi ricordo ancora i suoi occhi, lucidi per le lacrime trattenute e pieni di vergogna e di rabbia. Poi arriva la foto del mio ufficio, della mia segretaria, di quella volta che l’ho umiliata davanti a tutti perché, invece di portarmi subito il caffè, si era messa a chiacchierare con una collega per gloriarsi delle scarpe di marca che era riuscita a comprare a pochi euro al mercato di Porta Portese. La foto del volto di mia madre, che mi guarda mentre le rispondo in malo modo alla domanda: “Come ti senti?”, non riesco nemmeno a commentarla. Inizio a sentire un crampo allo stomaco. È un dolore intenso e forte. Mi toglie il respiro. L’ultima foto che vedo è mentre telefono all’ospedale per disdire la terapia, nella convinzione delirante che più cerco di combatterla più lei, la mia cara malattia, mi si accanisce contro. In fondo, prima di sapere che c’era, non stavo così male come oggi. Ricordo perfettamente la frase di un film americano: “Tieni stretti gli amici, e più stretti i nemici”, e questo è esattamente ciò che iniziato a fare. Ho iniziato a considerarla molto intima ed è anche stato facile perchè in effetti è così, è dentro di me. Tale rapporto è divenuto così intenso che ho iniziato ad identificarmi con lei e soprattutto con il suo potere distruttivo. Ho iniziato a fare terra bruciata attorno aggredendo chi mi stava vicino e poi, anziché deplorarmi, me ne sono compiaciuto: dopotutto chi non riesce a conoscermi fino in fondo come “lei” non mi merita. Ma il vuoto creatosi non mi piaceva, non tanto per la solitudine, quanto perché non sapevo più con chi sfogare la rabbia, e così ho iniziato anche a fare la vittima e, come in una trappola mortale, non appena mi si avvicinava la persona sensibile di turno, ero subito pronto a tirar fuori i denti e gli artigli. Sono diventato un mostro. Mi sento un mostro. Un fiume di lacrime sgorga sul mio viso. Un urlo soffocato mi lacera il petto. Sto male, ho fatto del male. Potevo limitarmi a deporre le armi, e invece no, le ho direzionate verso tutto ciò che avevo di più caro. Un tremito mi percorre il cuore, forse sto per morire ma è strano, non sento dolore. Poi mi accorgo che è il telefonino. Preso dai miei pensieri non avevo ancora rimesso la suoneria. Rispondo. Una voce stanca e preoccupata mi domanda se è tutto a posto. È mia moglie e, nonostante tutto, non ha ancora chiesto la separazione. Guardo l’ora e mi accorgo che è tardi, ha smesso anche di piovere. Invento una bugia e riattacco. All’improvviso ricordo dove ho parcheggiato la macchina, la mia macchina, la mia vita, e decido di dirigermi con passo veloce a riprendermela.

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