Condividi su facebook
Condividi su twitter

Zeman 2: Zdenek per me

di

Data

"Non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità" – Parola di Zeman Essere tifoso della Lazio è dura, durissima. Nella mia adolescenza ho tifato...

“Non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità” – Parola di Zeman

Essere tifoso della Lazio è dura, durissima. Nella mia adolescenza ho tifato per una squadra che poteva annoverare giocatori dai nomi certo poco altisonanti: ad esempio, Claudio Ambu e Giorgio Magnocavallo. Dall’altra parte i giallorossi schieravano Falcao e Di Bartolomei, Pruzzo e Bruno Conti. Cerezo e Nela. Una vagonata di stelle. La mia squadra, inoltre, è rimasta implicata in tutti gli scandali-scommesse che hanno infettato, e infettano ancora, lo Stivale calcistico. Che ormai, diciamocelo pure, è uno zombie che cammina, ‘sto Stivale. Questo zombie è ben rappresentato dalla nostra nazionale di calcio, dove c’è un codice etico che viene utilizzato un po’ “alla cazzo di cane” (come direbbe il regista di Boris): Criscito non rientra nei convocati per gli Europei perché ha ricevuto l’avviso di garanzia, mentre Bonucci, anche se ampiamente indagato, fa parte addirittura della formazione titolare. Buffon, il capitano della nazionale, che gioca in scommesse un milione e mezzo di euro e si pregia di dire ai giornalisti che come impiega i soldi sono soltanto “cazzi suoi”… Ma sto divagando… Partiamo dall’assunto principale: essere tifosi della Lazio è durissima. Ho il vice-capitano della mia squadra, nome in codice “Samanta”, che è adesso agli arresti domiciliari con l’accusa di aver falsato il risultato di alcune partite. Ti credo, con tutti i soldi che spendeva per telefonare… L’Europa League è insomma a rischio, la penalizzazione quasi certa. E si aggira uno spettro per la Capitale. La retrocessione biancoceleste in serie B… Alcune volte, guardo perplesso mio padre, come a chiedergli: “Ma non era meglio?…” Forse la mia adolescenza sarebbe stata meno schifa, se mi fossi esaltato per un gol di Pruzzo, o un dribbling di Bruno Conti. Ma col destino è inutile prendersela e nemmeno con mio padre… Ci sono ricordi, però, che da tifoso laziale, mi fanno ancora palpitare il cuore: ad esempio, quel 1980 con Vincenzo D’Amico che guida, insieme a quell’immenso uomo di sport che rispondeva al nome di Bob Lovati, un manipolo di giovani della squadra Primavera (tra cui un giovanissimo Tassotti) a conquistare la salvezza, dopo che Giordano, Manfredonia e Wilson se li erano “bevuti” per il primo calcio-scommesse. Verrà poi la retrocessione in Serie B per mano del giudice sportivo. Ma la cosa che mi emoziona di più è il ricordo della Lazio di Zdenek Zeman. Il Boemo. L’allenatore a cui ho consacrato un romanzo ancora da finire (dal titolo Il gioco di Sandor). L’uomo dai molti silenzi e dalle poche ma chiarissime parole. Sempre in prima fila per un calcio pulito e d’attacco. Al ricordo di quel 4-0 alla Juventus di Lippi, o di quell’8-2 alla Fiorentina (otto gol… hai capito, Reja?) mi vengono i lacrimoni agli occhi. Rambaudi-Boksic-Signori e poi Casiraghi, e le sgroppate sulle fasce di Fuser e Winter. La geometria di Di Matteo, e i movimenti a tempo degli altri giocatori. Una sinfonia mozartiana quella squadra. Una filosofia di gioco, il 4-3-3 zemaniano, che non prendeva in considerazione l’arretramento, la difesa. Abbiamo raggiunto il secondo posto con quella squadra, un secondo posto che a mio avviso vale molto di più dello scudetto conquistato con Sven Goran Eriksson. Perché Zeman aveva soltanto undici titolari e una panchina così scarsa che neanche in B sarebbe stata di qualche aiuto. Il Boemo, dopo la Lazio, ha