Alfredo Castro al Festival del Cinema di Venezia

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Durante gli incontri con la stampa per È stato il figlio (primo film italiano presentato in concorso al Festival) Alfredo Castro, attore e regista cileno...

Durante gli incontri con la stampa per È stato il figlio (primo film italiano presentato in concorso al Festival) Alfredo Castro, attore e regista cileno, se ne sta in disparte, si tiene al margine come i personaggi che interpreta nei film per cui è conosciuto anche in Italia: Tony Manero (con cui nel 2008 ha vinto a Torino il premio per il miglior attore)  e Post Mortem, entrambi  del regista cileno Pablo Larraín.

Se altri attori del cast: Toni Servillo, Giselda Volodi, il giovanissimo Fabrizio Falco, si avvicinano per un saluto il suo viso subito si illumina come quello di  un bambino che, perso, ritrovi d’un tratto i suoi compagni di scuola.

Un abbraccio, una battuta poi torna a sottrarsi al turbinio indaffarato di parenti delle star, giornalisti e addetti stampa.

Spostandosi continuamente tra una poltrona arancio, la seggiola di un set televisivo, e quella di una miniconferenza, a seconda delle richieste improvvise, segue con occhi curiosi la stampa italiana che si accalca attorno a Daniele Ciprì  regista del film e al protagonista Toni Servillo che affabula con grande  classe e fascino sottile.

 

Alfredo Castro è arrivato direttamente dal lontanissimo Cile e il fuso orario deve pesargli molto mentre cerca di seguire Daniele Ciprì che racconta emozionato della sua prima regia in solitario dopo il distacco da Maresco.

Un fiume irruento di parole sulla Sicilia, sulle ragioni dei suoi personaggi, sulle difficoltà di girare a Palermo, sulle crtiche a priori che il Festival riserva ai film italiani che si mescolano alle domande talvolta criptiche, sempre pressanti, dei giornalisti e alle raffinate interpretazioni con cui Toni Servillo condensa nella sua calma ciò che l’irruenza e l’emozione di Ciprì non riescono a  dire.

Il film è la storia tragicomica della famiglia Ciraulo di Palermo, negli anni 70, dove l’uccisione per errore della figlia piccola, in un regolamento di conti, permette alla famiglia di  usufruire dei soldi che lo stato riserva alle vittime di mafia, soldi che ne segneranno anche la rovina. A parte le considerazioni sulla miseria morale dei tanti, dice Servillo, che vedono nella televisione e nell’acquisto di una Mercedes, nell’acquisto di beni materiali l’unica salvezza, e l’unico possibile riscatto, a parte ogni riferimento alla crisi economica attuale, questo è un film sulla morte della speranza, perché i giovani del film, i figli della famiglia vedranno reciso ogni loro futuro, non c’è speranza per loro e quindi non c’è speranza tout court perché la gioventù e l’infanzia sono il momento della speranza.

Si è fermato lo sviluppo, come rivela una scena di grande poesia in cui, spezzato il tono caricaturale del film, il volto della bambina, affacciata al finestrino della macchina di ritorno dalla gita al mare,  vede scorrere quelle che dovrebbero essere le immagini del suo futuro che invece saranno le immagini con cui si separa dalla vita prima che un proiettile la raggiunga.

Ciprì ringrazia commosso, stupito sembra anche lui dalla chiarezza con cui Servillo  ha condensato la visione del suo film.

 

Alfredo Castro annuisce. Gli sembra finalmente di aver capito qualcosa al di là del groviglio di sottintesi e di riferimenti incrociati alle questioni italiane.

In patria, in Cile, oltre ad essere attore, lui è regista teatrale: ha un teatro, tutto suo, piccolo e bello, Il Teatro La memoria ha detto poco fa ed è arrossito orgoglioso come se stesse parlando di un figlio suo, un teatro dove si dedica  alla ricerca, su temi sociali, da ultimo sui crimini passionali, e il mondo dei travestiti. Due anni fa qui a Venezia il film di cui era protagonista Post Mortem  fu una sorta di scoperta, di rivelazione. Tutti ne parlavamo entusiasti e rapiti. Tutti dicevano: ecco questo è vero cinema.  Ma oggi ci sono altre distrazioni, tutte italiane,  e la stampa ha poco tempo.

Nessuno gli chiede, ad esempio, perché Ciprì abbia voluto proprio lui.

Vogliono sapere come si è trovato a lavorare in un film così siciliano. Forse vogliono sapere se si è sentito spaesato come appare adesso.

Ma lui sorride gentile, vestito di nero, il viso scavato e gli occhi intensi e dice che no che il personaggio che lui interpreta: Busu è una figura molto comune in Cile, dove il divario tra ricchi e poveri è il più grande al mondo. E spiega, a chi del Cile sembra sapere ben poco, che è facile laggiù, negli uffici postali, trovare un personaggio che, come Busu,  passi il suo tempo alle poste, racimolando qualche spiccio pagando le bollette di povere vecchie e sbrigando per loro altre faccende. Busu è la voce narrante del film, e mentre seduto aspetta il suo turno fissando i numeri sul contatore, racconta storie a chi le voglia ascoltare.

Lui, Adolfo Castro, è abituato, dice, ad interpretare personaggi marginali. Prova per loro una profonda compassione. Per questo gli è bastato leggere la sceneggiatura, parlare una sola volta con Daniele Ciprì su Skype per sentire l’affinità profonda di intenti e di immaginari e accettare la scommessa al buio.

