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Per rinascere si deve prima morire?

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Azzera tutto quello che ti è accaduto nella vita fino a tre minuti fa, fatti questa piccola violenza e poi fattene un’altra un po’ più grande: immagina che negli ultimi tre minuti un ragazzo alto e molto robusto ti abbia preso per la gola e schiacciato contro un muro.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

[Eugenio Montale]

 

 

 

Azzera tutto quello che ti è accaduto nella vita fino a tre minuti fa, fatti questa piccola violenza e poi fattene un’altra un po’ più grande: immagina che negli ultimi tre minuti un ragazzo alto e molto robusto ti abbia preso per la gola e schiacciato contro un muro. Ti sei divincolato senza successo e hai provato a liberarti con le mani, ma lui ti ha tenuto fermo e con l’altra mano stretta in un pugno di pietra, ha iniziato a colpirti con rabbia su zigomi e naso; al terzo colpo la nuca ha preso una gran botta sul muro e sei svenuto. Ti sei risvegliato adesso seduto per terra, schiena al muro, in una maschera di sangue che ti senti colare e ti sporca la mano che ti passi sulla faccia. Sei in un locale pubblico, un bar, un pub, una discoteca, non lo sai di preciso. Sai solo che sei svenuto per un paio di minuti e non ricordi nulla di cosa sia accaduto prima delle botte. Ragazzi e ragazze che di sicuro fino a tre minuti fa stavano sorridendo e bevendo, ti stanno attorno in semicerchio, zitti col bicchiere in mano. Hanno spento anche la musica e tu sei lì, rotto, impaurito e insanguinato, senza memoria, col mondo che ha paura di toccarti e qualcuno che continua a ripetere parole come polizia e pronto soccorso. Ecco, se sei riuscito ad immaginare bene, ora sai come si sente Paolo mentre striscia, si rialza e barcolla tra gli ubriachi fino a raggiungere la strada. Dopo nemmeno venti metri si rannicchia tra una jeep e una macchina più piccola, è confuso e nessuno lo ha seguito: era lì da solo, oppure sono stati i suoi stessi amici a picchiarlo. Tu non lo sai, lui non lo sa, non sa nemmeno chi è.

 

 

Nella tasca dei jeans ho le chiavi di una casa e venti euro infilati nella plastica protettiva della carta d’identità. Cognome Restenzi, nome Paolo, nato il 27/08/1974, atto n…241 p…1 s… A, a Roma, cittadinanza italiana, residenza Roma, via Monte delle Capre 38, stato civile ———-, professione ———-, statura 175, capelli castani, occhi castani, segni particolari ———-.

 

Colo ancora sangue, mi macchia di rosso la camicia blu. Mi chiamo Paolo, Paolo Restenzi, e le forze mi stanno lentamente tornando, anche se ho voglia di vomitare e mi fa male tutto. Riesco a mettermi di nuovo in piedi, lentamente.  La faccia riflessa nel grande retrovisore della jeep somiglia molto a quella nella foto del documento, anche se lì i capelli sono più lunghi e non c’è sangue. Ho gli occhi iniettati, ne cola un po’ dallo zigomo destro e parecchio dal naso. Mi gira un po’ la testa e mi fa male la nuca, ma riesco a muovermi. Tolgo la camicia e rimango con una maglietta intima bianca con il collo a V. Appallottolo la camicia e la uso per pulirmi e tamponare il tamponabile; cammino un po’ storto appoggiandomi alle macchine, cercando di capire dove sono. Leggo via della Lungaretta. Dovrei sapere dove mi trovo dal nome della strada, ma non mi dice niente. Dovrei capire perché mi hanno conciato così, ma sono troppo concentrato a tentare di ricordare chi sono, perché un nome e una data di nascita non bastano, ma non c’è verso. Devo proprio aver preso una botta bella forte. Controcorrente incrocio coppiette che leccano gelati e gruppi di ragazzi chiassosi. Mi guardano tutti male: con questa stoffa appallottolata e gocciolante che mi tengo premuta addosso non posso dargli torto. Polizia, pronto soccorso, dicevano. Di sicuro lo stanno pensando anche gli occhi che mi fissano e poi mi sfilano di fianco adesso, e forse hanno ragione: dovrei andare a farmi vedere in ospedale, ho preso un sacco di botte, sono stato quasi strangolato e ho perso la memoria. Ci penso, ci penso dopo, perché quella che ho davanti ora è una fontanella e l’acqua fresca potrà di sicuro schiarirmi le idee. Mi lavo la faccia alla meglio, l’acqua è gelida e piacevole, dev’essere fine primavera o inizio estate, ma non mi aiuta a svegliarmi meglio dal torpore né ad uscire da questo stato di amnesia. Spero che finisca presto, amnesia temporanea per trauma cranico, so che si chiama così. Perché lo so? Perché so questo ma non so chi sono? Perché so che quelli che vedo in fondo alla strada, in una piazzola, si chiamano taxi? Perché certe cose sì e altre no? Non lo so. Passerà, passerà, devo rimanere tranquillo. Cammino quasi spedito adesso e mi fermo davanti a un tassista che sta fumando una sigaretta appoggiato al cofano.

