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Disconnect a Venezia

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Il regista Henry Alex Rubin si presenta agli incontri con la stampa in veste di giovane Lord: capelli castani, occhi azzurri, elegante negli abiti e nei gesti.

Il regista Henry Alex Rubin si presenta agli incontri con la stampa in veste di giovane Lord: capelli castani, occhi azzurri, elegante negli abiti e nei gesti. Stringe la mano ad ognuno dei giornalisti con un portamento e un linguaggio forbito, che sembrano appartenere più alla sfera della nobiltà che a quella della settima arte.

Lo accompagna, in uno stridente connubio, l’attore Frank Gallo, lo sguardo stralunato dalla stanchezza e da molto altro, gli abiti strapazzati, e l’immarcescibile liquido arancio dell’Aperol Spritz nel bicchierino di plastica: è lui uno dei coprotagonisti del bellissimo Disconnect  presentato al Festival fuori concorso in prima mondiale, con una distribuzione già assicurata in Italia: la Filmmauro lo distribuirà ad Aprile del 2013.

E se sorprende il connubio tra il regista ed il suo attore, sorprende non meno quello tra il ritmo incalzante del film che ci ha tenuto con il fiato sospeso e i modi compassati, trattenuti del giovane lord che in realtà è regista di documentari, candidato all’Oscar per Murderball  film documentario sul rugby giocato da atleti sulla sedia a rotelle.

Disconnect, ci accorgeremo nel corso della giornata, ha suscitato reazioni ed interpretazioni diversissime: adesione entusiasta o rifiuto totale. C’è chi dice che sia il miglior film visto al Festival fin qui e chi lo giudica una superficiale condanna di Internet e delle nuove tecnologie.

Ma anche i detrattori non possono evitare le domande, che si rincorrono e si accavallano.

“Dunque” gli chiedono “Internet ci avvicina o ci allontana?”

Henry Alex Rubin fissa i suoi interlocutori negli occhi. E soppesa ogni domanda come se dovesse contenere ben altro al di là del suo significato esplicito.

“Innanzitutto l’idea del film è dello sceneggiatore, Andrew Stern. È lui che ha scritto la storia. Era seduto una sera a cena con cinque amici e d’un tratto si è accorto che erano tutti al telefono e nessuno comunicava con la persona che aveva affianco. È un’esperienza che facciamo ogni giorno: vediamo persone che stanno insieme e ciascuna è altrove. È un fenomeno che non ha ancora un nome e di cui ignoriamo le consequenze: nessuno sa esattamente quanto tempo i bambini possano stare su Internet. Se sia maleducato tenere il cellulare sul tavolo a cena. Se è bene che i ragazzi usino l’i-Phone a scuola.”

“Le tre storie del film, nonostante i loro presupposti tragici: identità rubata sulla rete, adescamento di minori, bullismo informatico sembrano avere tutte un happy end. Perché?” Chiede a bruciapelo uno dei detrattori.

A quanto pare, non poteva esserci colpo peggiore per il garbatissimo Henry. La schiena eretta fasciata nell’elegante giacca blu, l’eleganza delle mani dai movimenti impercettibili non riescono a nascondere un trasalimento, un’ombra scesa negli occhi.

“Su questo mi consenta di dissentire.”  Dice recuperando subito il suo aplomb.

Ma il dubbio deve essersi insinuato e continuerà a chiedere, con discrezione, a tutti gli intervistatori la loro opinione sul finale.  Ma nessuno, con suo grande sollievo, tornerà a parlare di happy end. C’è chi dirà persino che il film parte in tono di commedia per trasformarsi poi in tragedia.

“Io credo” continua il regista “che il film si chiuda con un misto di speranza e di tragedia, di bellezza e tristezza, come succede nella vita.  Ciò che più detesto dei film americani sono le risposte facili e i finali felici.”

E ci chiediamo se l’asprezza nella condanna per l’happy end non sia anche un lascito del padre, storico dell’arte esperto in ottocento francese, e degli anni trascorsi in Europa sin da bambino.

“Per me la cosa più importante della fine di un film” – riprende – “è che rimanga dentro. Che uscendo dalla sala uno si senta un po’ diverso”

“Il titolo Disconnect si presta a tante interpretazioni. Lei cosa intendeva: che abbiamo paura di scollegarci dai nostri telefoni o computer, che dovremmo farlo, o che viviamo scollegati da noi stessi?”

