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Cartolina da Buenos Aires

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Si è presentata all’appuntamento con venti minuti di ritardo. Calze smagliate e aspetto piuttosto sciatto. Si è scusata dicendo che era appena caduta. Isabel, questo il suo nome, mi era...

Si è presentata all’appuntamento con venti minuti di ritardo. Calze smagliate e aspetto piuttosto sciatto. Si è scusata dicendo che era appena caduta. Isabel, questo il suo nome, mi era stata mandata dall’agenzia del turismo. Mi trovavo per la prima volta a Buenos Aires e volevo ottimizzare il poco tempo in cui mi sarei fermata in città.

“Buenos Aires, significa Buona Aria” Mi dice Isabel in buon italiano. “Per i naviganti è importante che l’aria sia buona”. Poi fa una pausa per cercare tra le cartelle che ha portato con sé. Mi mostra una foto del Santuario della Vergine di Bonaria, in Sardegna. “Buenos Aires, prende origine da Bonaria” mi spiega.

“Furono dei marinai partiti dal colle cagliaritano di Bonaria a dare il nome alla città. Scampati miracolosamente ad una tempesta, vollero dare a questo luogo il nome della Madonna che li aveva salvati, la Vergine di Bonaria, protettrice dei naviganti”.

Oggi Buenos Aires conta circa 13 milioni di abitanti. Ce ne sono 40 milioni in tutta l’Argentina. Per il suo affaccio sul Rio de la Plata, i suoi abitanti vengono chiamati Porteños.

Il nostro itinerario inizia da Plaza San Martin, una piacevole area verdeggiante. Al centro della piazza, campeggia la statua equestre del generale José de san Martin, una specie di Garibaldi argentino. Indicando la statua, la mia guida mi dice: “Sono certa che conosci Simon Bolivar…El Libertador”. Io penso alle canzoni degli Inti Illimani…”…ma forse non conosci i nostri generali José de san Martin e Manuel Belgrano. Eppure il loro contributo è stato altrettanto determinante per l’indipendenza, non solo dell’Argentina, ma di tutto il Sudamerica.”

Isabel, mi spiega anche che Manuel Belgrano (artefice della Revolución de Mayo), era di origini italiane (ligure), e viene celebrato ogni 3 giugno, sua data di nascita, per la giornata dell’emigrante italiano.

“Si calcola che il 60% degli argentini abbia almeno un antenato di origini italiane”, mi precisa Isabel.

“I nomi di San Martin e Belgrano li troverai ovunque in Argentina. A loro sono stati dedicati monumenti, strade e piazze. Sono i padri della patria” Aggiunge con un certo orgoglio. “Ma c’è un terzo nome, altrettanto importante e che ha contribuito a fare dell’Argentina una nazione moderna. Si tratta di Domingo Faustino Sarmiento”.

Il volto pieno di Sarmiento è anche sulla banconota da 50 pesos. Fu il settimo presidente argentino, nel 1868. Attivista, intellettuale, scrittore, saggista e giornalista. La sua opera più nota è “Facundo. Civiltà e barbarie”. Durante la sua presidenza, tra le altre cose, si impegnò molto nella lotta all’analfabetismo, favorendo l’istruzione pubblica attraverso la costruzione di scuole. Isabel, che non nasconde la sua ammirazione per l’intellettuale, mi precisa che per introdurre una moderna didattica, Sarmiento fece addirittura arrivare, dagli Stati Uniti, un gruppo di maestrine di Boston.

Dalla Plaza San Martin parte l’Avenida Florida, una zona pedonale piena di negozi, ideale per lo shopping. É un mare continuo di gente che cammina nei due sensi. Turisti, venditori ambulanti, artisti di strada. È la via più frequentata, insieme alla vicina Corrientes: la via che non dorme mai.

Dall’Avenida Florida si arriva alla famosa Plaza de Mayo. Il nome risale al maggio del 1810, data della dichiarazione d’indipendenza. La piazza ospita i tre edifici più importanti della città: la Casa Rosada (sede del primo ministro), la Catedral metropolitana e lo storico Cabildo (la torre di guardia).

“Qui, ogni giovedì, alle 15.30” mi dice Isabel indicandomi il punto preciso della piazza, “i cortei delle Madres de la Plaza de Mayo (associazione fondata dalle madri dei desaparecidos) continuano ancora oggi a marciare in cerchio. È dal 1977 che portano avanti la loro protesta per spingere il governo a riconoscere le atrocità compiute durante la dittatura militare.”

Da Plaza de Mayo comincia l’Avenida de Mayo, una delle tante strade larghe di Buenos Aires. Qui si trova lo storico Café Tortoni. Isabel ed io, ci avviciniamo alla lunga fila per entrare. Nonostante i tanti turisti, cerco di immaginare l’atmosfera degli anni in cui Borges si ritrovava con i suoi amici intellettuali, artisti e scrittori.