 

– Scusi -, dico.

Lui si gira e mi fissa senza rispondere.

– Scusi -, ripeto – ho solo venti euro, bastano per portarmi a via Monte delle Capre 38?

– Dipende dar tassametro, dar traffico, dalla sfiga, e me pare che stasera nun te sta a girà proprio bene. Comunque po esse che abbasteno, è na traversa de via der Trullo e nun è lontana, però sicuro sicuro abbasteno pe portatte ar pronto soccorso der San Camillo, ma noo vedi come stai? T’avanza pure quarche spiccio pe telefonà a n’avvocato, si hai combinato n’impiccio.

Anche lui vuole portarmi al pronto soccorso, devo avere proprio un aspetto orribile. Ha ragione, hanno ragione tutti, ma io ho preso solo un sacco di botte, il sangue cola meno e voglio andare a casa, anche se non so dove si trovi, come è fatta né se c’è qualcuno che mi aspetta.

– No, sto bene, cioè mi sono fatto male ma non è grave, voglio andare a casa, c’è mio fratello che è infermiere, ci pensa lui.

Appena finisco di dirlo, prendo consapevolezza di aver detto una bugia: non so neanche se ce l’ho un fratello, né se abito con qualcuno, ma una vocina dal profondo mi ha suggerito che se ho bisogno di ottenere  qualcosa devo mentire.

– Vabbevvà, giusto perché sei arovinato, famo venti euri forfettari, ma senza tassametro e senza ricevuta, però piate sti fazzoletti -, dice, mentre me ne porge un pacchetto – e appiccicateli in faccia come na mummia, che sennò me zozzi tutto er sedile de dietro.

 

Salgo e partiamo. Non riconosco le strade: qualcosa mi sembra familiare ma non abbastanza da dargli un nome e delle coordinate: un lungo viale, delle curve, dei semafori, sono nato a Roma e ci vivo, non sono nemmeno lontano da casa, ma niente mi aiuta ad orientarmi.

 

– T’hanno menato eh? Te posso chiede er perché o preferisci che me faccio i cazzi mia?, chiede il tassista.

Vorrei sapergli rispondere la verità, o almeno conoscerla per rispondere con una nuova bugia, ma non posso e allora dico solo – preferisco annà a casa – nella sua lingua che a quanto pare è anche la mia.

A lui sembra dispiacere, perché fa spallucce e inizia a guidare più nervosamente. Io guardo l’orologio digitale che sta sul cruscotto: sono le 23:44. Passa due volte col rosso. So che non si passa col rosso, ma non so perché mi hanno picchiato. Assurdo.

– Via Monte delle Capre 38, ecchice. Indovina? Fanno venti euri.

Sono le 00:03

Gli passo la banconota e lui controlla che non sia sporca di sangue, poi sparisce nella notte, sgommando mentre fa inversione ad U.

