Isole specchio (prima parte)

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"Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte...

“Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.”

[Josè Saramago (1922 – 2010) – da: Viaggio in Portogallo; Lisboa, 1990]

 

Eccoci ancora per isole, dalla cosiddetta ‘perla’ del Tirreno, Ponza, alle ‘perle dell’Adriatico’, le Tremiti per cercare analogie e connessioni…

Le isole un po’ si assomigliano tutte, ma con alcune, Ponza ha delle analogie impressionanti…

 

La Galite. Per tradizione locale, la ‘gemella’ di Ponza è stata sempre considerata La Galite, in vicinanza delle coste africane.

Lì si erano trasferiti da Ponza i primi coloni già dai primi del ‘900 e poi tra le due guerre e subito dopo, richiamati dai fondali molto pescosi. Sull’isola c’erano dei coloni stanziali, ma in maggior numero i pescatori ponzesi la usavano come base durante la buona stagione per la pesca, soprattutto di aragoste che poi venivano trasportate vive al porto di Marsiglia in bastimenti-vivaio appositamente adattati.

A La Galite la nostalgia di ponzesi aveva voluto trovare riferimenti con l’isola madre, arrivando a denominare alcuni scogli con gli stessi nomi di quelli di Ponza; una vegetazione molto simile, il mare pescoso in cui avevano riprodotto le attività dell’isola di provenienza, le abitazioni edificate con moduli costruttivi analoghi, rinforzavano quest’idea. [Leggi su “O”: Ragazzino dell’isola e le fere. Il ‘mio’ Horcynus Orca (prima parte)
 del  28.09.10. Poi l’avventura de La Galite finì e le vite dei poveri coloni furono travolte da eventi più grandi di loro; le guerre, l’indipendenza della Tunisia, le spartizioni territoriali tra le grandi potenze… Molti di essi hanno assunto la nazionalità francese, ma non hanno dimenticato le loro origini, di cui tentano di mantenere memoria attraverso ‘gemellaggi’ e periodiche rievocazioni…

Locandina dell’Incontro-Convegno del 21 giugno u.s. con la partecipazione di Philippe D’Arco, discendente di terza generazione del fondatore della comunità de La Galite e ora cittadino francese

Ma più propriamente, le vere ‘isole a specchio’ di Ponza dovrebbero essere le Tremiti: isole unite quasi da un destino comune, fatto di mito, storia, eventi di rilievo e altre analogie…

Le Ponziane nel Tirreno – Ponza con la propaggine di Gavi, Ventotene e S. Stefano, le più piccole Palmarola e Zannone, oltre a ‘La Botte’ che è uno scoglio; per una superficie complessiva di circa 12 kmq –  a 21 miglia a sud di Capo Circeo,

Veduta aerea di alcune delle isole dell’arcipelago delle Ponziane: la maggiore, Ponza, con la propaggine di Gavi e Zannone; non è qui visibile Palmarola, né Ventotene con la contigua Santo Stefano (più distanti)

Nel Mar Adriatico le isole Tremiti (o Diomedee) sono un piccolo arcipelago costituito da cinque isole (superficie totale 3,13 km²) sito 12 miglia nautiche a nord del promontorio del Gargano e 24 ad est della costa molisana.

Esse sono:

  • San Domino, la più grande, sulla quale sono insediate le principali strutture turistiche grazie alla presenza dell’unica spiaggia sabbiosa dell’arcipelago (Cala delle Arene).
  • San Nicola, sulla quale risiede la maggior parte della popolazione e si trovano i principali monumenti.
  • Capraia (detta anche Caprara o Capperaia), la seconda per grandezza, di poco più grande di S. Nicola, disabitata.
  • Pianosa, un pianoro roccioso anch’esso completamente disabitato e distante una ventina di chilometri dalle altre isole.
  • Il Cretaccio, un grande scoglio argilloso a breve distanza da San Domino e San Nicola.
  • La Vecchia, uno scoglio più piccolo del Cretaccio e prossimo a questo.
Mappa delle Isole Tremiti riportata nelle pagine interne della copertina del libro di Emma Santoro “Di Mare e di Lentisco” (edito in proprio; apr. 2012). Vedi in seguito
Veduta aerea delle Tremiti da un punto di vista opposto a quello dell’immagine precedente. Dall’alto verso il basso: San Domino, S. Nicola e Capraia

Le somiglianze cominciano già con i miti fondanti.