Le labbra di Henry si increspano un istante in un sorriso di apprezzamento per la domanda.

“Io in realtà non voglio dire niente” – Dice dopo una breve pausa. Non c’è  arroganza nella voce – “La mia opinione è irrilevante. Io cerco di girare con verità e autenticità, sperando che risuonino nel film. Volevo esplorare il modo in cui comunichiamo, che negli ultimi dieci anni è cambiato radicalmente. Il fatto che oggi sia così facile essere raggiunti e sia così facile raggiungere gli altri  può essere utile ed insieme non esserlo.  Io mi limito ad indagare la realtà. Ho voluto usare lo stesso metodo con cui giro i miei documentari: tutto nasce dall’osservazione della vita. Si sta lì ad origliare…La realtà è così variegata e ricca, gli esseri umani così complessi, mutevoli. ”

Ma qualcuno convinto che il film contenga una condanna della tecnologia, chiede “Lei signor Gallo però di certo usa le reti sociali per farsi conoscere meglio. Lo fa anche il suo presidente. E anche il suo sfidante.”

Frank Gallo  sorride.

“Se è per questo anche il Dalai Lama usa Twitter. Ed è un bene che tutti conoscano il suo pensiero. Io ho un account su twitter e su facebook. Ma non li uso. Però ho tre figli… e cerco di tenermi aggiornato. Non lo so… forse sono troppo vecchio per queste cose, però mi sembra un po’ umiliante farsi pubblicità sulla rete. È una forma di autocompiacimento. Cosa diavolo può interessare alla gente sapere cosa  penso io del tempo?

Francamente mi spaventa quello che vedo attorno. A maggior ragione dopo quello che ho scoperto lavorando al film. Io credo che l’unica vera comunicazione sia quella faccia a faccia. Quanta gente rimane male per un messaggio  ricevuto e frainteso. Comunichiamo senza vedere realmente, senza sentire. Stiamo ridefinendo la modalità dei contatti umani e questo mi spaventa. Anche se lo chiamiamo progresso.”

Frank Gallo allarga le braccia, la sua mimica facciale esprime sorpresa, stupore, incredulità. Il suo regista lo osserva e sorride imperscrutabile. Se il suo attore ha paura lui ribadisce di astenersi da ogni giudizio.

“Nel mio film non c’è condanna, né esaltazione” – riprende – “Potremmo togliere la tecnologia e le storie del film continuerebbero a parlare delle persone e dei loro bisogni. Della paralisi di una coppia, di rapporti padri e figli, della solitudine in nome del lavoro.

Non voglio  metterla sul pesante. Tutti ci siamo sentiti soli nella vita. E l’unica cura è vivere la vicinanza e il legame con gli altri. Siamo essere sociali. La magia di Internet è che offre una cura alla solitudine. Il rovescio della medaglia però è che ti allontana dalle persone che hai vicino.”

“In che modo lei ha cercato la verità?”

“Quando giro riprendo comportamenti che ho visto e che riconosco. Sono partito dalle storie dello sceneggiatore tutte ispirate a fatti di cronaca e poi ho voluto indagare per conto mio. Ogni storia è stata indagata a fondo.”

E racconta che ad ogni attore è stata offerta la possibilità di lavorare affiancato dalla sua controparte nella vita reale: ad esempio un detective di criminalità informatica, vittime di bullismo sulla rete. Giornalisti che si sono occupati di video-chat erotiche. Alcuni hanno scelto di avvalersi di questa possibilità e di incontrare  i loro personaggi nella vita reale.

Ed altri no.

“Frank ha scelto di farlo. È stato a stretto contatto con un poliziotto in pensione, che ha passato molti anni al Cyber Crimes del Dipartimento di Polizia di New York. Quindi tutto ciò che lui improvvisa sulla scena si basa su fatti reali”.

Frank Gallo  annuisce, un sorriso entusiasta pieno di dolcezza gli accende il viso. Di persona è infinitamente più fragile e più delicato dell’uomo duro che appare sullo schermo.

“E, sempre nella ricerca della verità” riprende il regista “ho usato il teleobiettivo in modo che gli attori non sapessero mai quando li riprendevo. Abbiamo girato sempre di  continuo, senza stacchi.  Un attore ha bisogno di tempo per acquisire fluidità davanti alla macchina da presa. Alla quarta o quinta ripresa Frank trovava il suo ritmo e mi dava il meglio.

