Condividi su facebook
Condividi su twitter

Due volte infame

di

Data

E’ passato un po’ di tempo, ancora brucia. Non era lei l’incubo della maggior parte di noi, ma la materia che insegnava: matematica, bestia nera anche di Valerio. Lui riusciva sempre a cavarsela con la prof, a noi però diceva che il suo cervello di fronte alle espressioni si rifiutava di imparare.

E’ passato un po’ di tempo, ancora brucia.

Non era lei l’incubo della maggior parte di noi, ma la materia che insegnava: matematica, bestia nera anche di Valerio. Lui riusciva sempre a cavarsela con la prof, a noi però diceva che il suo cervello di fronte alle espressioni si rifiutava di imparare. Io non ci ho mai creduto, in realtà non studiava per niente e approfittava dell’influenza che aveva su tutti, tranne su di me.

I capelli candidi, la statura non molto alta, gli impeccabili tailleur, la piccola borsetta facevano della professoressa Bolle una donna di altri tempi. Non era stronza, forse l’unica a non esserlo, severa ma nello stesso tempo ingenua. Sebbene fossimo la terza di un liceo classico, un compito in classe al mese non ce lo levava nessuno.  Si fidava di noi, e quindi l’unica precauzione che aveva preso all’inizio dell’anno era quella di assegnare i compiti diversi a file alternate, come facevano un po’ tutti i professori, ma loro appena beccavano qualcuno a copiare cominciavano a giocare a scacchi con le versioni, per cui diventava difficile copiare, mai però impossibile, dovendo scoprire prima chi c’aveva la stessa tua versione e poi ti doveva pure dì bene, se il secchione non ti lasciava nella merda. Invece con lei copiare era sempre stato facile, cioè fino a quella volta lì era stato facile. Io ero uno di quelli che il compito lo passava, ero considerato uno dei più bravi in matematica, credo mi chiamassero secchione, quindi ovviamente dovevo passarlo.

Tre espressioni algebriche da risolvere, questo il compito in classe di quel giorno. Difficili le prime due, terminai che mancavano dieci minuti alla fine dell’ora e distribuii le copie agli altri. Come al solito a malincuore, passai la copia anche a Valerio, seduto davanti a me, il posto migliore per copiare indisturbato; al primo banco quasi addossato alla cattedra situata su una pedana piuttosto alta, praticamente era come non esserci agli occhi dei professori che iniziavano a mettere a fuoco dal secondo banco in poi. Appena in tempo, sentivo addosso l’ansia degli altri in attesa della copia, qualcuno bisbigliava: – Hai fatto? Dai, che mo’ suona la campanella, datti una mossa!

Avevo tutta la maglietta bagnata dal sudore, ma alla fine anche quella volta era andata.

Grazie alla commovente disattenzione della Bolle, il nostro metodo di copiatura si era sempre più perfezionato. Per risparmiare tempo e fatica, circa un anno prima avevo inventato il modo per passare il compito a più persone contemporaneamente. Carta carbone e carta velina, avrei potuto fare in una sola volta sette copie del compito! Cominciammo a sperimentare questo sistema e funzionò alla grande per parecchio tempo, la prof non si era mai accorta di niente.

Passai l’ultimo dei sette foglietti di carta velina a Ravera, cioè Valerio, forse un po’ sbiadito, lo facevo apposta, almeno quella fatica poteva farla, e comunque era  leggibile visto che lui non si  lamentò. Consegnammo i compiti, aspettammo il verdetto, ma eravamo tranquilli.

Certo non ci aspettavamo di vedere il fumo che usciva dagli occhi di quella donna di mezza età dai capelli completamente bianchi, tanto mite da non aver mai perso la pazienza con noi, fino a quel giorno. Entrata in classe alla seconda ora, i compiti in mano, la borsetta nell’altra, il sorriso che aveva sempre stampato aveva lasciato il posto a una smorfia dolorosa. Sembrava la caricatura di se stessa, quella che non eravamo mai riusciti a fare, di tutti gli altri sì, di lei no. Eravamo tutti in piedi, stavamo chiacchierando nei pochi minuti del cambio dell’ora. I compiti sbattuti con forza sulla cattedra, aprì il registro e cominciò a enunciare uno a uno in ordine alfabetico i cognomi e il rispettivo voto del compito della nostra fila. Una sfilza di tre, quattro, tre, due, io presi quattro, poi arrivò a Ravera: otto! Disse, e aggiunse:

–       Ravera, a differenza di voi, studia, voi non siete capaci nemmeno di copiare, mi avete deluso! E mi ha deluso anche chi ha passato il compito, perché lo so chi è stato! Non posso annullare il compito, non sarebbe giusto per Ravera, che non ha copiato.

