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Ma l’arte dev’essere bella o alla moda? Marina Abramovic a Milano

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Milano. Vedo dei cartelli per strada, stranamente minimali. Mostrano una donna seduta su una sedia dalle gambe altissime poggiate su delle pietre, sembrano cristalli.

Vedo dei cartelli per strada, stranamente minimali. Mostrano una donna seduta su una sedia dalle gambe altissime poggiate su delle pietre, sembrano cristalli. Tutto intorno, bianco. E il titolo: The Abramovic Method. Marina Abramovic al Pac di Milano fino al 15 giugno. Ne vedo parecchi di questi cartelli in giro. Uno è piazzato proprio dalle parti dove lavoro. Chiedo. Chi è Abramovic? Chi? Abramovic, Marina Abramovic, chi è? Chi? Ibrahimovic, il calciatore?

 

Settimane dopo. In treno.

Salgo sul treno Milano-Roma, poi Roma-Milano e di nuovo sul Milano-Roma. Vivo più in treno che altrove per qualche settimana. Roma-Milano.  Solo andata stavolta. Fa un po’ paura dire e pensare solo andata. Poche ore costosissime separano le due città e i due mondi così diversi che rappresentano.  Tutti sul treno hanno un computer davanti. Pochi leggono. Pochissimi. Leggono sms al limite o fanno finta di leggere sull’iPad. I romani parlano con le fidanzate, i milanesi con i loro capi o colleghi. Io non parlo con nessuno. C’è un articolo su Marina Abramovic, leggo che è l’evento artistico dell’anno. Ed è a Milano. Non solo uno, non due, ben tre luoghi la celebrano contemporaneamente. È una star. È la regina della Performance Art. Io la Performance Art l’ho sempre parecchio snobbata. Un po’ perché in storia dell’arte sono autodidatta e con un gusto che si ferma a Duchamp, che mi sembra anche parecchio spinto in là rispetto a un mio attaccamento estetico borghesuccio, un po’ perché la Performance mi è sempre apparsa un’occupazione di chi non ha un gran talento nel dipingere, più adatta agli attori che ai pittori o scultori.

Più ne leggo e più invece vengo attratta da Marina Abramovic. Con la stessa fascinazione con cui si guarda un gioco di prestigio: cercandone costantemente il trucco.

Milano, teatro Dal Verme

Faccio di tutto per vedere Marina Abramovic. Sono entrata anch’io nel vortice di energia che sprigiona e che cattura chiunque le capiti a tiro. Riesco a prenotarmi un biglietto al teatro Dal Verme, dove tiene una conferenza. Esco dal lavoro, corro, ho paura di far tardi. Arrivo. Mi trovo in mezzo a una miriade di scicchissimi giovani sobri milanesi che sanno vita, morte e miracoli dell’artista, di sicuro non conoscono minimamente il calciatore semi omonimo.  Parlano di Marina come fosse una di famiglia. Marina? Marina, che grande, che genio, che donna. Il fruscìo ipereccitato della sala si placa e scroscia in un applauso mentre Marina appare sul palco.  Cerco il suo carisma ma sono troppo lontana. Sento la sua voce, profondissima e dal fascinoso accento balcanico. L’abbigliamento è classico. Camicia bianca, gonna nera. Da sciura, direbbero a Milano. Ma non lo dicono, la guardano ipnotizzati e ridanciani a ogni battuta. Il pubblico odia il traduttore estemporaneo che è anche il curatore della mostra, un uomo impacciato che fa tenerezza nel tradurre goffamente. È visibilmente emozionato nello stare accanto a Marina, lei lo domina e sembra trarne piacere. Viene fuori il lato mediatico per cui è diventata famosa nelle sue prime performance: il sado-masochismo, lo spingere il corpo in gesti estremi e pericolosi. Fustigarsi, inghiottire psicofarmaci e droghe in presenza del pubblico per spiegare il dolore delle donne mentalmente instabili, correre e schiantarsi nuda ripetutamente contro una parete, incidersi sul ventre una stella a cinque punte, giacere con uno scheletro addosso per ore e ore, tenere sulla pupilla un ago che quasi buca l’occhio, pulire meticolosamente un mucchio d’ossa di animali morti e separarle dalla carne putrida con le mani recitando nenie slave (Balkan Baroque, la performance che le ha fatto vincere la biennale di Venezia del ’97), lasciar fare al pubblico qualsiasi cosa sul suo corpo, sperimentando la follia della gente di fronte all’assenza di difesa, pettinarsi i capelli con una spazzola d’acciaio e ripetere fino allo sfinimento “l’arte è bella, l’artista dev’essere bello” e nel mentre facendosi male al volto rovinandosi i capelli. Ed è solo una minima parte di quel che è stata capace di fare. Ora quella donna in camicia bianca e gonna nera sembra distante dalla ragazza che ha fatto tutto questo, ma scintille di sadismo accendono l’aria mentre il traduttore estemporaneo si barcamena come può nella derisione generale. Il pubblico ride prima ancora della traduzione, a Milano quasi tutti parlano inglese, siamo in Europa, mica in Italia.