È stato il figlio, dice, è un film molto italiano, e insieme molto cileno. Per l’ironia tagliente con cui rappresenta un mondo di gente piegata alle leggi del mercato, all’avere e non all’essere. Usando una forma di humour nero, la mala leche come dicono laggiù, che è quella che lui predilige. Il drammaturgo cileno ha appena messo in scena una piece teatrale su una famiglia che, incollata allo schermo, neanche si accorge della morte improvvisa del figlio, seduto accanto a loro.

Sorride Alfredo Castro e ogni tanto, nelle pause ci racconta delle cose di cui nessuno gli chiede, del boom economico del Cile che riguarda solo pochi, solo una ristrettissima fascia di persone. Le altre, la maggior parte dei cileni sempre più povera, vive in adorazione del mercato e del consumo.

Ma ecco che una voce lo riporta al Festival.

“E ad essere a Venezia cosa prova?”

Una domanda che non si nega mai a nessuno soprattutto se viene da tanto lontano.

E lui sorride, muove un braccio attorno, dà la risposta che non si nega a nessuno: Venezia è bellissima, e mai avrei immaginato di tornarci, forse in un film cileno, ma addirittura in un film italiano… Venezia è bellissima, ma a me quello che interessa è la gente, è quello il mio universo, il modo di muoversi, di essere della gente. Quello che fa, quello che pensa.

E ciò che più lo affascina oggi è l’idolatria della stampa italiana per gli attori italiani. Solo per alcuni, solo per i famosi. Lui ammira molto, continua a ripeterci, Giselda Volodi che nel film è la moglie di Toni Servillo, un’attrice straordinaria a cui nessuno però ora rivolge una parola, e lei si guarda attorno, era arrivata con un bel sorriso piena di aspetattiva, e via via si è fatta  sempre più triste e silenziosa.

“Questo mi sorprende tanto” Dice Alfredo Castro

“Cosa?”

“Questa vostra ammirazione per i divi, questo glamour,” Con Post mortem non aveva avuto modo di accorgersene ma ora sì “In Cile da noi questo non c’è,  ai cileni degli attori cileni non importa nulla. Siamo gente tra la gente. Ogni tanto impazziscono per un attore straniero.”

E racconta come alla presentazione in Cile di No il film di Pablo Larraín del 2012 sul referendum indetto da Pinochet per chiedere alla gente se prolungare o meno il suo potere al Governo, la stampa cilena si rivolgesse solo a Gael Garcia Bernal, messicano e quindi straniero. “Erano tutti per lui a noi nessuno ha chiesto niente, e va bene così…” Lo dice con stupore, ma senza invidia. Stupito dalla passione degli italiani per i loro idoli. Oggi all’improvviso si tratta di Toni Servillo. Domani chissà. Purché siano idoli.

“Anche in Argentina” spiega ” amano il glamour. Da noi no…” E fa una pausa come a capacitarsi di qualcosa che gli sfugge. “Forse perché siamo  lontani da tutto. Da una parte l’oceano, tanto oceano, dall’altra la Cordigliera…” E ci parla degli autori cileni, delle loro opere che lui porta sulla scena, scrivono opere potenti, nuove, in un circolo virtuoso tra anziani e giovani leve. Ci parla di Diamela Eltit, Nona Fernández, Marcelo Leonort, Alejandro Zambra. Nomi che da soli rivelano la grande commistione di razze che arrivarono nel Cile lontano.

“Anche loro non sono tanto seguiti in patria.” Sorride e sembra che lo stia vedendo quel mondo di cui, qui, arrivano solo echi lontani, come i film di Pablo Larraín, un’eco che subito si spegne. E quella lontananza lui sembra portarsela dentro.

Negli occhi che sorridono pieni di aspettativa quando spiega a chi gli chiede cosa abbia provato vedendo il film che lui il film montato non lo ha ancora visto: lo vedrà stasera per la prima volta alla proiezione ufficiale.

“Deve essere strano per lei che lavora a teatro: non saper nulla del suo lavoro. Cosa preferisce il cinema, con la sua incertezza o il teatro dove lo spettacolo è  definito sin dall’inizio?”

“La cosa che amo di più è dirigere a teatro: e avere assoluto controllo su tutto. Non mi piace recitare a teatro. Come attore preferisco il cinema. Lanciarmi nel vuoto, non sapere  cosa succederà scatena un’angoscia terribile, ero spaventato all’idea di lavorare in Italia, senza conoscere  la lingua, avevo paura, ma penso che la paura, il terrore siano un ottimo pungolo per un attore.”

Lo guardano sorpresi. In genere si dice che il terrore paralizza. Ed invece questo uomo calmo, pacato rivela di trarne profonda ispirazione.

“Visto che lei è anche autore di teatro ha dato qualche consiglio a Ciprì?”

“Consiglio? No…consigli no…” risponde sorpreso “Daniele mi toccava le spalle, mi accompagnava sul set, mi piaceva quel contatto, quel calore, mi dava fiducia e questo bastava. ”

“E che cosa hanno in comune Ciprì e Lorrain?”

Si stringe nelle spalle. Cosa dire?

“Sono generosi, due registi molto generosi e affettuosi. Hanno una enorme  capacità di trasformare le parole in immagini”

Poi torna a ritrarsi  nel suo angolo di osservazione, quando lo salutiamo lui sta mangiando da solo in una breve pausa, gli italiani discutono infervorati, lui sorride in disparte. Piccolo, minuto, il suo sorriso racchiude una timidezza ed insieme un universo.

Forse osserva una storia che si sta formando dentro di lui, una storia che  al pari di Busu all’ufficio postale, lui racconterà quando tornerà in Cile, forse la sua è una storia che  parla di un mondo lontano, pieno di glamour, un mondo  perduto nel suo glamour, che ha preso il posto della speranza. Il posto rimasto vuoto nel futuro.

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