 

Guardo il palazzo, i palazzi vicini, le cornici dei balconi sono tutte mezze sgretolate e sui muri e le saracinesche abbassate ci sono scritte incomprensibili e cazzi disegnati con lo spray: abito in un quartiere di merda, ora so anche questo. Sul citofono, tra gli altri, trovo il pulsante a fianco alla targhetta “P. Restenzi – E. Valuccia”. Non vivo da solo, sto con E. Chi è E? Elena? Elisabetta? Eliana? E. è la mia compagna? Mia moglie? Ho l’età da moglie, lo so. E se fosse un uomo? Magari ho un coinquilino, oppure sono omosessuale. Ennio? Elio? Ermanno? Non abbiamo lo stesso cognome e, come ha detto il tassista, stasera non gira bene, di certo di lavoro non fa l’infermiere. E io? Ce l’ho un lavoro? E che lavoro faccio? Penso a questo mentre provo tutte le chiavi piccole, finché una riesce ad aprire il portone. Guardo i campanelli accanto alle porte del piano terra, ma non è uno di questi. Salgo al primo piano, ma niente ancora. Al secondo piano trovo finalmente il campanello Restenzi-Valuccia e la porta di casa. Giro tre volte la chiave lunga e la apro. La luce fioca del pianerottolo illumina molto poco l’ingresso e devo cercare a tastoni l’interruttore. Ci metto un po’, penso di sporcare di manate rosse il muro, finché – clic – la luce si accende.

 

Così è questa casa mia: due fari alogeni centrano un computer portatile su un tavolino basso, la luce si spande tiepidamente da un lato verso un divano rosso a due posti e all’opposto verso un altro mobile basso, una specie di libreria zeppa di fogli e libri, alcuni compact disc, un piccolo impianto stereo e un televisore piatto. Dietro la libreria un mezzo muretto  che separa l’ambiente dall’angolo cottura. Il pavimento è parquet ciliegio e c’è una porta bianca. Chiusa. Non so se aprirla subito e scoprire E, oppure fissarmi prima su tutti questi oggetti. Rimango in piedi immobile con la schiena appoggiata alla porta di casa dietro la quale ho chiuso non so quale esistenza, e oltre la quale c’è un’esistenza che sto per riscoprire. Vedo un altro interruttore sul muretto. Si accende la luce dell’angolo cottura e dal lavello singolo straripano bicchieri e cucchiaini. Mi avvicino e dentro ci sono davvero solo bicchieri e cucchiaini, alcuni con ancora evidente il fondo del caffè. Né un piatto né una padellina. Sto per aprire i pensili e il frigo, penso anche di controllare l’immondizia per capire se in questa casa si mangia anche, ma non ce la faccio, non resisto, con uno scatto sono davanti alla porta bianca. Giro lentamente la maniglia, molto lentamente, ti prego  E. non mettermi paura, io non voglio mettertene. Ci sono un corridoio e altre due porte bianche. Prima a destra oppure a sinistra? Prima a destra, d’istinto. Istinto di fare la pipì, probabilmente. E’ il bagno, lo capisco anche in penombra, poi accendo la luce e vedo  i sanitari azzurri. Bruttissimi. Lascio la camicia appallottolata e zuppa nel lavandino. Il bagno è sempre in fondo a destra. Perché conosco questa frase? E’ un modo dire? Un risultato statistico? Perché lo conosco e invece non so che giorno della settimana sia? Mi guardo allo specchio e sono uno schifo. Sto facendo anche rumore. Se E. stava dormendo l’ho svegliata, a questo punto penso che non sia in casa e ho solo un’ultima porta per scoprirlo. La apro lentamente e infilo la faccia malconcia dentro, poi entro con tutto il corpo. Il letto matrimoniale è disfatto da un solo lato. Sarà il mio? L’ho lasciato così? Sarà quello di E. che mi è venuta a cercare? Accendo la luce: c’è un armadio a sei ante, rivestito con della carta rosa tutta scrostata, un comò di legno scuro con tre cassettoni, due comodini e una poltroncina quasi sepolta da indumenti. Sono tutti indumenti maschili, più o meno della mia taglia. Apro l’armadio. Nelle prime tre ante è tutto un groviglio di roba simile a quella sulla poltroncina, quindi è roba mia. Le altre tre ante sono vuote, così come i primi due cassettoni del comò. Torno in bagno di scatto e guardo il bicchiere sul lavandino. Prima non ci avevo fatto caso: c’è un solo spazzolino da denti. Almeno un paio di cose adesso sono certe: E. mi ha lasciato, oppure l’ho cacciata io. Penso al femminile, spero sia l’inizio di ricordo. E’ successo da poco tempo: non ho ancora invaso i suoi spazi, eppure a occhio ne avrei bisogno. Mi ha lasciato, è più probabile, non usare i suoi spazi ne è sintomo.