Marina racconta se stessa. Con generosità e con precisione. Cita Brancusi, uno dei suoi punti di riferimento: “Non è importante cosa fai ma lo stato d’animo in cui lo fai”. Mi sembra interessante, è un pensiero che sposta il piano dal risultato al modo, molto più importante del risultato. Marina racconta che da piccola voleva fare la pittrice. Decise di prendere lezioni da un artista, amico di famiglia, una famiglia cresciuta nella Serbia di Tito, severa e durissima. L’insegnante entra nel piccolo atelier di Marina, la sua cameretta, e le chiede: cosa vuoi dipingere? Un tramonto, dice lei. Taglia una tela, mettila per terra, dice lui. E ancora: Prendi il giallo, il rosso e il bianco e versali sopra. Non ha questi colori il tramonto? Sì, dice Marina ed esegue. Bene, fa il maestro, ora cospargi tutto di benzina. E buttaci sopra un fiammifero acceso. Ecco un bel tramonto fiammante. A fiamme spente, dopo lo choc iniziale, la bimba appende diligentemente alla parete la sua tela imbrattata, il suo tramonto. Parte per le vacanze. Torna e alla parete non è rimasto nulla, tutto il colore è colato via. Il tramonto è scomparso. In quel momento Marina dice di aver capito cosa vuol dire la Performance Art: non è altro che la messa in scena del presente, l’unico momento che esiste. Il qui e ora. Ma esiste solo se c’è qualcuno a osservarlo.

“La performance non è teatro, non è danza, non è musica. La mia definizione è: la performance è una struttura fisica e mentale in cui si è in uno specifico tempo e spazio di fronte a un pubblico”, ribadisce Marina. E mostra al pubblico adorante una selezione dei più importanti lavori della sua carriera. I più belli sono realizzati con l’artista Ulay,  suo storico compagno e anima gemella. Quando si sono lasciati, hanno percorso per tre mesi a piedi la Cina da soli e in direzioni opposte per incontrarsi sulla Grande Muraglia e dirsi addio.

Pac, Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, una settimana dopo.

È la prima volta che partecipo a una Performance. Si può decidere se essere spettatori o performer. Sarò una performer, decido, stranamente senza esitare. Prima di entrare, firmo un contratto. Un contratto in cui do la mia parola d’onore che porterò a termine la performance, che non me ne andrò e che per quasi tre ore seguirò tutte le regole che mi spiegheranno. Dichiaro di non soffrire di attacchi di panico, di ansia, di disturbi psicologici e di essere sana. Più che una dichiarazione, mi sembra un auspicio.

Un po’ tutto mi mette paura. Come il treno di sola andata.

Entro insieme a una ventina di persone. Ci fanno accomodare in un ambiente con molte sedie a sdraio chiare. Appesi, ci aspettano dei camici bianchi. Ci dicono di indossarli. A un tratto, siamo tutti anonimi. Lasciamo orologi, cellulari e borse in degli armadietti. Siamo solo un mucchio di camici e facce sospettose e serie. Fossimo a Roma, la gente inizierebbe a fare battute scanzonate, i romani hanno una città talmente forte e presente che devono essere scanzonati per non esserne schiacciati. I milanesi no, possono essere serissimi, hanno una città funzionale al loro servizio. Ci sediamo. Su ogni sedia c’è una cuffia. La dovremo mettere dopo aver ascoltato tutte le istruzioni. Sono semplici. Affronteremo tre posizioni. Seduti, in piedi e sdraiati. Qualcuno ci avviserà quando cambiare posizione. Dovremo tenere le cuffie per tutto il tempo. Sembra semplice e allo stesso tempo assurdo. Qualche esercizio fisico per liberare la mente e l’energia: massaggiarsi gli occhi, liberare le orecchie, scrollare le spalle, farsi spazio con le mani all’altezza della testa, strofinare le mani e siamo pronti. Ci mettiamo le cuffie insonorizzanti. Silenzio. Un silenzio vero. Ci accomodiamo. Ognuno ha la sua sedia. È una sedia strana. Mai vista prima. Ognuna ha una pietra preziosa diversa dietro lo schienale. A me tocca un gigantesco turchese dietro la nuca. Faccia contro il muro. Silenzio. Sento il cuore. Va velocissimo. Il respiro. Faccio fatica a riconoscerlo. È il mio, sì. Accanto a me, mi accorgo di avere una sedia più piccola, come di bambino. Penso alla mia infanzia. Guardo la sedia con tenerezza quasi per tutto il tempo. Mi rendo conto che sono stata una bambina triste e poetica. Poi guardo il muro, chiudo gli occhi, le spalle pesanti, sento il corpo che oppone resistenza, una fatica immane sulle spalle, ho pesi che mi porto addosso e di cui voglio liberarmi. Silenzio, vuoto. Una mano sulla spalla mi avvisa che è ora di cambiare posizione. In piedi. Sotto strutture di rame con un magnete in cima. Tipo cabine doccia aperte. È difficilissimo per me stare in piedi e ferma, ho bisogno di camminare. Cerco di chiudere gli occhi ma è peggio. Guardo avanti, sto su una gamba, poi sull’altra, gli altri sembrano a proprio agio. Io no. Io mi sento in prigione. Passa uno spettatore davanti a me. Mi sento osservata come devono sentirsi i fiori o gli alberi o le pietre. È atroce essere osservati senza potersi muovere, senza poter parlare.

