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Domani alle undici mi operano. Ho il cancro alla testa e dovrei morire. "Una soluzione ci sarebbe" dice Piels, che siede sul divano davanti a me. Ha quel sorriso ironico, è come se mi prendesse costantemente in giro. Eccolo che allunga i piedi sul tavolino, si accende una sigaretta:

Domani alle undici mi operano. Ho il cancro alla testa e dovrei morire.

“Una soluzione ci sarebbe” dice Piels, che siede sul divano davanti a me. Ha quel sorriso ironico, è come se mi prendesse costantemente in giro. Eccolo che allunga i piedi sul tavolino, si accende una sigaretta:

“Vuoi?” mi chiede, porgendomi il pacchetto. Lo fa sempre, da quando ho deciso di smettere.

“Hai paura che ti faccia male?” aggiunge, prima di scoppiare a ridere.

Piels abita con me da anni, è la mia unica compagnia. Gli altri non ci sono più, se ne sono andati tutti. Alcuni li ho mandati via io. Sono in pochi a voler passare il tempo con uno che ha un buco in testa. Tranne Piels. Si definisce alchimista ed esistenzialista e non ha mai lavorato. Sta a casa mia e beve. Pensa, pensa parecchio. L’ho incontrato subito dopo che il medico mi ha guardato negli occhi dicendomi: “Si goda questi ultimi anni”. Era lì, in sala d’attesa, quando sono uscito. Mi ha seguito fino a casa e quando mi sono voltato per affrontarlo mi ha detto:

“So io come aiutarti”

Nel frattempo non è mai invecchiato, mai un capello bianco. E’ rimasto a casa mia a studiare fondamenti di fisica e matematica. Quando tornavo a casa dall’ufficio lo trovavo lì sul divano, disteso, oppure lo sorprendevo a gironzolare nervoso sul tappeto, immerso in chissà quali riflessioni. Diceva che presto avrebbe avuto la soluzione al mio problema, che avrebbe scoperto come fermare il tempo. E’ colpa sua se morirò da solo. E’lui che ha voluto che rinunciassi agli amici, alla famiglia.

“Vuoi farti vedere in queste condizioni?” mi diceva, quelle rare volte che mi preparavo per una serata. Ho frequentato delle ragazze. Lui all’inizio non diceva niente ma, passata qualche settimana, ricominciava con le sue frasi velenose.

“Che futuro puoi darle?”, oppure: “Non sarà che ama quella pozza che hai sul cranio?”

E’colpa sua se non mi sono mai innamorato: e se domani non ci sarà nessuno, fuori della sala operatoria. Non l’ho detto a nessuno, neanche a mia madre. Colpa di Piels

Ci sarà Maria, l’infermiera. Sarà tra quelli che portano il lettino in sala operatoria. Ci siamo conosciuti in ospedale e siamo diventati amici. Poco fa mi ha telefonato.

“Ricordati di fare la borsa” mi ha detto. Poi c’è stata una pausa, siamo rimasti in silenzio ascoltando i nostri respiri nell’apparecchio. Stavo per dirle qualcosa quando ho sentito Piels urlare dal salotto:

“Ho la soluzione!”

Non gli ho mai detto nulla di Maria. Ho sempre pensato che ci fosse poco da dire, che fossi pazzo solo a pensarle, certe cose. Mi sono guardato intorno, alla ricerca di oggetti da portare. Ho preso il piagiama e lo spazzolino. Il telefono no, quello non l’ho preso.

La mattina dopo sono uscito presto. In salotto Piels non c’era. Sono uscito senza salutarlo. In strada faceva freddo. Ho cercato una sigaretta nella tasca del giubbotto e ho trovato il foglio accartocciato.

L’aveva messo Piels, ci aveva scritto sopra la sua soluzione e la firma. Ho strappato il foglio in mille pezzi, l’ho gettato con rabbia nel cassonetto. Per la prima volta sono scoppiato a piangere.

La stanza era piccola come un ripostiglio. C’era solo una sedia, a pochi centimetri dalla specchio. Sul muro di fronte c’era un orologio circolare con le lancette.

Alle 10, 14 è entrata un’infermiera, un donnone che conoscevo di vista. Portava un vassoio con degli attrezzi sopra. Mi ha salutato con affetto. Ha detto che aveva un rosario con sè.

Mi ha fatto sedere sulla sedia e ha accesso il rasoio elettrico. Ogni tanto prendeva un ciuffo di capelli e lo gettava nel recipiente di plastica che aveva poggiato sul vassoio.

Quando ha finito mi ha passato la mano sul taglio della prima operazione. Ho guardato il suo faccione riflesso nello specchio: aveva i muscoli tesi e si sforzava di non piangere

Alle 10 e 45 è tornata con la barella, insieme a lei c’erano altre due infermiere. Le ho sentite parlare di un dottore, uno specialista: quando mi hanno visto si sono interrotte. Volevo chiedergli dove fosse Maria, ma non ho avuto il coraggio.

