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La verità è rotonda

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La misura di quanto quella donna mi facesse impazzire era il modo in cui reagivo quando si sedeva a mensa. Poggiava prima il vassoio, ma non esattamente dove aveva deciso di sedersi, lo poggiava all’inizio del tavolo.

La misura di quanto quella donna mi facesse impazzire era il modo in cui reagivo quando si sedeva a mensa. Poggiava prima il vassoio, ma non esattamente dove aveva deciso di sedersi, lo poggiava all’inizio del tavolo. Poi lo spingeva delicatamente fino al suo posto e così facendo il suo corpo formava una linea curva a ridosso del piano, con tutti i muscoli contratti e le braccia allungate. Una linea curva di tensione e naturalezza, un gesto che si ripeteva ogni giorno e che non mi sarei perso per nulla al mondo. Poi, con una certa continuità, restando così allungata, scivolava tra la panca e il tavolo, carezzando gli spigoli con il vestito. Aveva un contatto con le cose che sembrava nuotarci dentro. Rendeva ogni oggetto che sfiorava tondo come lei e tutto quanto dopo il suo tocco diventava soffice, desiderabile e unico. Mi sembrava che persino gli spigoli fossero smussati quando mi sedevo cercando di imitarne i movimenti, di passare dove era passata lei, di toccare quello che aveva toccato.

Il suo universo mi aveva conquistato dal primo giorno, quando l’avevo vista scendere le scale dentro un vestito appena più piccolo della sua taglia. A ogni passo l’abito all’altezza dei fianchi si riempiva di increspature e il suo ondeggiare rendeva quelle curve addirittura ipnotiche. Tanto che gli scalini al suo passaggio mi sembravano sciogliersi come panetti di burro a contatto col calore.

Nonostante ogni parte di lei fosse accogliente, sperimentavo accanto all’ubriacatura della mente una sostanziale impossibilità di avvicinarla.  Qualsiasi forma di divertimento le proponessi fuori di lì incontrava il suo placido ma fermo rifiuto. Ero segregato a mensa. Mi era consentito sbirciare ma non sarei mai potuto entrare nel suo mondo. La guardavo fare magie e confondermi i sensi, passarmi il sale lentamente sfiorandomi le mani come in un rituale antico e allo stesso tempo sfuggirmi. Più generavo percorsi per avvicinarmi, più si ritraeva, sarcastica e a volte quasi crudele.

Ero stato capace di inventarmi persino un’esercitazione antincendio per stare con lei senza tutta quella gente, ma una volta soli non avevo saputo cosa dirle. Mi fissava da dietro quegli occhi teneri e spietati e mi faceva sentire colpevole di ogni nefandezza. Stavo mentendo, cercando scuse, gettando un’esca e più lo facevo, più lei diventava rigida e inaccessibile. Mi disprezzava, quanto io disprezzavo me stesso per non essere capace dell’unico gesto compatibile col suo universo: la verità.

Quella mattina ero salito come ogni giorno a chiamarla per il pranzo. Ma non salivo solo per avvisarla, salivo per appiccicarmi dietro quella porta e ascoltare il modo in cui diceva “Sì” quando bussavo. Lo diceva distratta, quasi assonnata, ma era pur sempre un sì che usciva dalla sua bocca, un sì che era per me, per me che temendo di perdere tutto  preferivo amplificare pochi interminabili momenti. E avrei continuato a vivere nell’inerzia della paura, nutrendomi di lei senza rischiare mai veramemte nulla di me stesso.

Quando ho aperto la porta lei stava venendomi incontro nel suo vestitino a fiori. Si muoveva senza fare rumore, nemmeno i suoi tacchi facevano rumore. Mi ha sfiorato una guancia con l’indice della mano destra, una carezza quasi mimata, sussurrando un “Ciao” e avviandosi verso le scale. L’ho seguita come avrei voluto seguirla fino a casa, controllando lo spazio intorno a lei, immaginando di essere lì per difendere i suoi fianchi dalle mostruosità della vita, per impedire a chiunque di avvicinarla e di godere del suo potere morbido.

A tavola parliamo del più e del meno, ma è un più o meno che gestisco senza ascoltare, mentre mi immergo cogli occhi sotto l’azzurro del suo vestito, immaginando segrete alchimie che ci rendano uno solo. Mi perdo intere frasi, ragionamenti, sottolineature quando d’un tratto seguo la sua mano dirigersi sicura sul coltello al lato del piatto. Comincia a sfiorare la lama con le dita mentre mi guarda.

“Non posso più venire a pranzo con te.” Il sibilo della sua voce mi atterrisce.

E tutto diventa spigoli, punte, presagio di sciagure.

“Non puoi ! Cioè, non…. non puoi non mangiare.”

Il suo sguardo si fa scuro, e nei suoi occhi appaiono piccole pagliuzze taglienti che non mi lasciano scampo.

“Devo lavorare. Non insistere. Non ne vedo il motivo.”

Tutte le angolosità riaffiorano prepotenti nei tavoli, nelle sedie, nelle pareti: un mondo acuminato e ostile mi sta schiacciando. La rivoglio, voglio il suo tocco leggero, voglio vedere i suoi fianchi piegare ancora il mio universo, creare linee che si incontrano in angoli ricurvi e pieni di lei.

“E’ che…” mi esce un filo di voce mentre intorno a me tutto si è fermato. Lei abbassa gli occhi davanti alla mia esitazione, amara, delusa. Smette di accarezzare il coltello e rilassa le spalle. Sta scivolando via. Non lo sopporto, le afferro le mani fino ai polsi.

“E’ che quando vedo il tuo sedere agitarsi per le scale penso a come sarebbe bello poterci appoggiare la testa e chiudere gli occhi senza pensare più a niente, a come sarebbe bello, anche una volta sola.”

Sul suo fiato sospeso il tempo ricomincia a battere e piccole umane abitudini ci circondano innocue. Non ho più il coraggio di guardarla e nell’abbassare gli occhi mi accorgo che ho ancora le sue mani tra le mie. La libero da quella costrizione e lei resta immobile coi polsi leggermente arrossati e il respiro un po’ affannato. Mi vergogno di sapere che posso piangere, ma ricaccio le lacrime giù fino in fondo alla gola. Potrei restare così per sempre, quando lei si alza in piedi e sposta il vassoio. Io sto per fare lo stesso, ma mi posa una mano sulla spalla come a dirmi “Stai”.

Poi mi gira intorno piano, si appoggia sul tavolo di fronte a me, così vicina che sento il profumo sui fiori azzurri che ha dipinti sul vestito. Lentamente si sdraia su un fianco e continua a guardarmi, mentre intorno a noi è tutto un brusio di curiosità e voci e altre cose che non sento, rapito come sono dai suoi occhi e dai movimenti lenti e delicati.  Si lascia cadere morbida tenendosi  la testa con il braccio leggermente piegato e mi  sorride, di un sorriso che spazza via tutto e illumina una distesa di colline di fiori azzurri.

Io sono lì, di fronte al mio desiderio nudo, di fronte al suo sì incondizionato. E appoggio la testa sui suoi fianchi di fiori azzurri.

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