Non so cosa voglia il tizio che mi si piazza davanti. Insiste con il suo sguardo, è uno sguardo quasi di pena. Vattene, gli dico con gli occhi. Li chiudo. Così se ne andrà. Finalmente arriva il momento di cambiare posizione. Sdraiati, ora abbiamo pietre preziose sul pavimento e la loro energia arriva alla schiena. Supini, in riposo, quasi si sogna. Tutta la fatica di prima è sonno, stanchezza, non si vorrebbe che finisse mai. Stare così per sempre. Mi rendo conto che le tre posizioni non sono altro che una metafora della vita, con nascita, crescita e morte. Sono stesa e sto morendo. Non è spiacevole. Ma ci si stanca comunque dopo un po’, di morire. Il tempo passa, così lentamente e così velocemente da non esistere più. Diventa eterno. Senza suono e senza movimento, il tempo è eterno. Il presente è eterno, se solo si riesce a starci dentro, ad attraversarlo senza far niente, se solo si riesce a stare. Penso questo pensiero senza nessuna razionalità, lo sento e basta. E mi sento rinascere.

Di nuovo sulle sedie a sdraio.  Ci togliamo le cuffie. In quel momento inizia a piovere, a scrosciare, mi sembra un suono insopportabile dopo tutto quel silenzio, è tutto pieno di suoni, è il suono che crea il tempo, penso. Ci chiedono di scrivere su un foglio tutto quel che vogliamo. Le parole corrono veloci e libere, senza nessun freno, ricche di verità, non devo comunicare niente a nessuno, solo esprimere quel che mi è successo. Non ricordo cosa ho scritto, ricordo lo stato d’animo in cui l’ho fatto. Meraviglioso. Non mi sono mai sentita me stessa come in quel momento. Mi sono sentita libera. Come chi riesce a superare qualcosa. Forse, il corpo.

 

Pac, Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, due settimane dopo.

Torno al Pac. Voglio vedere com’è l’effetto da spettatori. Immagino sia meno forte del fare la performance. E invece mi sbaglio. È impressionante. Vedo ogni persona con una reazione diversa alle stesse situazioni. Si sente la concentrazione o al contrario l’estraneità. Cammino tra le persone, le fisso negli occhi come avevano fatto con me. Incontro sguardi disposti al dialogo, non sono come me, chiusa e piena di paure. Sorrido. Ho tanta di quella strada ancora da fare. Sorrido di nuovo, il lavoro di questa donna ha dell’incredibile. È riuscita a mettere in atto il modo per visualizzare la mente delle persone facendo bloccare volontariamente il loro corpo.

 

Milano, al cinema, domenica scorsa

Ancora non capisco dov’è il trucco. Una parte di me pensa che la Abramovic sia forse l’unica artista vivente così grande. Nelle idee, nel senso della sua arte, nell’originalità e nella semplicità dei concetti che mette in pratica. Di sicuro non finge, di questo ne sono certa. Ma un’altra parte di me si chiede se troppa realtà non abbia l’effetto opposto della finzione, cioè risultare ancora più finta, costruita, persino banale. In fondo sono attaccata all’idea che il teatro, dove tutto è finzione, sia in grado di raccontare invece la verità. La Performance Art è esattamente l’opposto del teatro: inscenando il reale spinto al limite –  nessun trucco signori, è tutto vero – nega la realtà stessa e la verità che le appartiene.

A quante performance assistiamo ogni giorno? Infinite. Senza nemmeno fermarci a guardare.

Penso a questo mentre guardo il film “The Artist Is Present”  di Matthew Akers,  nel cinema più centrale di Milano. La sala è abbastanza grande. Siamo solo in tre persone. Il film racconta tutto il percorso per arrivare all’omonima performance storica di Marina Abramovic al MoMA di New York: tre mesi in cui ogni giorno per 7 ore al giorno, l’artista è seduta davanti a chiunque voglia starle di fronte. Senza dire una parola, pura presenza. La performance ha attratto ogni giorno migliaia di visitatori fanaticamente in coda per poter stare di fronte a Marina.

Guardando il documentario, splendidamente girato e denso di spunti, idee e ironia, si riconosce a Marina Abramovic il grande merito della coerenza stilistica. Nel tempo e nei confronti di se stessa. Si riconosce di avere a che fare con un’artista donna, potente, prolifica, instancabile, che utilizza tutti i mezzi di comunicazione contemporanei per un solo scopo: fare arte. Da artista underground negli anni ’70 fino a portare la Performance Art a fenomeno quasi di moda – se non altro nell’ambiente artistico che conta. È arte quel che fa? Non c’è dubbio. Svela sentimenti umani fortissimi, come la paura, l’ansia, il ribrezzo, il fastidio. Il dubbio può essere soltanto estetico. Se piace oppure no. Oppure etico: se ti cambia, migliorandoti, oppure no.

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