Ogni storia  è stata girata come un film a parte, in modo che ciascun attore potesse seguire la sua storia fino in fondo come se fosse l’unica. Poi ho dato al montatore piena facoltà per trovare, nella gran quantità di girato, i punti giusti dove separare le storie per poi riassemblarle insieme.

Ha fatto un lavoro straordinario.

Volevo evitare la frammentarietà dei film che intrecciano più narrazioni, ma ho capito subito che se volevo riflettere la realtà non potevo limitarmi ad una sola storia”.

“Secondo lei, è la solitudine che spinge la gente su Internet? O il narcisismo?”

Henry soppesa la domanda e guarda l’interlocutore negli occhi a lungo.

“Credo che senz’altro usiamo la tecnologia per far sentire la nostra voce. Ma Disconnect non è un film sul narcisismo. Ad esempio nel caso del personaggio di Cindy, la donna che ha perso un figlio e trae conforto dalla conversazione con uno sconosciuto a cui dice cose che non riesce a dire al marito, più che di narcisismo si tratta di riempire un vuoto. Qui a Venezia ci sono  film che parlano di altro. Dell’uso di Internet per trovare seguaci. Del culto della personalità. The Master solo per fare un esempio.

Ma non è questo il mio film.

E quanto alla solitudine Internet è un riflesso di ciò che siamo e riflette il dualismo della natura umana. È la nostra coscienza collettiva. Non è né buona né cattiva. Io credo che  il contatto con gli occhi sia fondamentale. La comunicazione diretta tra le persone attraverso lo sguardo. E nel film, se avete notato, le persone all’inizio non si guardano molto negli occhi, alla fine invece negli ultimi venti minuti qualcosa cambia.”

E un giornalista evidenzia un aspetto fino ad ora taciuto.

“Infatti negli ultimi minuti il film abbandona per qualche istante lo stile documentaristico e, nel climax, il ralenti serve a mostrare le diverse  possibilità della vita, ogni storia può imboccare la via della catastrofe o una via alternativa. Come se, a prescindere dalla tecnologia, da Internet, il destino rimanesse sempre misterioso e imperscrutabile. E, forse, ancora modificabile dall’uomo.”

Ed Henry dice di sì, che probabilmente è così. Guarda il suo interlocutore e sembra registrare da qualche parte dentro di lui le sue parole. È la prima volta che il pubblico vede il film ed Henry il documentarista, di certo sta registrando la realtà delle diverse reazioni. Ogni domanda contiene dei dati che lui deve decidere se conservare o meno.

“Si può dire che il film affronti l’eterna questione: il male è nelle cose o nell’uso che ne facciamo?”

Frank Gallo si affretta a rispondere.

“L’importante è essere consapevoli di ciò che si fa. Spesso tendiamo a dimenticare che ogni azione ha una reazione. E che anche le cose che facciamo sulla rete hanno delle conseguenze. Il mio personaggio, ad esempio, vive un dilemma che prescinde dalla tecnologia: suo figlio commette un reato e lui deve decidere se proteggere i valori del suo lavoro, e attenersi all’onestà che sempre lo ha caratterizzato, o se invece proteggere suo figlio a qualunque costo. Il suo è un dilemma morale”

Il tempo delle interviste è terminato proprio quando le domande si sono fatte più incalzanti. Lord Henry può ritenersi soddisfatto. Lo ha detto poco fa. “Mi piacciono i film che offrano ‘insight’ sulle persone. C’è ancora così tanto da scoprire.    E non è che siano molti i film che si pongono domande sulla realtà, sull’uomo”

Nel congedarsi il contrasto tra lui ed il suo attore si è ridotto. Entrambi trasmettono sollievo. L’aplomb ha lasciato il posto, almeno per un po’, ad una sorta di gioia. O di soddisfazione. Non vi è dubbio dai visi attorno, dalle domande che aleggiano negli occhi, che il film ha lasciato un segno.  Qualcosa è rimasto dentro. Vorrebbero parlargli ancora, forse avere da lui un’opinione: lei che ha indagato a fondo la materia quanto pensa che dobbiamo collegarci? Il regista documentarista ha istillato il dubbio, la paura, non solo per quelle identità rubate su Internet, ma anche per la solitudine che, fuori dalle sale dei cinema sembra accompagnarci tutti qui al Festival, quando sul vaporetto, di ritorno dalle proiezioni, nessuno parla dei film visti durante la giornata, nessuno guarda le luci della laguna e tutti i volti si abbassano in fretta su uno schermo, su una tastiera.

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