Ma come cazzo era possibile? Il compito gliel’avevo passato io! Non l’avevamo mai vista così furiosa, nel silenzio che era calato come uno spesso strato di polvere, lei distribuì i compiti. Cosa era successo fu allora sotto i nostri occhi. Valerio si girò, forse sentì addosso gli sguardi di tutti. Aveva una faccia da pesce lesso, un pallido sorriso che voleva chiedere scusa:

–       Ho chiuso la parentesi tonda che tu hai lasciata aperta nel penultimo passaggio, l’ho vista proprio all’ultimo minuto e non c’ho proprio pensato a dirvelo – disse a me che ero il più vicino.

No, no! Per me era davvero troppo, ero furioso, non potevo crederci che se l’era cavata anche quando eravamo stati beccati tutti e si era preso pure i complimenti della prof. Mi trattenni dal mettergli le mani addosso perché eravamo in classe, ma decisi che qualcosa andava fatto. Cercai, certo di trovarla, la complicità degli altri, ma ben presto mi resi conto che loro non erano arrabbiati, o se lo erano era già passato tutto. Specialmente le ragazze furono pronte a dire che in fondo aveva fatto quello che avremmo fatto tutti, se solo ci fossimo accorti della parentesi. Forse era così, ma allora non ero disposto a riconoscerlo, la rabbia cresceva in me, mi sarei fatto giustizia da solo.

Mi faceva davvero incazzare il fatto che tutti erano sempre disposti a perdonargli tutto solo perché era bello, tipicamente biondo, dai tipici occhi azzurri, tipicamente simpatico, insomma il tipo che non è un tipo, ma che è proprio bono, lo dicevano tutte, belle e brutte, sbavandogli appresso. Anch’io avevo il mio successo, non ero da buttare, ma non reggevo il confronto con lui e poi la cosa che non riuscivo a sopportare era proprio la sua abilità nel cavarsela bene in tutte le situazioni, anche quando era chiara la tranvata che lo stava per colpire, Valerio si spostava. Perfino le interrogazioni di matematica gli andavano bene perché riusciva a fregare la Bolle col trucchetto di mettersi d’accordo con qualcuno per svolgere alla lavagna espressioni  che lui aveva già svolto e imparato a memoria, la prof ci cascava sempre, perfino lei quando si trattava di Valerio perdeva la sua imparzialità.

Mi rodeva tanto anche il fatto che aveva i voti più alti dei miei, studiava, lo sapevo, ma sempre meno di me, e questo aveva un grande ascendente sulle ragazze, quando c’era lui io non esistevo.

Non sono stato molto a ragionare, ho agito di impulso, me ne  resi conto quando ormai era troppo tardi. Avevo un unico pensiero fisso: renderlo ridicolo, così, pensavo, la sua popolarità sarebbe scesa e io avrei avuto più spazio, io, perché gli altri cinque maschi della classe non sembravano troppo infastiditi da Valerio, era come se non ci provavano proprio a entrare in competizione con lui, forse perché avevano la ragazza fuori dalla classe.

Seguii il primo pensiero che mi venne in mente: denunciai l’ignoranza di Ravera in matematica con un biglietto anonimo, scrissi che aveva copiato il compito e che imparava la matematica a memoria. Misi il biglietto nel registro della Bolle durante la ricreazione, pochi giorni dopo la sfuriata della prof.

Cinque minuti dopo le gambe cominciarono a tremare, sudavo freddo, di getto cercai di riprendere il foglietto, troppo tardi, la Bolle lo stava leggendo. La paura che mi si leggesse in faccia la colpa, mi fece scattare fuori dalla classe, la ricreazione non era ancora finita, andai a chiudermi in bagno. “Ma perché sono così stupido? È ovvio che tutti penseranno che sono stato io, lo sanno tutti che non che non reggo Valerio, mi odieranno tutti, e lui diventerà un eroe, solo un perfetto imbecille poteva fare una cosa del genere!” Pensavo così, sudavo e piangevo, seduto per terra, la testa mi scoppiava. Rimasi chiuso nel bagno abbastanza tempo da far notare la mia assenza, la prof mi fece cercare da un compagno, dovevo tornare in classe. In quei pochi metri che dividevano il bagno dalla classe cercavo qualche scusa plausibile, mentre andavo incontro alla flagellazione. Entrai con la testa bassa per non dover guardare in faccia nessuno, lo stomaco mi si stava attorcigliando. La Bolle aspettò che mi sedessi e cominciò una palla su quanto l’avevamo delusa, disse che tra noi c’era un traditore, per di più vigliacco perché non aveva firmato il biglietto. Qualcuno chiese di che biglietto stava parlando e lei lo lesse con voce decisamente incazzata. Un bisbiglio di voci percorse la classe, cessò di colpo quando la prof chiese la testa del colpevole per sua diretta confessione.

–       Sono stata io.