Dopo la caduta di Troia e con alterne vicende, due eroi reduci da quell’epica guerra – Ulisse e Diomede -prendono il mare, ma sulla via del ritorno sono variamente sospinti dai venti e delle tempeste; agevolati o osteggiati dagli dei che, per come le vicende sono state tramandate, una volta erano ben più invadenti nelle vicende umane (!).

Come riporta Omero nell’Odissea, Ulisse risale il mar Tirreno e tra le sue avventure c’è l’incontro con la maga Circe nell’isola di Eea (che prenderebbe il nome da Eos l’aurora) da alcuni identificata proprio con Ponza. Che si tratti proprio di un’isola è ricordato chiaramente nel libro X dell’Odissea: “il pelago tutto d’intorno la stringe e ghirlanda”.

Diomede invece risale la costa adriatica della penisola e tra le varie colonie e insediamenti ad esso attribuiti spiccano le isole cui diede il nome, le insulae Diomedaee, che solo successivamente furono dai Romani denominate Trametius, perché ‘tramite’ per la costa Dalmata (al tempo Illiria). Secondo altri il nome Tremiti, fu attribuito successivamente dai Romani per indicare i tre monti che spuntano dalle acque del mare all’orizzonte.

In seguito molte popolazioni si susseguirono sulle isole, pirati slavi, corsari dalmati, fino all’arrivo di vari ordini di frati e la costruzione dell’abbazia di San Nicola.

 

Anche queste isole furono quindi come le Ponziane periodicamente colonizzate da popoli diversi, vivendo periodi di totale abbandono tra una colonizzazione e la successiva.

“Isole contenitore”, come è stato più volte il destino delle piccole isole di entrambi gli arcipelaghi: popolate per breve tempo (in termini di periodi storici); poi la popolazione precedente trasferita, emigrata, comunque sostituita con un’altra e l’inizio di un nuovo ciclo. Per quanto riguarda Ponza, il ciclo attuale, con le famiglie che per ultime hanno colonizzato l’isola, risalgono all’ultima colonizzazione (borbonica) del 1734 e del 1772 (vedi in seguito);

 

Per la loro posizione geografica segregata, fin dall’epoca romana le isole furono scelte per relegarvi persone sgradite: un editto del 12 d.C. destinò le isole ponziane a luogo di relegazione per i reati di stato.

Giulia maggiore, figlia di Augusto fu esiliata dal padre stesso a Ventotene nel 2 a.C. e vi rimase per cinque anni.

Agrippina moglie di Germanico, nel 29 d.C. venne relegata a Ventotene, dove morì nel 33. Suo figlio Nerone Giulio Cesare, che essendo nipote di Augusto, era destinato a succedergli alla guida dell’impero, sempre nel 29 d.C. venne relegato a Ponza, dove nel 30 si lasciò morire di fame.

Giulia Vipsania minore, figlia di Giulia maggiore e di Agrippa – quindi nipote di Augusto – fu esiliata alle isole Tremiti nell’8 d.C. ed ivi morì nel 28 d. C.. Per il suo alto rango la sua urna cineraria fu inumata nella tomba scavata nella necropoli greca e sepolta sul tavolato dell’isola di San Nicola, in un luogo ancor oggi identificabile, di poco a lato di quella che è considerata la tomba dell’eroe greco Diomede.

 

Proseguiamo attraverso i tempi bui del Medioevo, quando sia le Ponziane sia le Tremiti furono sede di monachesimo, luoghi di contemplazione e preghiera, predilette da monaci ed eremiti…

L’esilio e la morte di S. Silverio, come le notizie dei martirii di S. Domitilla, Nereo e Achilleo fanno parte della tradizione, della storia e del culto delle isole ponziane.

Qui sopra e nella foto precedente: ruderi del Monastero benedettino di Zannone, isola minore a 3 miglia da Ponza

La Chiesa di Santa Maria ed i resti della fortezza costituiscono testimonianza dell’influenza del monachesimo nelle isole Tremiti.