Ci spostiamo al quartiere della Boca, il vecchio quartiere italiano. Un tempo uno dei quartieri più poveri e malfamati. Le caratteristiche case colorate venivano dipinte dagli abitanti con gli avanzi di vernice, dopo aver dipinto le chiatte del porto. Un pittoresco quartiere popolare, pieno di ristoranti, bar e locali.

Da un balcone sporgono tre manichini che salutano. Si riconoscono Maradona, Gardel ed Evita.”Ecco i miti più amati dagli argentini!” mi dice Isabel non appena si accorge che sto guardando il balcone. “E allora Sarmiento e gli altri?” chiedo sorridendo. “Loro fanno parte della storia, sono le nostre radici. Questi miti più recenti invece parlano al cuore. Tutti di origini poverissime, hanno reso possibile il sogno”.

Maradona, proviene proprio da qui, giocava nella squadra del Boca Junior. Gardel, un emigrante di origine francese, simbolo canoro del tango e infine lei, Evita Perón, resa immortale anche dalla sua precoce scomparsa. Aveva solo 33 anni.

Al Boca c’è musica ovunque e per strada giovani coppie di ballerini si esibiscono in spettacolari passi di tango. Sono affascinata. “È un quartiere vivo, ma questa è solo la facciata…” mi dice Isabel, sempre pronta a farmi notare l’altro aspetto delle cose. “È comunque un quartiere povero e poco raccomandabile, soprattutto la sera…”.

Nell’elegante quartiere di Recoleta, Isabel mi invita a fare un giro nel famoso Cementerio. Mi mostra le tombe di diverse personalità illustri e infine mi porta davanti ad una piccola cripta dove è seppellita, con il solo nome da ragazza, Maria Eva Duarte. “Non hanno scritto il nome di Eva Perón per tentare di proteggere la salma” dice indicandomi la scritta “la salma è stata già trafugata tante volte… È stata portata anche da voi, a Milano…”

E con questo la mia guida argentina aveva finito il suo lavoro, un ottimo lavoro. Nonostante l’aspetto disordinato e quel suo modo caotico di procedere, Isabel si era rivelata una donna colta, uno spirito acuto, un’amante della storia e dell’arte. Divertente e ironica al punto giusto. Ci siamo lasciate con l’idea che forse ci saremmo ritrovate un giorno…

Rimasta da sola, mi sono messa a girovagare per la città. Volevo fotografare i famosi alberi blu di Buenos Aires. I jacarandas, gli alberi più eleganti del mondo. Alberi tropicali di grandi dimensioni la cui spettacolare fioritura avviene in primavera, ovvero il nostro autunno.

Erano quasi le sei di sera quando sono arrivata a San Telmo, un quartiere antico, famoso per i caffè, i ristoranti, gli spettacoli di tango e soprattutto i tanti negozi di antiquariato. C’era ancora qualcuno che volevo vedere, prima di lasciare Buenos Aires.

Isabel mi aveva detto che l’avrei trovata seduta su di una panchina, nel quartiere Monserrat, all’incrocio tra le avenidas Chile e Defensa. All’incrocio ci sono arrivata facilmente e sono anche andata oltre, ma della niña, memmeno l’ombra.

Sapevo che dovevo cercare una panchina e in effetti una panchina c’era, proprio all’angolo, ma situata di spalle alla strada. C’erano due donne sedute che conversavano. Non era quella la panchina che cercavo, ma comunque ho indugiato un po’ con lo sguardo. Ad un tratto mi sono accorta che accanto alle donne, all’altezza delle spalle, spuntava qualcosa, una testa più bassa, come di bimba, si vedeva appena. “Eccola!” ho gridato.

Ho attraversato la strada e ho fatto il giro della panchina. Lei era lì, immobile, fra le due donne che parlavano ignorandola. Era lì con la sua grande testa piena di capelli neri, sovrastata da un fiocco verde, i suoi piccoli occhi furbi, le scarpette nere con le calze bianche.

Le donne se ne sono andate e io ho cominciato a scattare foto alla niña. Di chi sto parlando? Ma di Mafalda naturalmente! Il comune di Buenos Aires le ha dedicato una statua proprio nel luogo in cui il suo creatore, Quino, l’ha disegnata per la prima volta.

Mentre ero lì a fotografare, si è fermato un taxi. Ne è scesa una donna, chiedendo al tassista di aspettarla. Era brasiliana. Mi ha dato la sua macchina fotografica per farsi ritrarre insieme alla niña, poi le si è seduta accanto, le ha passato un braccio attorno alle spalle e le ha sorriso dicendo :”Querida!”. Quindi è tornata al taxi e ha ripreso la sua corsa.

Sono rimasta un po’ lì a guardare alcuni turisti che si succedevano sulla panchina, accanto alla niña, poi mi sono allontanata.

La mia breve visita a Buenos Aires si era conclusa. Si era trattato di un assaggio, solo un assaggio, ma quanto basta per mettermi addosso un po’ di nostalgia argentina e una gran voglia di ritornare presto.

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