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Louisa May Alcott: quella piccola donna… neanche tanto piccola…

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– Chi ha preso il mio libretto? Meg e Beth risposero subito: – Io no – e la guardarono sorprese, ma Amy cominciò a tormentare il fuoco e non rispose.

– Chi ha preso il mio libretto?

Meg e Beth risposero subito: – Io no – e la guardarono sorprese, ma Amy cominciò a tormentare il fuoco e non rispose. Jo la vide diventare rossa e si rivolse subito a lei e:

– Amy l’hai preso tu!

– No, non l’ho.

– Sai allora dov’è!

– No. Non lo so.

È una bugia, – gridò Jo prendendola per le spalle e guardandola con un’espressione così feroce da spaventare una bambina molto più coraggiosa di Amy.

– Non è una bugia; non l’ho, non so dove sia e non mi importa nulla di saperlo.

– Tu sai qualche cosa del libretto e farai bene a dirmelo, se no te lo farò dire per forza – gridò Jo eccitandosi sempre più e scuotendola leggermente.

– Grida quanto ti pare, ma non avrai mai più la tua stupida novella – gridò Amy, eccitandosi a sua volta.

– Perché?

– L’ho bruciata!

– Il mio libretto, quello a cui ho lavorato tanto e che speravo di finire prima che tornasse papà! Lo hai proprio bruciato? – disse Jo diventando pallidissima, mentre i suoi occhi gettavano fiamme e le mani stringevano con forza le spalle di Amy.

(da “Piccole donne” di Louisa May Alcott)

 

In una libreria di Roma, specializzata in libri antichi, ho trovato un’edizione di “Piccole donne” del 1953, lo stesso libro che avevo da bambina, con le foto del film di George Cukor, del 1933, con una splendida Katharine Hepburn nella parte di Jo, la seconda delle quattro sorelle March.

È un libro simbolico, mi sono detta, un pezzo della mia infanzia, e visto che la mia copia sarà finita chissà dove, mi sono lasciata tentare e l’ho comperata. Ho cominciato a sfogliare qua e là, alla ricerca di vecchi ricordi o forse per capire perché quel romanzo aveva significato tanto per me.

Su quelle pagine avevo sognato, mi ero commossa. Avevo iniziato a scrivere i primi timidi diari, proprio ispirata dai suoi personaggi, Jo in particolare, così esuberante, intraprendente, avventurosa. L’aspirante scrittrice, la più originale delle quattro sorelle.

Mi risulta che ancora oggi quel romanzo, scritto nel lontano 1868, riesce ad emozionare schiere di giovani adolescenti.

 

Qual è il suo segreto? Qual è il messaggio, accuratamente nascosto tra le sue pagine, che arriva a destinazione ogni volta che ci addentriamo nel racconto, ogni volta che ci lasciamo sedurre dalla storia e ci identifichiamo ai suoi personaggi?

 

Per capire lo spirito con cui è stato scritto il libro, esploro la vita dell’autrice, Louisa May Alcott.

 

Louisa è nata negli Stati Uniti, a Germantown, l’attuale Philadelphia, il 29 novembre 1832. È la secondogenita di quattro figlie femmine, proprio come il personaggio di Jo, di cui riprende i tratti salienti del carattere, il suo amore per l’indipendenza, la sua forte determinazione. Ma le similitudini non finiscono qui, infatti molti degli episodi raccontati nei quattro libri della saga dei March (Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli uomini, I figli di Jo), riproducono vicende vissute dalla stessa Alcott durante l’infanzia.

 

Immagino Louisa proprio come una delle sorelle March, come in questa foto, ritratta davanti al suo piccolo scrittoio, accanto ad una libreria zeppa di libri, con il suo ritratto appeso di fronte e il vestito ottocentesco, ampio, a quadretti, con bordi di velluto scuro. La penna in mano e lo sguardo perso verso una finestra. Tutto è studiato sicuramente per la foto, ma va bene così, è come Louisa vuole essere ricordata.