 

Lascio tutte le luci accese e apro la finestra. Dio, che sonno. Sbircio tra i miei libri e i miei cd. Accendo lo stereo e dentro c’è n’è uno già inserito. Dev’essere quello che manca nel contenitore aperto e poggiato sul tavolino di fianco al computer. Spingo play e leggo la copertina: David Sylvian – “Secrets of the beehive”. Mi piace. Non è la prima volta che lo ascolto, ma è come se lo fosse. Mi piace ma non mi ricorda niente. Lo lascio in sottofondo. So usare lo stereo ma non so se i miei genitori sono ancora vivi. Forse so usare anche il computer. Lo accendo. Ci mette un bel po’ a partire e allora mi viene in mente il telefono. Non avevo un telefono cellulare con me. Ce l’ho mai avuto? Impossibile, ce l’hanno tutti. Prendo il telefono senza fili di casa, ma non ci sono numeri registrati nella rubrica, nemmeno le ultime chiamate. Non vedo agendine o rubriche cartacee, avrò tutti i numeri sul cellulare e l’ho perso. Forse l’ho lasciato in macchina, se a via della Lungaretta sono arrivato in macchina. Ma non avevo chiavi di macchina in tasca. Magari le ho perse insieme al cellulare. Ce l’ho una macchina io? Come ci sono arrivato lì? E perché? Perché venti euro nella carta di identità? Non ho un portafogli come tutti, con dentro soldi, la patente di guida, un bancomat, una carta di credito? Perché so che dovrei averne uno. Perché lo so?

 

Troppe domande, una cosa per volta, il computer si è finalmente acceso e stabilizzato. Sullo sfondo c’è la foto di una motocicletta da corsa. Mi piacciono le moto, quindi. In basso a destra c’è scritto che è domenica dieci giugno 2012 e sono le 00:32. Ci sono varie icone di programmi che non so a cosa servano, due cartellle che si chiamano rispettivamente Documenti e Nuova Cartella. Sto per aprire la cartella Documenti ma mi accorgo che c’è un’icona Posta. Clicco su Posta e si apre una schermata con le email ricevute. Non ho ricevuto molte email e non ce n’è nessuna antecedente al primo maggio. Saranno in tutto una ventina, più o meno dagli stessi quattro o cinque mittenti: Studio Notarile Stival e Buccellato, OggiCasa Agenzia 12, Enlarge your penis, Credito Cooperativo, Marzia Bonomi. Marzia Bonomi me la tengo per ultima. Enlarge your penis non la apro neanche. Però intanto scopro che ho circa quarantamila euro sul conto corrente, che sto comprando una casa in via La Contea 34, che ne ho versati ventimila al compromesso, che tra dieci giorni c’è il rogito e devo emettere un assegno circolare di altri ventimila, più un mutuo a tasso variabile di altri centosessantamila. A mio solo nome. E. non è menzionata da nessuna parte. Ho sonno. Ho sonno da morire, ma ci sono ancora tante cose che voglio scoprire. Speriamo nelle due email di Marzia Bonomi.

 

Leggo la prima, risale ad un paio di settimane fa.

Caro Paolo,

so come ti senti, perché mi ci sento anch’io. Ce l’hanno fatta sotto il naso per mesi, e io sto andando sia da una psicologa che mi fa terapia che da uno psichiatra che mi dosa i farmaci. Ho cambiato numero di telefono, ma preferisco non darti quello nuovo. Se proprio vuoi parlarmi, scrivimi qui. Quelle nostre telefonate lunghissime del mese scorso, che dovevano servire a sfogarci e confortarci a vicenda, invece che farmi bene mi facevano sentire ancora più depressa. Non sopporto il mio dolore e non posso incollarci sopra anche il tuo. Hai fatto bene a sbloccare i soldi di tua nonna e a comprare casa. Cambia, cambia tutto Paolo, una nuova vita. Se potessi lo farei anche io. Ho cominciato col numero di telefono, spero solo che sia l’inizio di un percorso in discesa, perché sono stanca, tanto stanca. Ti abbraccio.