Prima di capirne il significato, queste tre parole mi arrivarono direttamente nelle viscere come una lama che gira e rigira su se stessa. Riconobbi la voce di Martina, sentii che si era alzata e con estrema calma stava spiegando che lo aveva fatto perché non ne poteva più della sfrontatezza di quel deficiente di Ravera, la doveva smettere di sfruttare i compagni, di prendere in giro i professori. Lo disse tutto d’un fiato.

Alzai la testa, ormai l’attenzione era tutta su di lei, gli altri avevano espressioni stupite e la prof la guardava con gli occhi sbarrati. Martina, ma perché l’aveva fatto? Era timidissima, bruttina, insignificante, non faceva mai niente che la distinguesse, parlava poco, le rare volte che le rivolgevo la parola arrossiva in un modo incredibile. Questo pensiero ne portò con se un altro atroce, e d’impulso guardai Martina, era ancora in piedi, la prof le stava chiedendo spiegazioni con le solite frasi sceme e fatte, lei si girò verso di me, il suo sguardo non lasciava dubbi.

No, no, no! ma perché la terra non si apriva sotto di me? Dovevo alzarmi e dire la verità, l’infame sono io! Era preferibile la gogna pubblica a quella situazione assurda da cui non vedevo via di salvezza, ma che voleva da me Martina, chi glielo aveva chiesto, cazzo. Forse pensava che mi sarei messo con lei per questo! Beh, se lo pensava se lo poteva togliere dal cervello, era impazzita, io con lei, ma siamo pazzi, no, ma sto sognando, ora mi sveglio. Il sottofondo al turbinio di pensieri che mi attraversava la mente era la tiritera della Bolle che diceva:

–       Martina, da te non me lo sarei aspettato, sei una brava ragazza, che ti è preso, questo non è fare la spia, è peggio, molto peggio, che devo fare adesso con te? È inutile che piangi adesso, dovevi pensarci prima. Come prima cosa chiedi scusa a Ravera.

Piangeva anche! Lentamente piangeva, silenziosamente, non parlava, lo sguardo era basso, non si muoveva, sembrava incollata al pavimento, l’unico movimento che faceva era quello  di stringere il fazzoletto che aveva nella mano destra. Che merda che mi sentivo, ero una merda, pensavo il peggio del peggio di me stesso eppure non feci niente, rimasi immobile della sua stessa immobilità, il mio respiro sembrava sincrono con il suo. Il resto dei compagni sembrava si fosse mimetizzato con le pareti, non sentivo assolutamente nulla, tutti erano in attesa, anch’io, ma io aspettavo di udire la mia voce e invece udii la voce di Martina che con un suono quasi impercettibile diceva:

–       Mi dispiace. – si stava rivolgendo a Valerio, che imbarazzato le sorrise.

Il sorriso si spense quando, guardando lui, la prof disse che d’ora in poi il suo metodo di interrogare sarebbe cambiato, sarebbero cambiate molte cose. Prese il registro e uscì senza salutarci.

E cambiarono molte cose, sicuramente più di quelle previste dalla Bolle. Certo non si poté più copiare durante i compiti di matematica, e il tracollo dei voti fu drammatico. Quel giorno la classe si divise in diverse fazioni, chi tentava di consolare Martina, che inconsolabile continuò a piangere per le ore seguenti, chi non le rivolse la parola, solo occhiate che parlavano di disprezzo e che non facevano che aumentare la sua disperazione, chi cercava di calmare Valerio che, in preda a un attacco isterico, continuava a dire: – Mi rimanderà e poi mi boccerà, mi rimanderà e mi boccerà, mi rimanderà e mi boccerà. – come una cantilena senza fine.

Nessuno si occupò di me, ovviamente, e nessuno notò che non riuscivo a parlare, come inebetito. Alla fine delle lezioni uscii da scuola evitando tutti, tornai a casa dove nessuno mi chiese nulla, perché non c’era nessuno, ma neanche dopo dissi nulla.

Era sabato, potevo stare in pace fino a lunedì, qualcuno dei compagni mi telefonò per fare qualcosa la sera, ma inventai una febbre improvvisa. Stavo veramente male, mi risuonava in testa la voce cantilenante di Valerio e davanti a me avevo gli occhi di Martina. Una via di uscita doveva pur esserci. Quella che mi venne in mente la domenica sera fu una espiazione, più che una soluzione. Lunedì a scuola chiesi a Valerio se aveva voglia di studiare matematica insieme a me. Mi guardò interdetto e mi chiese perché?

–       Bah, ti ho visto così disperato.

Accettò, non diventammo amici, ma lui non fu rimandato in matematica.

Tentai più volte di parlare con Martina, o pensai di parlarci, in realtà non feci niente, niente di niente, e, maledizione, nemmeno lei fece niente, solo arrossire ogni volta che incrociavo il suo sguardo.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'