 

La sua passione per la scrittura arriva prestissimo e Louisa scrive, scrive di tutto, racconti, poesie, articoli, commedie, romanzi, ma è solo nel 1852 che il suo primo racconto “The Rival Painters, a Tale of Rome” viene pubblicato sulla rivista The Olive Branch. Louisa ha vent’anni e quasi non ci sperava più, quel racconto lo aveva scritto quattro anni prima, a soli sedici anni. Nel 1854 viene pubblicato il racconto “The Rival Prima Donnas”, una storia piena di intrighi, ambientata in Italia. Più tardi, quello stesso anno, viene pubblicata anche la prima raccolta di racconti dal titolo “Flower Fables”, con il nom de plume di Flora Fairfield.

La gioia di Louisa è grande, finalmente la sua tenacia sta per dare i suoi frutti.

Alla gioia della notizia però segue subito il dramma. La morte della sorella Elisabeth, detta Lizzie. Louisa racconterà in piccole donne la morte della sorella, impersonata dalla dolce Beth.

 

Nel 1856, la Alcott scrive una storia intitolata “the Sisters’s Trial”, una storia del tutto simile al futuro romanzo “Piccole donne”, salvo che la protagonista sogna una carriera di attrice invece che di scrittrice. Pochi anni prima infatti Louisa si era cimentata anche con la recitazione, riscuotendo un certo successo.

 

La famiglia, in perenne ristrettezze economiche, è sempre fonte di preoccupazione per Louisa che con gran senso di responsabilità cerca in tutti modi di sostenerla finanziariamente. Ma poiché i suoi scritti vengono pagati pochissimo, oltre a scrivere, si adatta a fare i mestieri più umili. Lavora come domestica, governante, insegnante, sarta, aiutante e infermiera.

 

Louisa, che è di indole passionale ed esuberante, partecipa attivamente al movimento per l’abolizione della schiavitù e per i diritti delle donne, collaborando come giornalista al “The Woman’s Journal”. Si batte per ottenere il voto alle donne, come sua madre, Abigail May, che fu una delle prime suffragette. Louisa è la prima donna a votare nella cittadina di Concord, nel Massachussets.

 

Durante la guerra di secessione americana, la troviamo impegnata come infermiera volontaria nell’ospedale di Georgetown.  La Alcott descrive questa sua esperienza nel libro “Hospital Sketches”  che ottiene un notevole successo di critica.

 

Dopo la morte della madre, nel 1879 muore anche la sorella minore May. La scrittrice allora adotta la nipote, figlia della sorella, che porta il suo stesso nome, Louisa.

 

Un ruolo importante, nella vita di Louisa, è rappresentato dal padre, Amos Bronson Alcott.

Brillante oratore, idealista, mistico, filosofo trascendentalista e soprattuto educatore. Si occupa direttamente dell’educazione delle figlie, portata poi avanti da eccellenti amici di famiglia che frequentano casa Alcott. Tra di loro si annoverano grandi nomi come Thoreau, Emerson, Parker, Fuller, Hawthorne. L’élite culturale americana di quegli anni.

 

Per alcuni anni Bronson è insegnante itinerante, poi si istalla a Boston e fonda la sua scuola sperimentale. Tuttavia le sue idee radicali e alcune scelte troppo avanzate per l’epoca, come ad esempio inserire una bambina afroamericana tra i suoi allievi e insegnare giocando, creano diffidenza e provocano il fallimento della scuola.

Dopo questa esperienza, Bronson si ritira a Concord con tutta la famiglia. Intanto in Inghilterra le sue teorie educative vengono accolte e messe in pratica e viene fondata una scuola a suo nome, la Alcott House. Bronson si reca in Inghilterra per visitare la scuola e quando torna negli Stati Uniti, colmo di entusiasmo e piene di idee nuove, fonda nei pressi di Boston, una comunità utopica chiamata “Utopiah Fruistlands”. La comunità si basa su una filosofia di vita assai avanzata per l’epoca, si pratica il vegetarismo e il pensiero spirituale. La comunità però si rivela un fallimento e dura solo otto mesi.