All’inizio dell’anno mille i monaci benedettini di Cassino avevano istituito sulle isole un centro religioso. Nel Medioevo notevole importanza acquistò l’Abbazia da loro fondata nel 1010 sull’isola di San Nicola; la chiesa di Santa Maria fu addirittura per secoli parte della diocesi di Montecassino. L’abbazia fu soppressa nel 1780 da Ferdinando II che vi sostituì una colonia penale. Il fascismo la utilizzò come luogo di confino per i dissidenti del regime (vedi in seguito).

Tremiti: S. Nicola. L’abbazia benedettina come appare oggi (vista da S. Domino)
Porticato esterno della Chiesa di Santa Maria a Mare, sul’isola di S. Nicola (Tremiti)

Entrambi  i gruppi di isole furono poi sottoposte alla dominazione Borbonica e furono oggetto degli esperimenti di ‘ingegneria sociale’ di quel regime, deportazione coatta inclusa.

Delle due principali colonie installate dal regime borbonico a Ponza, un ceppo proveniva da Ischia (1734) ed era costituito in  prevalenza agricoltori che colonizzarono la zona dell’attuale Porto; un altro, soprattutto di pescatori, veniva da Torre del Greco (1772), e si stabilì all’altro estremo dell’isola (Le Forna).

Sempre nel periodo borbonico Ventotene fu colonizzata a ondate successive da:

un centinaio di forzati scortati (1768) per la costruzione della Torre e della Chiesa; quindi (nello stesso anno) 200 ladri e altrettante prostitute; infine dei veri coloni, agricoltori e pescatori (nel 1772) convinti a trasferirsi sull’isola per una serie di vantaggi, da luoghi disparati dei vasti possedimenti borbonici [Notizie da Giuseppe Tricoli: “Monografia per le isole del gruppo Ponziano”; Napoli 1855].

 

Alle Tremiti si cominciò ad allestire una vera e propria colonia nel 1737 e solo una cinquantina d’anni più tardi, nel 1792, Ferdinando 1° vi fece relegare “buon numero di malfattori” da impiegarsi nei lavori di dissodamento nei terreni del territorio delle isole rimasti anch’essi, come si è visto prima, acquisiti al demanio dello Stato dopo la soppressione del monastero. A questi deportati furono assegnati “cinque tomoli di terreno, il suolo per la casa, gli attrezzi del mestiere e cinque grana al giorno per i primi tre anni”.

Nel 1809 tale “colonia penale” fu chiusa, per ordine di Gioacchino Murat (diventato ‘re di Napoli’ l’anno prima), con la liberazione di tutti i deportati, per i meriti acquisiti resistendo validamente agli assalti della flotta inglese.

Dai registri comunali recuperati sulle isole risultano, a partire dal 1844, delle registrazioni di morti con la qualifica di ‘colono’, appartenenti ad una seconda colonia istituita appunto in quel periodo (1843).

Il dialetto di derivazione napoletana che si parla alle Tremiti è una significativa testimonianza di filiazione etnica.

A merito del regime borbonico va menzionata, oltre all’esperienza di Ponza, quella di S. Leucio (nel comune di Caserta, a pochi chilometri dalla città) come massima apertura alle istanze sociali proposte dall’Illuminismo, che toccarono le menti più aperte di quel regime per altri versi retrivo e corrotto. In questo contesto si inseriscono, a Ponza, le grandi opere di ammodernamento del porto e razionalizzazione dell’abitato, avviate a partire dal 1768 da re Ferdinando IV di Borbone, sotto da guida dell’ingegnere Francesco Carpi e dell’Ufficiale del Genio Antonio Winspeare. I lavori durarono fino al 1793, svolti da alcune centinaia di forzati ergastolani, che poi nel 1795 furono rinchiusi nel nuovo carcere di Ponza. In questa seconda fase furono avviate e portate a compimento le opere pubbliche che ancor oggi caratterizzano l’arcipelago.

Nell’immagine in alto: ricostruzione del progetto del porto borbonico di mano di Winspeare e Carpi del 1768. Sotto: il porto di Ponza come appare oggi. A parte le sovrastutture, è immodificato rispetto al progetto originale

Proseguiremo in questo excursus tra le analogie dei due arcipelaghi dall’Unità d’Italia (1860) in poi, incluso il periodo del confino fascista, fino ai tempi più recenti.

 

 [Isole specchio (prima parte) – Continua]

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