allenato anche la Roma, ma ritengo che il suo gioco in quei due anni in giallorosso non abbia toccato i vertici raggiunti sulla sponda biancoceleste. Il suo 4-3-3 rimaneva comunque inossidabile: uno straordinario attacco al potere dei “furbetti” del quartiere calcistico che dirigevano senza scrupoli la Juventus e tutto il calcio italiano. Zeman, inoltre, anche con le parole giocava il suo formidabile 4-3-3: accusava senza mezzi termini il doping e gli spogliatoi “gonfiati” di tante squadre, difendeva l’idea di un calcio pulito. Difendeva la fatica, l’unica cosa che a questo mondo può consentirti di vincere senza barare. E di andare a letto la sera, dormendo sonni tranquilli. Senza aver paura di dover essere prelevati all’alba dalla polizia… Ma sto divagando. Il Boemo è stato per quasi dieci anni allontanato dal calcio che conta. È stato esiliato, svillaneggiato, sbertucciato. Ma mai piegato. Zdenek ha aspettato che qualcuno tornasse a dargli fiducia, a credere in lui. E la cosa più importante è questa: non si è mai svenduto, non ha mai barattato le sue idee per una panchina di lusso. Quest’anno ho seguito il Pescara zemaniano in serie B: pura magia, con i gioielli della squadra (Verratti, Insigne, Immobile) illuminati dagli schemi di gioco del Boemo… Qualche volta ho pensato persino di fare una puntata nella cittadina abruzzese per vedere la squadra di Zdenek. Questo per dire che Zeman per me è più che un mito. È una certezza… È l’ultima Stalingrado di un modo pulito di giocare a calcio. Così, quando ho saputo che Reja non sarebbe più stato l’allenatore della Lazio (finalmente!), volevo fortissimamente che il Boemo fosse di nuovo sulla panchina biancoceleste. Il sogno che ridiventava realtà. Alcuni già accostavano Zeman alla Lazio. Poi il giorno della conquista della A da parte del Pescara, i complimenti di Totti al Boemo. La risposta dolcissima di Zdenek. Affranto, ho cominciato ad ascoltare “E io tra di voi” di Aznavour. Montella che si allontanava dalla Roma, Zeman che si avvicinava. E poi, infine, l’ultima scena del dramma: Zeman firma per la Roma. L’allenatore che amo di più ritorna ad allenare la squadra che con tutte le mie forze odio di più. È come essere traditi dalla donna che desideri tanto e che invece si mette col tuo peggior nemico. Ti fa male, ti fa tanto male. Anche perché poi leggi l’intervista in cui Zdenek dice che preferisce le idee della Roma a quelle della Lazio. In questi momenti è dura essere tifosi della Lazio ed è dura continuare a voler bene all’allenatore che ti ha fatto immaginare, attraverso le trame del suo gioco, anche la possibilità di un mondo migliore (ma sì, esageriamo!). Alla fine, però, non puoi voler male al tuo grande amore, quando è un grande amore. Per questo, quando davanti al televisore lo vedrò sulla panchina giallorossa, mai e poi mai mi metterò ad insultarlo e a fargli il gesto dell’ombrello (cosa invece che hanno subìto tutti gli allenatori della “Magggica”, soprattutto quelli di fede romanista: ad esempio, Mazzone e Ranieri). Perché sono sicuro che mi farà divertire, e mi darà novanta minuti di passione e amore per il gioco del calcio. E forse mi metterò un paio di occhiali scuri e una parrucca e andrò a vedere almeno una volta la sua squadra all’Olimpico. E se la Roma dovesse vincere lo scudetto… che il cielo si oscuri e scenda pure l’Apocalisse… in fondo al mio cuore, in fondo, in fondo… io sarò felice perché vorrà dire che per una volta, in questo cazzo di Paese, anche l’onestà e la coerenza, la dedizione ad un’ideale ed il coraggio avranno avuto la meglio. Buona fortuna Boemo. Di tutto cuore… biancoceleste.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'