 

Grazie all’aiuto dell’amico Emerson, gli Alcott ritornano a Concord dove comperano un piccolo cottage e Bronson viene nominato soprintendente delle scuole di Concord riuscendo così ad applicare alcune delle sue idee educative, tra cui la prima associazione genitori-insegnanti. Inoltre fonda la prima Scuola Estiva di Filosofia e Letteratura. Oltre a diversi libri sulle sue teorie educative, Bronson scrive la biografia di Ralph Waldo Emerson, nonché la propria autobiografia.

 

Tuttavia è solo grazie al successo che Louisa ottiene con “Piccole donne”, nel 1868, che l’intera famiglia può finalmente godere di una certa sicurezza economica.

 

Louisa era molto legata a suo padre. Per una strana coincidenza, nacquero entrambi il giorno 29 novembre e morirono a distanza di due giorni. Louisa morì due giorni dopo di lui, il 6 marzo 1888 e aveva solo 56 anni. Si pensa ad un avvelenamento da mercurio contenuto in alcune medicine assunte anni prima per curare il tifo.

 

Nel 1943 alcuni biografi, tra cui Leona Rostenberg, fecero una scoperta sorprendente: dal 1866 Louisa May Alcott aveva pubblicato una serie di thriller psicologici e racconti gotici sotto lo pseudonimo maschile di A.M. Barnard. Louisa amava molto i racconti di Edgar Allan Poe ed è probabilmente a lui che si ispirano queste storie a tinte forti.

In questi romanzi scopriamo un aspetto tutto nuovo della scrittrice. Abile nella costruzione degli intrecci, audace e disinvolta nella descrizione di situazioni scabrose, nella creazione di personaggi senza scrupoli, capace di portare avanti suspense e mistero. Un occhio critico verso i costumi rigidi e il perbenismo dell’epoca, soprattutto rivolto alle donne.

 

In Italia, la Robin Edizioni ha pubblicato, per la collana del Mistero, alcuni di questi testi. La serie comprende tre volumi – Dietro la maschera, Trappole e tradimenti e Un moderno Mefistofele -.

Sono romanzi che non hanno nulla da invidiare ai più famosi thriller dell’epoca.

Insieme al romanzo “Dietro la maschera” è stato pubblicato anche un testo inedito, una piccola gemma, intitolata  “Come accadde che andai a servizio” dove la Alcott descrive, con spirito critico e molta ironia, la sua esperienza come dama di compagnia.

 

Al termine della sua vita, la Alcott conta una produzione di oltre 300 opere letterarie. Nessuna delle quali eguaglia il successo internazionale di “Piccole donne”.

Ma a cosa possiamo attribuire dunque il successo di questo romanzo se non alla vita stessa dell’autrice?

 

Se è vero che l’artista, consciamente o meno, nella sua opera mette tutto il suo vissuto, allora a rendere così prezioso questo romanzo, non c’è solo il talento di Louisa.

Tra le sue pagine troviamo anche il coraggio della suffragetta, il pensiero trascendentale, l’ecologia di Thoreau, l’ispirazione di Emerson, l’intraprendenza di Margaret Fuller, l’ombra di Allan Poe, lo spirito mistico e le teorie educative del padre, la sofferenza per la morte delle due sorelle, la frustrazione del lavoro come domestica, l’amore per la sua famiglia e tanto altro ancora.

 

Mi piace pensare che tra le righe di “Piccole donne”, nonostante l’apparente conformismo, i toni sdolcinati e un po’ affettati, le sue lettrici abbiano trovato le radici di una consapevolezza che ha contribuito, molti anni dopo, allo sviluppo del movimento femminista.

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