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Nole ed io

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Anche oggi è arrivato il momento, già intravedo il bagliore in fondo al cunicolo scuro. Da fuori, misto al fruscio del vento, un brusio indistinto. Poche persone lungo i bordi del Nicola Pietrangeli mangiano gelati e bevono acqua da bottigliette di plastica. Ancora non ne hanno idea.

Anche oggi è arrivato il momento, già intravedo il bagliore in fondo al cunicolo scuro. Da fuori, misto al fruscio del vento, un brusio indistinto. Poche persone lungo i bordi del Nicola Pietrangeli mangiano gelati e bevono acqua da bottigliette di plastica. Ancora non ne hanno idea.

Conoscono la programmazione di tutti gli incontri, sono di passaggio tra il centrale e i campi del ground. Ma devono aver pensato “non si sa mai” e così hanno deciso di  buttare uno sguardo anche qua, anche se in programma non c’è niente.

Tra poco capiranno, e allora sarà tutto un rumore. Qualcuno prenderà la macchina fotografica dallo zaino e altri telefoneranno agli amici, “indovina chi si allena proprio qui davanti a me”, diranno. I bambini andranno dai papà a farsi dare una pallina per farla autografare, la voce circolerà in fretta, e nel giro di qualche minuto queste tribune semivuote ruberanno gli spettatori agli altri campi, quelli su cui i giocatori di ranking medio si stanno sudando il primo turno. Tutto per vederlo tirare due pallate in preparazione al primo turno di domani. Ci sarà euforia e gridolini.

Succede così tutte le volte, ci sono abituato.

Per me è come essere invisibile in mezzo ad una piazza affollata, e il più delle volte non è affatto male.

La prima palla che metto in gioco è perfetta ma il pubblico non ci fa caso. Ci stabiliamo sul giusto ritmo e andiamo avanti così, con scambi sempre uguali.

Lui inizia piano, scioglie il braccio e scalda le gambe. È come sentire un rullo di tamburi dagli spalti quand’è così. Tutti aspettano l’accelerazione. Appena deciderà, aumenterà il ritmo. Il mio compito è stare pronto e giocargli a tre quarti di campo. Con rotazione media, come vuole lui.

Ma ecco che si volta, incrocia le braccia sul petto e fa un lieve inchino al pubblico. Gli tornano applausi, urla. Risponde con un sorriso destro, di quelli ammiccanti ed è di nuovo visibilio, io ne approfitto per stirarmi i tricipiti. Ma lui è già pronto e allora si ricomincia, restiamo sull’incrociato e quando vuole cambia direzione. Manda via il braccio in una bordata di dritto e dal pubblico si leva un “ooh”. Io l’ho intuita prima, arrivo in anticipo e gliela rimando uguale, con rotazione media. Poi lui mi sposta sul rovescio, mi ci metto e riprendiamo ad incrociare.

Dal pubblico, di tanto in tanto, un “vai Nole”. Poi l’applauso.

È una buona giornata, sono preciso e veloce di gambe. Ancora non ne ho sbagliata una e non ho fatto niente che possa essere notato. Quando non mi si nota vuol dire che sto lavorando bene, che non gli faccio perdere tempo.

Al nuovo scambio il quarto rovescio gli si ferma sul net. Gli rimetto subito in gioco una palla identica alla precedente e stavolta la tira su perfetta e potente, a un metro dalla linea di fondo. Io sono già lì, accorcio l’apertura e rimando indietro una buona palla anche stavolta. Rotazione media, come vuole lui. Si ricomincia.

La gente sugli spalti è aumentata visibilmente, è tanta, davvero tanta stavolta.

All’improvviso sento qualcosa di strano nella mano destra. È una specie di solletico. Avverto distintamente il contatto del manico contro il palmo, come una carezza sensuale. Cerco di non ascoltarla, mi concentro sul piegamento delle gambe e aumento la velocità dei piedi.

Per fortuna lui sta per fare il suo primo show, lo capisco dal leggero ritardo nell’impatto degli ultimi colpi. Lo fa sempre quando decide di concedere qualcosa al pubblico, significa che sta pensando. E infatti all’ennesimo dritto, prima di colpire, si passa la racchetta nella mano sinistra e impatta la palla dietro la schiena: la prende piena, un lungolinea piatto e potente, appena fuori. È il suo saluto. Dal pubblico si leva un boato, molti si alzano in piedi. Io non ci vado. Lui sorride e abbassa poco la testa, io resto immobile, lo aspetto pronto con la pallina in mano senza perdere concentrazione. Lentamente torna in posizione, ora è pronto e allora metto in gioco.

Riprendiamo a incrociare, io sto al suo ritmo e lascio che si appoggi sulla palla e provi i colpi, cerco solo di arrivare in tempo e rimettere con rotazione media, come vuole lui.

Ma ecco di nuovo quel solletico. Sento la durezza del manico nella mano, fitte di piacere mi percorrono il braccio ogni volta che colpisco la palla. Tum. Sento un desiderio irrefrenabile.

Allora mi sforzo di concentrarmi sui piedi, penso che il mio compito è essere preciso e sempre uguale. Preciso e sempre uguale. Devo servirgli i colpi. Devo essere nessuno. Tum.

Eppure so che sto per farlo, lo sento. Ma non devo, mi trattengo finché posso.

Tum. Tum. Resisto. Palle perfette, come le vuole lui.

Lo scambio procede, insospettabile, sotto le teste ritmate del pubblico.

Io che metto in gioco, lui che sfodera i colpi.

Io sparring partner, lui campione.

Eccola, la palla giusta. Il terzo incrocio di rovescio. È un prurito irresistibile per tutto il corpo. Le membra iniziano a muoversi come liquide.

La palla mi rimbalza davanti e già sono rassegnato a quello che sto per fare. È un rovescio. Una scossa di piacere, Tum, una botta piatta, lungo linea. Cinque centimetri dentro la riga e la palla finisce contro la rete di protezione.

Lui resta immobile, alza un attimo gli occhi e mi guarda un istante. Proprio un istante. Io non batto ciglio, rimetto palla in gioco. Lui risponde. Il mio corpo è calmo, appagato. Rimetto con rotazione media. Si ricomincia ed è come non fosse accaduto niente. Io sparring partner, lui campione. Il vento riprende a soffiare e solleva un velo di terra rossa. Dal pubblico, un lieve “vai Nole”.

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