 

Marzia Bonomi. Il tuo uomo e la mia donna. Come si chiamano? Chi sono? Ho sonno, mi si chiudono gli occhi, ma non posso dormire, devo saperlo. Forse le ho risposto, vado a vedere nella posta inviata. Sì, le ho risposto, è una mail breve, e mentre la leggo ho quasi paura di me:

 

Li voglio affrontare Marzia, voglio guardarli negli occhi mentre gli dico che mi fanno schifo,  gli voglio dire della casa vecchia che mi sembra un luogo abitato dai fantasmi, e della casa nuova dove loro non andranno a scopare quando io non ci sono. E poi gli voglio sputare in faccia e andarmene a piangere fin quando avrò lacrime e poi basta, una volta finite, rinascere. Di questo ho bisogno Marzia, e se non lo faccio mi ammazzo, te lo giuro, perché io non sono come te, ti invidio ma sono troppo scettico: sai chi è che parla di elaborazione del lutto? Psicologi e cassamortari, tutta gente che ci guadagna a dire cose che non pensa. Io rivoglio la mia Enrica, la rivorrò sempre. Ma com’era e come non sarà mai più, non l’Enrica com’è adesso e come sarà per sempre, sporca in maniera indelebile, un’altra persona che merita solo il mio disgusto. E non sai quanto pensare questo mi faccia male. Però devo affrontarli, sarà un atto masochistico ma se non tocco il fondo non riesco a risalire. Tu sai dove li posso trovare, ti chiedo solo quest’ultimo aiuto, l’ultima informazione prima di lasciarti al tuo percorso, dimmi dove devo andare per questa tappa del mio.

 

Sono un pazzo. Sono cornuto, disperato e pazzo. Scopro che lo sono eppure resto calmissimo. Il sonno per di più aumenta. Ma tu guarda che razza di patetica macchietta sono. Anzi ero. Dio, se ci sei lasciami l’amnesia tutta la vita, voglio ricominciare da capo e ho i soldi e una casa nuova per farlo, non voglio star lì depresso a torturarmi per una puttana senza volto che se la faceva con un altro mentre viveva con me. Chi è? Perché l’amavo? Forse ci sono delle foto nel computer, ma non mi frega niente di cercarle adesso. Sto per iniziare una nuova vita e volevo andare a fare una scenata da pazzo che sputa. Ma che cretino! Ma viva le botte in testa e l’amnesia!

 

La seconda e ultima mail di Marzia Bonomo risale alla settimana scorsa.

 

So che sei una persona matura, che non farai sciocchezze. Rispetto la tua scelta e il tuo percorso, anche io vorrei affrontarli ma mi manca il coraggio. Non piangere più. Se proprio devi, fallo per l’ultima volta a Trastevere. C’è un posto, si chiama “il Baccanale”, in via della Lungaretta. So che spesso il sabato sera si vedono lì con alcuni loro degni compari. Non so altro. Buona fortuna per tutto.

 

Ecco cos’è successo. Ma tu guarda che cretino: sono andato a farmi massacrare di botte dall’energumeno che si è portato via la mia donna. Che cretino! Che cretino! Domani quando mi sveglierò sarà tutto un rifiorire, e guarderò le croste e le cicatrici sparire lentamente, domani, domani, quando mi sveglierò. Magari andrò anche a sporgere denuncia, almeno mi vendico. Ma ora ho sonno, troppo sonno per deciderlo, mi si chiudono gli occhi. Appoggio la schiena sul divano e la testa mi fa sempre più male, sempre più male, sempre più male e sento che mi sto vomitando addosso. Pronto soccorso, dovevo dar retta al tassista, una botta troppo forte, ho sonno, mi si chiudono gli occhi, mi addormento, profondamente, sempre più profondamente. Poi per sempre.

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