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Cosa non si darebbe per un pezzo di legno o un mattone d’argilla

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Il fresco della montagna mi ha salvato l’estate.

Il fresco della montagna mi ha salvato l’estate. Non l’alta, ma la media montagna, sui 700 metri, dove il caldo si fa ancora sentire, ma resta gradevole e rilassante, in giusta armonia con la temperatura del corpo.

Qui, la città con tutte le sue tensioni, è lontana. Lo sguardo, costretto alle brevi distanze cittadine, è finalmente libero di proiettarsi lontano nello spazio. Lo spazio si espande, ma anche il tempo, che in questo piccolo borgo montano sembra appartenere ad un’altra epoca. In quest’isola di pace siamo in pochi.

La sera niente televisione o quasi. Si chiacchiera. Se il cielo è limpido, si guardano le stelle. Oppure si fanno giochi di società e qui, il gioco che va per la maggiore, è il Catan.

Più dinamico del Monopoli e meno aggressivo del Risiko, “I coloni di Catan” è un gioco che arriva dalla Germania e che si è rapidamente diffuso anche in Italia.

Giocare a Catan richiede concentrazione, ma in cambio assicura, per la durata della partita, un’ora e mezza di evasione totale dalle preoccupazioni quotidiane, il che non è poco.

 

L’idea è quella di colonizzare un’isola, e per farlo occorrono materie prime come il legno, l’argilla, il grano, la roccia e infine le pecore, per la lana.

 

Si tirano i dadi e col procedere del gioco, si posizionano le piccole costruzioni colorate su un tabellone centrale composto da caselle esagonali, che rappresentano l’isola e le sue risorse. C’e anche il cavaliere, detto anche brigante, che blocca la casella di chi lo incontra, e sequestra le materie di chi ne ha troppe.

 

All’inizio il gioco può sembrare complicato, tuttavia, una volta memorizzate le regole, nello svolgimento tutto diventa chiaro e logico. L’atmosfera è attenta, a volte silenziosa, si studiano le proprie carte, si osserva la posizione degli altri, si sviluppano nuove tattiche, si scherza e a volte ci si arrabbia. Ma è soprattutto con se stessi che i giocatori se la prendono, per aver fatto una scelta sbagliata o per aver rischiato troppo o troppo poco.

 

Ciò che rende avvincente la partita, credo sia la varietà di modi per arrivare alla vittoria. Ma il punto chiave del gioco restano gli scambi tra i giocatori.

 

“chi mi dà una pecora?”

“cosa dai in cambio?”

“ho del grano e della roccia…”

 

Ecco, così funzionano le contrattazioni nel Catan, e vi assicuro che si fa sul serio. Cosa non si darebbe per un pezzo di legno o un mattone d’argilla, soprattutto ad inizio partita!

 

Per sua natura il Catan è un gioco conviviale poiché, senza scambio con gli altri giocatori, non c’è gioco possibile. Tutti hanno bisogno di tutti e, a seconda del momento, ogni giocatore passa da avversario ad alleato.

 

L’elemento conviviale è solo uno dei tanti fattori positivi del gioco. Ma ce ne sono tanti altri e non riguardano solo il Catan, ma tutti i giochi. Ad esempio, giocare permette di sviluppare alcuni elementi dell’immaginazione, che altrimenti tenderemmo a reprimere.  Consente anche di esplorare, in libertà, nuove modalità comportamentali. E così capita che durante la partita, gli indecisi prendano decisioni rapide e vincenti, i paurosi gustino l’ebrezza del rischio, i timidi rivelino capacità insospettate di negoziazione e poi …vince chi vince, senza nessun rancore.

 

Comunque la ruota della fortuna gira e basta una mano per trovarsi da favoriti a perdenti e viceversa. E conviene essere generosi con gli altri, se non si vuole rischiare la vendetta dell’avversario.

La fortuna c’entra, ma molto dipende anche dalla strategia adottata. E in base a cosa scegliamo le nostre strategie di gioco? Ho notato che tendiamo a scegliere sempre le stesse, quelle in cui ci sentiamo a nostro agio, perché ci sono familiari. Come succede nella vita, ci affezioniamo ad esse anche quando non hanno dato grandi risultati. Fanno parte di noi, sono il nostro modo di comportarci nel mondo. Il modo che abbiamo trovato per esprimerci, per cercare consensi e per trovare soluzioni. Sono le strategie che ci hanno permesso di arrivare fin dove siamo arrivati. È sorprendente constatare quanto il gioco sia rivelatore del nostro modo di essere.

 

Jane McGonical, una designer di videogame, in un video TED di grande successo, spiega l’importanza del gioco e di come, secondo lei, non è solo questione di divertimento. Il gioco infatti è anche uno stimolo all’inventiva e alla capacità di risolvere i problemi, ma molto di più ancora, sostiene la McGonical, in quanto può addirittura allungare la vita e vantare proprietà terapeutiche e curative. Secondo alcuni studi, i giochi online si sono rivelati più efficaci dei farmaci, nel trattamento clinico dell’ansia e della depressione. Almeno così è stato per lei, che si è trovata ad affrontare un grave trauma cranico che le ha causato forte depressione con tendenza al suicidio.

 

Non so se il metodo proposto da Jane funzioni per tutti. Soprattutto sappiamo quanto danno possa causare l’abuso del gioco quando diventa compulsivo, patologico e autodistruttivo. Quindi la faccenda è sicuramente più complessa di così.

 

Ad ogni modo, credo che in ognuno di noi esista un’esigenza ludica che solo il gioco riesce a soddisfare. Il gioco è un’attività tanto inutile quanto necessaria al nostro equilibrio. Giocare crea gioia e benessere, stimola la creatività e permette alla personalità di svilupparsi in maniera più completa. Lo sappiamo per i bambini, ma troppo spesso dimentichiamo quanto sia vero anche per gli adulti.

 

Ecco, il gioco comincia. Si fa silenzio. Gli sguardi sono tutti puntati al tabellone, ancora vergine.

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