“Allora, siamo pronti?” mi ha detto quella più anziana. Sono venute ai lati e hanno fatto per sollevarmi.

“Ce la faccio” ho detto con un sorriso. Mentre mi portavano via ho guardato l’orologio: 10, 51.

Il primo corridoio era largo, di passaggio per tutti: c’era un vociare di mogli, parenti, amici.

Poi abbiamo girato, siamo entrati nel reparto di chirurgia. Il corridoio era più stretto e le luci al neon accese. Le ho contate una ad una.

“Siamo quasi arrivati” ha detto la terza infermiera, che andava avanti e ogni tanto si voltava a guardarmi. Aveva la pelle liscia, e un rosso intenso sulle guance rotonde, come quelle di Maria.

Ho sentito qualcosa nel dito. Come una scossa. Poi ha preso tutto il corpo.

“Convulsioni!” ha sentito dire all’infermiera giovane. Sembrava preoccupata.

La barella si è fermata. L’infermiera anziana si è chinata da una parte, ha afferrato l’estremità di una cinghia e me l’ha passata sopra, l’ha agganciata all’altro lato.

Le scosse continuavano, contenute dalla cinghia: sembrava che il corpo volesse scappare via. Alle 10 e 57 sono finite e siamo ripartiti.

Si è aperta l’ultima porta, il chirurgo mi ha sorriso da sotto la mascherina. Ha detto qualcosa all’anestesista.

Le infermiere mi hanno sistemato sotto la lampada. Sono uscite senza salutarmi.

L’anestesista mi ha infilato un ago collegato a un tubo. Collegato a un apparecchio. Ha premuto un pulsante.

“Conti insieme a me”

“Uno” ha detto

“Due”

Chiudo gli occhi e inizio a sprofondare nel buio. Una forza mi spinge verso il basso, non so dove sto andando. Forse in un quel luogo della mente dove, secondo Piels, il tempo non esiste. Continuo a precipitare, la discesa è sempre più veloce. Di colpo, si ferma sotto una luce tenue che rischiara la penombra. Mi ritrovo su una linea dritta della larghezza di un sentiero di montagna, che scorre in avanti come una scala mobile. Accanto a me c’è una linea identica e parallela, e delle persone sopra che senza muoversi procedono nel senso opposto. Riconosco i miei genitori nella coppia di anziani che cammina a braccetto; loro non possono vedermi, e intanto si allontanano. “Correre indietro”, c’era scritto sul biglietto di Piels, è quello che inizio a fare con tutta la forza che ho nelle gambe. Finchè sono tanto veloce che quelli dell’altro sentiero si fermano davanti ai miei occhi, e posso restare a guardarli. I due anziani no, loro sono già lontani, e con loro tutta la mia famiglia e certi amici di un tempo. Li riconosco nonostante siano molto più vecchi di quando li frequentavo. Mi chiedo come ho potuto rimanere così solo e intanto continuo a passarli in rassegna. Uno ad uno. Hanno tutti lo sguardo da un’altra parte, o parlottano tra di loro senza mai voltarsi verso di me. Come se non mi vedessero.

Poi vedo lei. E’ vestita di bianco e ha i capelli neri un pò mossi, che scendono intorno alle sue guance rosse e paffute. E’dietro di me di qualche metro e, come gli altri, sembra non vedermi, mentre mi sto sbracciando per attirare la sua attenzione. Mi dò dello stupido perchè sono rimasto zitto fino adesso, quando basterebbe chiamarla per nome, farmi sentire. Magari dirle che la amo. Urlo il nome di Maria ma quella non si volta. Non si volta nessuno. A parte un uomo con il viso scavato e il corpo magro e nodoso. Mi guarda negli occhi ed è Piels. Dice.

“Te l’avevo detto! Continua a correre!”, ma sto iniziando a perdere terreno.

“Non ti fermare!” urla Piels, mentre la linea sulla quale mi trovo è sempre più veloce e cerca di portarmi via.

Adesso sto correndo accanto a lei, ma non ho più fiato per chiamare il suo nome. Lei tiene la testa bassa e ogni tanto scherza con altre donne vestite di bianco, sue colleghe.

La mia corsa si fa più debole e ad ogni passo il terreno mi scivola sotto ai piedi con maggiore velocità. Non vedo più il suo volto e perdo centimetri. Metri. Adesso mi dà le spalle. Sono esausto e sto per fermarmi quando Piels si volta verso di me, scuote la testa eppoi cambia espressione in un istante, come faceva a casa. E’lui l’ultima persona che vedo, mentre sul suo volto compare il solito sorrisino di scherno.

“Tre”.

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